ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 24 gennaio 2017

Non veni pacem mittere, sed gladium.

Tirare Monsignore per la talare 

Una sempre più consolidata abitudine del mondo cosiddetto tradizionalista consiste nel tirare per la talare Mons. Lefebvre, e con lui altri prelati di riferimento, per far sottoscrivere ex post linee di condotta discutibili. Si badi, “discutibili” non in senso strettamente spregiativo ma nel senso proprio della parola, ovvero “soggette a dibattito, a discussione”.
di Andrea Giacobazzi
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Una sempre più consolidata abitudine del mondo cosiddetto tradizionalista consiste nel tirare per la talare Mons. Lefebvre, e con lui altri prelati di riferimento, per far sottoscrivere ex post linee di condotta discutibili. Si badi, “discutibili” non in senso strettamente spregiativo ma nel senso proprio della parola, ovvero “soggette a dibattito, a discussione”.
Non è una ovviamente un approccio solo tradizionalista. La rivendicazione del passato e il suo uso nelle contingenze attuali è un fatto proprio della natura umana, si pensi a come viene citato Marx dai suoi contrapposti sostenitori.
Tornando dalle rosse bandiere alle nere talari, recentemente non è mancato chi, ricorrendo a fior di citazioni, ha accomodato Mons. Lefebvre nel dibattito sulla “regolarizzazione canonica” della Fraternità Sacerdotale San Pio X, sottolineando la fedeltà romana del prelato francese e il suo desiderio di vedere ricomposta la ferita delle sanzioni.
Tutto vero, ma pensare di ridurre Mons. Lefebvre ad un “accordista” è operazione piuttosto complicata. Nella celebre giornata delle consacrazioni episcopali del 1988 l’amico e collaboratore storico, Mons. de Castro Mayer (che insieme a lui fu “scomunicato” per i fatti di quel giorno) alla fine della cerimonia, di fronte ad autorevoli testimoni, disse: “Non abbiamo un Papa!”. È altresì noto che nella Fraternità fosse ampiamente tollerato, sebbene non in maniera troppo “pubblica”, che sacerdoti celebrassero Messe “non una cum”, ovvero senza menzionare nel Canone il nome di Paolo VI, Giovanni Paolo II, ecc.

Non fu dunque un caso se Monsignore il 29 luglio 1976, riflettendo sulla “sospensione a divinis” appena stabilita da Paolo VI, sostenne: “Questa Chiesa conciliare è una Chiesa scismatica, perché rompe con la Chiesa cattolica di sempre”. Ancora su Le Figaro del 4 agosto 1976, ribadiva:
“Se è certo che la fede insegnata dalla Chiesa per venti secoli non può contenere errori, abbiamo molto meno la certezza assoluta che il Papa sia veramente Papa. L’eresia, lo scisma, la scomunica ipso facto, l’invalidità dell’elezione, sono altrettante cause che, eventualmente, possono fare che un Papa non lo sia mai stato o non lo sia più. In questo caso, evidentemente molto eccezionale, la Chiesa si troverebbe in una situazione simile a quella che conosce dopo il decesso di un Sommo Pontefice. Poiché infine un problema grave si pone alla coscienza e alla fede di tutti i cattolici dall’inizio del pontificato di Paolo VI. Come può un Papa, vero successore di Pietro, garantito dall’assistenza dello Spirito Santo, presiedere alla distruzione della Chiesa, la più profonda ed estesa della storia, nello spazio di così poco tempo, come nessun eresiarca è mai riuscito a fare? A questa domanda bisognerà pur rispondere un giorno”.
Si nota giustamente sul numero 56 di Sodalitium (Anno XIX, settembre 2003): “In quel periodo (febbraio 1977) la posizione sul Papa fu quella poi pubblicata nel libro Il colpo da maestro di Satana: la Sede vacante era una ipotesi possibile, alla quale era preferita la posizione di Paolo VI Papa legittimo ma liberale”.
Ci si potrebbe dilungare parlando della collaborazione di Mons. Lefebvre con figure storiche del sedevacantismo: da Padre Barbara, a Padre Guérard des Lauriers (che fu per un certo tempo docente stimato nel seminario di Ecône), a diversi altri. Si potrà facilmente replicare che da questi esponenti poi si allontanò, ma si potrà altrettanto agevolmente controreplicare che la “tradizione sedevacantista” era così radicata nella Fraternità da dare frutti anche al suo esterno: oggi in Italia la sola casa religiosa intestata all’Arcivescovo (la “Domus Marcel Lefebvre”) è di questo orientamento.
Veri dunque i contatti di fine anni ’80 con l’allora cardinal Ratzinger, ma altrettanto vero il giudizio espresso a viva voce da Monsignore sull’intera faccenda:
“Eminenza, anche se ci concedeste un vescovo, anche se ci concedeste una certa autonomia in rapporto ai vescovi, anche se ci concedeste tutta la liturgia del 1962, se ci concedeste di continuare con i seminari e la Fraternità come facciamo adesso, noi non potremmo collaborare, è impossibile; perché noi lavoriamo in direzioni diametralmente opposte: voi lavorate alla scristianizzazione della società, della persona umana, della Chiesa, noi lavoriamo alla cristianizzazione. Non ci si può intendere. Lei mi ha appena detto che la società non può essere cristiana” (Conferenza ai sacerdoti a Ecône, per il ritiro sacerdotale, 1° settembre 1987).
Non è dunque errato dire – e lo diceva lo stesso Mons. Lefebvre – che la storia della Fraternità è la storia dei suoi scismi. Ricorda Padre Cekada come, ai suoi tempi e non solo, un anno se ne andassero gruppi di “hard-liners” (intransigenti, antiaccordisti) e un anno i “soft-liners” (moderati, accordisti). Gli anni 2000 sono stati caratterizzati dal più significativo degli scismi: la nascita della cosiddetta “resistenza”, guidata da Mons. Williamson.
Mons. Lefebvre era certamente un uomo di grande virtù, di profonda preparazione, di alto carisma. Il suo senso pratico e la sua attenzione pastorale non gli evitarono però di affrontare il caos del suo tempo per quello che era e di patirne le conseguenze, anche all’interno della sua opera. Il carattere inedito e straordinario della situazione poteva suscitare oscillazioni, pressoché inevitabili su una barca squassata dalla più implacabile tempesta.
Dobbiamo forse stupirci? Possiamo forse salire in cattedra? No, certo che no. Possiamo semplificare la sua figura nel sedevacantismo di questi atti e di queste dichiarazioni? Ancora una volta: no. Ma ancor meno possiamo cucirci addosso le citazioni che ci paiono utili, perché la storia è più complessa e i fatti non sono sempre riducibili ad un’esegesi tascabile. Se tutto fosse così semplice e chiaro non saremmo qui a discuterne.
L’Arcivescovo francese ebbe un merito che lo separa da tanti suoi postumi detrattori: fu l’unico – con la collaborazione del preziosissimo Mons. de Castro Mayer – a organizzare qualcosa degno di nota sul piano ecclesiale, realizzandolo nel momento più nero che si potesse immaginare. Insomma: s’è fatto riconoscere dai frutti. Che poi oggi questi frutti siano a rischio, è un altro, lungo e complesso discorso.
Monsignore sarà dunque ricordato per la smania di accordarsi con autorità ottenebrate dal dubbio o per la resistenza portata a queste? La domanda trova facile risposta nella cronaca e nel senso comune.
Non veni pacem mittere, sed gladium.

– di Andrea Giacobazzi

Redazione24/1/2017