ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 4 febbraio 2017

Bonum certamen


Dopo gli avvenimenti di queste ultime settimane, vorrei condividere alcune mie riflessioni sulla Fraternità San Pio X e, più in particolare, sul suo ruolo nei confronti dei fedeli cattolici. 

Se è vero che non può esser riconosciuta un’identità sostanziale tra la Tradizione e la Fraternità, è pur vero che essa rappresenta il principale interlocutore e referente per quanti, nell’impossibilità di farlo personalmente, si devono rivolgere ad altri per la Messa e i Sacramenti. 


Il sacerdote che decide di vivere pienamente la propria vocazione e rendere culto perfetto a Dio - al di là delle eventuali difficoltà di ordine pratico quali l’inasprirsi dei rapporti col proprio Vescovo, l’opposizione della Curia, la derisione dei confratelli, il rischio di esser trasferito o sospeso - può farlo autonomamente, poiché egli è appunto sacerdote, e la Chiesa non può impedirgli, nemmeno con la riduzione allo stato laicale, di fare ciò che essa ha fatto per duemila anni. Ma il laico si trova in una situazione di bisogno che non è in grado di soddisfare da sé, e deve necessariamente appoggiarsi ad altri. 

Chi ha avuto la grazia di crescere in una famiglia tradizionale si sarà forse trovato agevolato, avendo un punto di riferimento nella celebrazione della Messa e nell’amministrazione dei Sacramenti offerta in varie cappelle dalla Fraternità San Pio X. 

Chi viene da una famiglia cattolica che frequenta la parrocchia, nel momento in cui si accorge dell’allargarsi di una distanza tra ciò che crede e quel che sente dai pulpiti, non sempre ha ben chiaro in che consista l’esser tradizionalista, e spesso si trova a peregrinare per chiese in cui trovare ora una buona predica, ora una celebrazione appena decente, ora una Messa nuova nella sostanza ma tradizionale nella forma, ora un ristretto recinto dov’è permesso il rito tridentino. Una ricerca estenuante, come potranno confermare tutti coloro che, all’inizio della peregrinazione di chiesa in chiesa, sono quasi sempre delusi da questo o quell’aspetto: quel buon prete tiene delle omelie perfettamente ortodosse, ma non perde occasione per infilarci dentro una citazione del Vaticano II; quell’altro ha una grande devozione e confessa benissimo, ma quando canta il prefazio s’incespica col latino e all’epistola non si capisce se sappia quel che sta leggendo; un altro ancora ha organizzato chierichetti e cantori, e le sue Messe sono una consolazione, ma non sa dare alcun consiglio in confessione. Così il nostro fedele finisce per fare come quelle massaie che, dovendo far la spesa e volendo acquistare cose buone senza dar fondo al bilancio famigliare, si trova costretta a comprare la frutta in quel negozietto, la carne dal macellaio che sta a un’ora da casa, il pane dal fornaio fuori porta. A San Paolo per confessarsi, a San Clemente per la Messa della domenica, a San Giuseppe per il catechismo dei bambini. Senza mai entrare in confidenza con nessun ecclesiastico, senza poter dire serenamente: Con tutti i limiti, qui almeno posso esser sicuro di avere un sacerdote che mi aiuta a vivere e a crescere spiritualmente.

Difficilmente egli avrà avuto modo di sapere chi siano i lefebvriani, ed istintivamente - per quelsensus Ecclesiae che in molti cattolici è sopravvissuto a cinquant’anni di sistematico lavaggio del cervello - gli parrà strano, se non addirittura anormale che si possa celebrare in locali di fortuna. E la nomea di ribelli che grava sui membri della Fraternità, la reputazione di scomunicatiche vige solo per loro - mentre si abbracciano eretici, idolatri ed ebrei - costituiscono un ostacolo che il fedele di media formazione non sa comprendere. 

Se non è abbastanza determinato, questo fedele potrà anche sentirsi in imbarazzo, per quel clima di confidenza che si respira dove si condividono quasi clandestinamente le medesime esperienze, in cui anche senza conoscersi ci si saluta e si improvvisano, finita la Messa, brevi discussioni in cui ci si conforta a vicenda, condividendo il proprio disorientamento per quel che dice il Papa, quel che fanno i Vescovi, quel che combina il parroco. 

Diciamo che non di rado la Fraternità San Pio X non è né semplice da conoscere, né facile da raggiungere: per farlo occorre vincere rispetti umani, tagliare ponti con il proprio passato parrocchiale, affrontare incomprensioni con amici e parenti e, in fondo, disobbedire al parroco, al Vescovo, al Papa. Sia chiaro: questa è una disobbedienza non solo lecita, ma doverosa; anzi non è neppure disobbedienza, perché nella Chiesa essa è finalizzata alla gloria di Dio ed alla salvezza delle anime, e quindi in una situazione di innegabile crisi per la fede e la morale si deve obbedire a Dio prima che agli uomini. Ma qui siamo tutti d’accordo, e non essendo il mio un discorso rivolto agli esterni, credo sia inutile dilungarvisi. 

Ipotizziamo dunque che il nostro fedele sia riuscito a trovare il coraggio di dare un taglio al passato ed abbia iniziato a frequentare la Fraternità. Poniamo che egli sia riuscito anche a comprendere che, per il fatto di condividere la medesima Fede, non per questo anche le differenze di età, di cultura, di censo e di esperienza religiosa vengano livellate, e cioè che - come in qualsiasi comunità - vi siano persone più o meno giovani, più o meno colte, più o meno formate, più o meno ricche, più o meno simpatiche. Giacché sarebbe sciocco pensare che l’appartenere ad un movimento tradizionalista comporti di per sé una sorta di stato di elezione o rappresenti l’ingresso in una élite; come sarebbe altrettanto sciocco e presuntuoso ritenere che ilnon essere tradizionalisti sia indice di un’inferiorità cui guardare sentendosene estranei. Vi sono infatti molte persone che, per una serie di ragioni, potrebbero essere serenamente tradizionaliste, ed anzi in cuor loro ne sarebbero ben felici, ma che si rassegnano alla vita parrocchiale, allo stesso modo con cui negli anni Settanta si votava per la Democrazia Cristiana turandosi il naso. Non dico che la loro situazione sia perfetta, ma che non a tutti è data l’opportunità di compiere scelte che coinvolgono molti aspetti della vita quotidiana. Per costoro - è innegabile - il Motu Proprio ha rappresentato un motivo di conforto spirituale, ed in certi casi anche il solo aver lasciato la parrocchia per confinarsi in una chiesina destinata dal Vescovo alla forma extraordinaria - come la chiamano - è costato non poco coraggio. In questo senso, ciò che per un fedele di solida formazione tradizionale può rappresentare un cedimento, per chi viene dalla chiesa postconciliare è già un passo positivo verso la Tradizione, e sono certo che come tale lo considerano anche i confratelli della Fraternità. 

Ma torniamo al nostro fedele che - vuoi per un articolo apparso su un quotidiano, vuoi per un blog trovato su internet, vuoi per un passaparola - scopre la Fraternità e vi si avvicina, iniziando col frequentarvi la Messa, per poi confessarsi, seguire gli esercizi spirituali, partecipare al Convegno di Rimini, mandare i figli al campo estivo e magari giungere a compiere il pellegrinaggio Bevagna-Assisi o quello da Parigi a Chartres (o viceversa? non ricordo). Ora è evidente che la sua vita religiosa si sviluppi intorno alla Fraternità - i suoi amici lo chiamano appunto lefebvriano per praticità - e che la Fraternità costituisca per lui e per la sua famiglia ciò che fino a prima era la parrocchia. Non parliamo degli aspetti canonici: sappiamo benissimo che la Fraternità non ha giurisdizione, in senso stretto, e che quella che le viene concessa in certi casi è sempre in deroga alla norma. Nondimeno, sotto un profilo sociale ed ecclesiale, viene a crearsi un vero e proprio mondo di relazioni, conoscenze, amicizie che orbita intorno al Priorato. Un mondo che con gli anni può consolidarsi, articolarsi, diventar consuetudine. 

Il nostro fedele, all’inizio, ha faticato non poco per studiare la dottrina, leggere articoli cattolici, documentarsi sul Concilio e sulla nuova Messa, comprendere i problemi dell’ecumenismo e della libertà religiosa, farsi un’idea sulla collegialità episcopale e sul Magistero cattolico. All’inizio, quando non riusciva a trovare un passaggio in auto per raggiungere la cappella, o quando le incombenze famigliari o professionali non glielo permettevano, egli pensava di poter assolvere il precetto festivo col recarsi alla Messa dell’Indulto prima o del Motu Proprio poi, o addirittura di poter assistere anche al Novus Ordo, con spirito di penitenza e cercando di non ascoltare le stravaganze del celebrante. Ma i buoni sacerdoti della Fraternità, interpellati a tal proposito, gli avevano spiegato pazientemente che il semplice assistere ad una Messa - ancorché tridentina - celebrata da un sacerdote che si presume accetti il Vaticano II costituisce di per sé un venir meno alla testimonianza verso la Tradizione, un deplorevole compromesso con lo spirito della chiesa conciliare, un’accettazione implicita degli errori del Concilio. Così il nostro fedele ha anche imparato a preferire la meditazione solitaria delle letture della Messa o la recita del Rosario, piuttosto di mettere a repentaglio la propria fede coll’andare in parrocchia o nella chiesa in cui si applica il Motu Proprio. 

Egli ha imparato ad organizzare la domenica attorno alla Messa tridentina, celebrata in quell’orario e in quella cappella da un sacerdote della Fraternità: non da un prete qualsiasi e nemmeno da uno dell’Istituto Mater Boni Consilii. L’ha fatto con buona volontà e alla fine non è stato nemmeno così complicato: è bastato volerlo.  Ovviamente tutto questo ha fatto sì che il suo orizzonte religioso inizi e finisca con la Fraternità. 

A questo punto comprendiamo come la Fraternità San Pio X, pur non presumendo di vantare una sorta di monopolio sulla Tradizione, rappresenti de facto l’unica opzione possibile, a meno che non si voglia spaziare nel composito mondo dei clerici vagantes o dei vari sodalizi più o meno sedevacantisti. E’ vero, ci sarebbe la Messa della Fraternità San Pietro: ma loro accettano il Concilio e la nuova Messa. Ci sarebbero i Canonici di Cristo Re: ma loro accettano il Concilio e sappiamo che il loro Priore Generale è stato ordinato dal Card. Siri e ha talvolta celebrato e concelebrato il Novus Ordo. Ci sarebbero i preti del Buon Pastore: ma loro accettano il Concilio e sono pure commissariati. Ci sarebbe quel Frate dell’Immacolata che celebra privatamente nella cappella laterale della tal Basilica: ma lui è membro di un Ordine che accetta il Concilio ecc. 

Unica opzione, quindi. Ed in un contesto in cui vi è un’unica possibilità di preservare senza timore di contaminazioni la propria spiritualità, la fedeltà alla dottrina della Chiesa Cattolica, la Messa di sempre e la buona predicazione, il fedele non ha alternativa. 

Lo ribadisco ancora una volta: sono il primo ad esser convinto che la coerenza della Fraternità sia il suo punto di forza. Oserei dire che essa abbia ragion d’essere solo in quanto ci troviamo in una situazione di crisi, e che il venir meno di questa possa portarla ad esser una congregazione religiosa tra le tante con un proprio carisma. Anzi - come ha giustamente affermato mons. Fellay nel corso della recente intervista alla trasmissione francese Terres de Mission - la Fraternità non ha un proprio carisma, se non quello di costituire un punto di riferimento, un faro nella tempesta che sconvolge la travagliata navigazione della Chiesa. Poiché essa è nata dopo il Concilio, all’inizio della crisi, con l’unico scopo di perpetuare il Sacerdozio e la Messa, nell’attesa di un ritorno della chiesa conciliare alla vera fede. Poiché essa è stata perseguitata solo perché era l’unica ad opporsi alla deriva conciliare. Poiché i suoi membri sono stati sospesi e poi scomunicati solo perché erano rimasti com’erano tutti i sacerdoti prima del Vaticano II. E, se vogliamo dirla tutta, poiché l’attuale Pontefice vuole regolarizzare la Fraternità solo perché essa è l’unica spina nel fianco del grasso idolo conciliare, che la considera temibile solo in ragione della sua ostinata e coraggiosa coerenza, nonostante le defezioni di chi l’ha abbandonata per esser finalmente in pace con il Papato e un po’ meno con la propria coscienza. 

Il nostro fedele tradizionalista - ossia lefebvriano - si sente ora dire, dagli stessi sacerdoti che fino a ieri gli contestavano la possibilità di udir Messa alla Ss.ma Trinità dei Pellegrini o a Gesù e Maria al Corso, che alla regolarizzazione della Fraternità manca solo un timbro. Insomma, le cose sarebbero ormai decise e sarebbe questione solo di sistemare piccolissimi dettagli, di sceglier la data dell’ufficializzazione. Roma - quella stessa Roma con cui mons. Lefebvre si incontrò mille volte, ma con cui non volle mai contaminarsi - avrebbe promesso una regolarizzazione senza condizioni, e questo dovrebbe bastare per assicurare che Francesco e i suoi collaboratori dicano la verità, mantengano le promesse e garantiscano protezione e libertà di ministero alla Fraternità. Come se oggi fossero venute meno le motivazioni di ieri, e le cose non fossero viceversa peggiorate richiedendo un atteggiamento ancor più fermo.

In pratica, quello di cui i vertici della Fraternità stanno cercando di convincere i loro fedeli è che i motivi per cui essi hanno dovuto affrontare negli scorsi decenni crisi di coscienza, discussioni in famiglia, diverbi con il parroco, problemi con gli amici sono venuti meno d’incanto. E questo in un momento in cui abbiamo sul Soglio non un Giovanni Paolo II che va ad Assisi ma almeno difende la morale cattolica; non un Benedetto XVI che elogia la laicità dello stato ma almeno liberalizza la Messa tridentina, no: uno che metterebbe in imbarazzo, per gli spropositi che dice, anche un protestante. Uno che, per evitare che i Francescani ricorrano alla Segnatura Apostolica, li commissaria personalmente, non essendo possibile far ricorso contro il Papa. Uno che rispetta così tanto le leggi e il diritto, da imporre ad un Ordine Sovrano di annullare le decisioni dei suoi vertici, rimettendo al suo posto chi era stato allontanato per insubordinazione e per aver violato gravemente la morale cattolica, e costringendo alle dimissioni lo stesso Gran Maestro. Uno che annuncia le dimissioni di un Vescovo prima ancora che questi le abbia presentate, che umilia Principi della Chiesa, che deride i buoni Prelati e scandalizza i cattolici.  

Mi pare - e lo dico con la sincerità e l’onestà che mi viene dal conoscere e stimare i sacerdoti della Fraternità San Pio X - che qui si dimentichi il ruolo provvidenziale che essa ha svolto finora e dovrebbe svolgere soprattutto adesso, non solo per i propri fedeli, ma anche per quanti sono ostaggio più o meno volontario della chiesa conciliare. Perché non si deve dimenticare che ci sono molti sacerdoti e moltissimi laici che - pur nel silenzio di un conformismo di cui essi per primi si rammaricano - guardano con speranza e con fiducia al coraggio ed alla fermezza della Fraternità, che per quarant’anni ha saputo rimanere saldamente ancorata ai propri principi, senza compromessi, senza cedere alle lusinghe, senza mercanteggiare con Roma. Sacerdoti e laici che, pur celebrando o assistendo al Novus Ordo, aspettano di trovare nella cassetta delle lettere il plico con Sì sì no no, o la Tradizione Cattolica, e che ringraziano Dio che vi sia chi non è pavido come loro, chi non teme il disprezzo della Gerarchia, chi dà quotidiana testimonianza di eroismo e di abnegazione rinunciando a facili carriere e a sicure prebende.

E quanti per anni, se non per decenni, hanno accettato l’umiliazione sociale ed ecclesiale d’esser considerati lefebvriani, scomunicati, ribelli oggi già avvertono le vertigini del trovarsi sull’orlo di un baratro. E, in fin dei conti, sono proprio quei fedeli laici che hanno sostenuto economicamente la Fraternità, chi con grandi donazioni, chi con piccoli risparmi. Sono loro che le hanno permesso di costruire i suoi seminari, di acquistare le sue chiese, di promuovere il suo apostolato: tutte cose che non avrebbero fatto se avessero anche solo immaginato l'eventualità di un accordo con Roma. Senza parlare della preghiera, dei sacrifici, delle penitenze offerte perché non andasse perduta la Messa e venisse preservato il Sacerdozio. 

Cosa distinguerà, dopo la famosa regolarizzazione, un sacerdote della Fraternità da un altro sacerdote regolare o secolare che celebra la Messa tridentina? Come potrà essa arrogarsi il diritto - una volta entrata a tutti gli effetti in comunione piena e canonica con coloro che sono la causa della rovina della Chiesa militante - di dire a chi è lecito rivolgersi per l’amministrazione dei Sacramenti? E con quale autorità morale potrà levarsi contro chi diffonde l’errore, se il riconoscimento di cui essa gode le viene dalla stessa autorità che legittima sul suo stesso livello i Canonici di Cristo Re e i catecumenali, la Fraternità San Pietro e la Comunità di Bose, la Familia Christi e Sant’Egidio? 

Senza dire che suona quantomeno temerario presumere di sé al punto da ritenere che, una volta ottenuta la regolarizzazione canonica, non vi sia il rischio di una contaminazione dottrinale, morale e disciplinare. D’altra parte, questa era l’accusa principale che veniva mossa ai transfughi della Fraternità: che cioè anche i più onesti tra costoro avrebbero presto o tardi finito per cedere, per uniformarsi, per accontentarsi del loro angolino di latino e gregoriano. Umanamente parlando, è quasi naturale che il tempo logori ogni resistenza; e sotto un profilo spirituale nessuno può ritenersi esente da peccato e prudenza impone che si evitino le occasioni prossime. Soprattutto quelle che possono mettere a rischio la fede. 

E ancora: se fino ad oggi è stato raccomandato ai laici di non assistere alla Messa del Motu Proprio e men che meno al Novus Ordo, come potrebbe farlo domani un chierico? Poiché va da sé che, ovunque si trovi un Priorato, esso non potrà sottrarsi ai doveri di comunione ecclesiale con l’Ordinario del luogo, non fosse che per la Missa Chrismatis del Giovedì Santo. A meno che la Fraternità non dica che preferisce farsi spedire gli Oli Santi da Ecône, piuttosto di usare quelli del Vescovo diocesano; o che, pur ritenendo valida la Messa nuova, preferisce non prendervi parte perché la considera comunque illecita. O viceversa, accetti gli Oli Santi consacrati con il nuovo rito e inizi a concelebrare… In pratica, una replica della Fraternità San Pietro.

Io temo che la creazione di una Prelatura rischi di cristallizzare la Fraternità in una sorta di setta approvata, come i neocatecumenali. La qual cosa oggi non è sostenuta nemmeno dal Vaticano, ma domani troverebbe conferma in un isolamento canonicamente definito, probabilmente voluto dagli stessi vertici della Fraternità, il quale replicherebbe le esperienze ed i fallimenti di altri istituti. Ma perché allora farsi riconoscere da questa chiesa, se le premesse poste indicano che la comunione con essa è data comunque come impossibile? 

A quel punto, la diaspora dei fedeli sarebbe solo una delle conseguenze, e non per innato spirito di ribellione o per una presunta vocazione settaria: al contrario, essi si troverebbero in un certo qual modo traditi, sconfessati, abbandonati.

Io ritengo invece che sia giunto il momento in cui spetti ai fedeli, oltre che al Clero, dare un segnoforte alla Gerarchia. E questo segno deve manifestarsi in un appoggio chiaro ed inequivocabile alla Fraternità e a ciò che rappresenta: frequentando le sue Messe, sostenendo i suoi Priorati, confortando nella loro missione i suoi sacerdoti. E non abbandonandoli o condannandoli a priori. Se sapremo raccoglierci intorno allo stendardo dei Sacri Cuori, da un lato daremo un chiaro segnale alla Fraternità, circa la condotta che ci aspettiamo dai suoi vertici; e dallaltro a Roma, perché capisca che non può considerarli come semplici pedine su una scacchiera

Non dimentichiamo che l’atteggiamento dispotico di Bergoglio mira anche a dimostrare al mondo - col quale condivide mezzi e fini - di tenere in pugno l’intera compagine ecclesiale, al di là delle eventuali differenze ideologiche, e di essere quindi un interlocutore autorevole per l’instaurazione di un potere globale. Guai a noi se ci dovessimo render complici di un simile complotto!  

Un’ultima osservazione sullo spirito soprannaturale che viene richiesto nell’imporre ai fedeli ed ai membri della Fraternità la regolarizzazione. Non penso che mons. Lefebvre mancasse di spirito soprannaturale, quando prese decisioni gravissime e se ne assunse onestamente e lealmente la responsabilità dinanzi a Dio ed alla Chiesa. Una cosa è infatti l’abbandono alla volontà di Dio, un’altra il fideismo. Certo, siamo tutti convinti - per le promesse del Salvatore e della Sua Santissima Madre - che la Chiesa non sarà abbandonata e che il Cuore Immacolato trionferà. Ma questo non significa che il nostro contributo al bonum certamen sia irrilevante: altrimenti Monsignore non avrebbe nemmeno fondato la Fraternità, rifugiandosi nella convinzione che la Provvidenza avrebbe trovato comunque altri mezzi per salvare la Chiesa. 


Che il Signore conceda ai sacerdoti ed ai fedeli della Fraternità San Pio X di amare la croce ch’Egli ha donato loro, facendoli diffidare di quanti prospettano loro un paradiso in terra vaticana, col solo scopo di allontanarli dalla patria celeste.