ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 26 febbraio 2017

Pretendono di rifare l’opera di Dio meglio di Lui

GENERALI SENZA ESERCITO

    Il papa più "democratico" e la sua riforma della Chiesa e della dottrina. Generali disfatti e senza esercito pretendono di rifare l’opera di Dio meglio di Lui. Uno di questi è il cardinale Reinhard Marx arcivescovo di Monaco 
di Francesco Lamendola  



Un tempi i generali che subivano una disfatta venivano prontamente silurati e sostituiti, prima che potessero provocare all’esercito e alla patria ulteriori disastri. Una prova a contrario: il principale responsabile del disastro militare di Caporetto del 1917, Pietro Badoglio, non solo non venne silurato, ma promosso: il risultato fu – ventisei anni dopo: i nodi arrivano al pettine magari tardi, ma ci arrivano sempre - la nuova, e questa volta irreparabile disfatta, dell’8 settembre 1943; disfatta, questa volta, non solo di un esercito, ma di un’intera nazione, e non solo materiale, ma altresì spirituale  e morale. Conclusione: i generali sconfitti vanno cacciati sempre, con una pedata nel sedere, anche se (come fece il tristo Luigi Cadorna, dopo Caporetto, appunto) hanno la suprema improntitudine di voler scaricare ogni colpa sulla “viltà” delle truppe loro affidate, e che essi non hanno saputo comandare.
Tuttavia, nella Chiesa cattolica dei nostri giorni, quella di papa Francesco, non sembra essere questa la strategia in corso: i generali sconfitti, anzi, disfatti, nella maniera più clamorosa e inescusabile, non solo non vengono rimossi, ma messi alla guida del sedicente “rinnovamento” ecclesiale e perfino del nuovo magistero, riveduto e corretto secondo le linee-guida della neochiesa, o meglio contro-chiesa, modernista e progressista.
Badoglio a parte (che, fino al 1943, è praticamente un unicum), il precedente illustre di una tale, inusuale strategia, consistente nel selezionare i capi alla rovescia, non secondo i loro meriti, ma secondo le loro smisurate ambizioni e, magari, la loro indiscussa fedeltà al leader maximo, che, nel nostro caso, è appunto il papa sudamericano, è quello della stagione post-sessanottina, cioè gli anni ’70 del secolo scorso, quando gli esperimenti più fallimentari vennero tentativi, inseguendo l’Utopia, per impulso e sotto l’ispirazione di quegli stessi uomini che già avevano clamorosamente fallito la prova del “cambiamento” e dimostrato di non sapersi confrontare con la realtà dei fatti, ma solo – e senza contraddittorio - con le loro (deliranti) idee sociali. Un esempio per tutti: la cosiddetta “riforma Basaglia”, che ha regalato a migliaia di famiglie italiane le delizie di riprendersi in casa un congiunto malato di mente, perché, essendo i manicomi dei “lager”, bisognava liberare subito i poveri reclusi, e tanto peggio se ciò avrebbe rappresentato l’inferno per le loro famiglie, in tal modo doppiamente sventurate (cfr. il nostro precedente articolo: Franco Basaglia:? Un grande psichiatra, un cattivo filosofo, un pessimo maestro, pubblicato su Il Corriere delle Regioni il 18/08/2015).
In questo momento, come è noto, papa Francesco sta premendo sull’acceleratore di una non meglio definita riforma complessiva della Chiesa, dottrina inclusa, anche se né lui, né i suoi collaboratori, hanno il coraggio di chiamar le cose con il loro nome, affinché non risulti ancora più palese una verità che, del resto, comincia ad apparire evidente perfino ai più timidi, ai più distratti e ai più indifferenti: ossia che costoro, abusivamente e surrettiziamente, stanno cambiando e stravolgendo il sacro Magistero, e alterando perfino i dati della divina Rivelazione (che altro è, per esempio, l’affermazione di monsignor Nunzio Galantino, che Dio “risparmiò” Sodoma e Gomorra, se non una blasfema alterazione della Bibbia, che è Parola di Dio?), con una determinazione e un’audacia d’intenti, quale nemmeno un concilio ecumenico, debitamente indetto e convocato, in anni e anni di lavoro avrebbe osato prefiggersi). Ebbene, colpisce il fatto che i “generali” cui è affidata l’attuazione e, in gran parte, la concezione di questa nuovissima strategia ecclesiale, che il papa più democratico di tutti sta attuando a tappe forzate, senza minimamente curarsi di perplessità e obiezioni del suo clero e dei suoi fedeli, anzi, reprimendo, insultando e ridicolizzando ogni “opposizione”, sono degli sconfitti ormai senza più esercito, dei falliti che non rappresentano nessuno, tranne che se stessi e la loro discutibile Utopia: quella di una contro-chiesa gnostico-massonica, neomarxista e neomodernista, nella quale le riforme vengono calate dall’alto, a colpi di decreto, o attuate in maniera obliqua e strisciante, mettendo il popolo di Dio davanti al fatto compiuto, affinché quando se ne accorgerà sia troppo tardi. Dimenticano (nel migliore dei casi, cioè che siano in buona fede) che la Chiesa è opera di Dio: pretendono di rifarla meglio di Lui?
Uno di questi generali disfatti e senza più uno straccio di esercito è, senza dubbio, il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga: fra le altre cariche altisonanti, egli è anche presidente, dal 2012, della Commissione episcopale della Comunità europea; membro, dal 2013, del gruppo dei cardinali chiamati da papa Francesco a consigliarlo nel governo della Chiesa universale e nella riforma della Curia romana; e infine presidente, dal 2014, della Conferenza episcopale tedesca. Da una tale mole di incarichi prestigiosi e delicatissimi, non già meramente onorifici, ma quanto mai decisionali e operativi e, perciò, di estrema importanza nella fase che sta vivendo attualmente la Chiesa cattolica, ci si aspetterebbe, come minimo, che a ricoprirli fosse uno che, finora, ha dato buona prova di sé nelle funzioni precedentemente svolte, a cominciare da quella specifica di pastore della diocesi di Monaco di Baviera, una delle più antiche della cristianità al di là delle Alpi, e una delle più importanti, se non la più importante, del mondo di lingua tedesca. Andiamo dunque a verificare se così è stato; se costui, nel custodire, istruire e orientare il clero e le pecorelle della diocesi a lui affidata, ha dato, sinora, una buona prova di sé, oppure no. E lasciamo che a parlare siano non le opinioni, sulle quali si potrebbe discutere e cavillare all’infinito, ma i numeri nudi e crudi (e un discorso molto simile si potrebbe fare per le altre diocesi d’Europa, nonché per quelle dell’America latina, che papa Francesco ben conosce, per averle frequentate dall’interno).
Scrive Vittorio Messori nell’ultimo numero, quello di febbraio 2017, del mensile Il Timone (p. 65), che non piacerà troppo al pontefice e ai cattolici progressisti, ma che, in compenso, ha il merito – o il demerito, secondo i punti di vista – di riportare anche le cifre dello sfascio in atto nella Chiesa cattolica, gelosamente occultate dalla stampa di orientamento riformista e neomodernista, secondo le quali tutto starebbe procedendo nel migliore dei modi, e sia le piazze che le chiese sarebbero piene di entusiasti sostenitori del “nuovo corso” bergogliano:

ECCLESIA FUIT.
Monaco di Baviera, arcidiocesi con quasi due milioni di battezzati cattolici. Seminaristi nel 1959: 390. Seminaristi nel 2015: 0. Ma sì, proprio zero. Neanche uno! L’ufficio di statistica diocesano –la Chiesa tedesca è tanto ricca di soldi e di organizzazione quanto è povera di prospettiva spirituale e di ortodossia – ha pubblicato un documento con un raffronto tra il 1959 (l’anno in cui Giovanni XXIII annunciò l’indizione di un concilio) e il 2015. Sono cifre impietose e impressionanti. Sacerdoti: 7.000 contro i 2.015 attuali. Chiese: 3.139 contro 1.200. Cattolici dichiarati nel 1959 quando la Baviera era considerata uno storico baluardo della fede: ben 99,8 per cento, dunque, in pratica, la totalità. Nel 2015: 48 per cento.
Il documento clericale informa che la metà delle chiese ancora aperte e attive chiuderà entro cinque anni. Il commento della Curia diocesana: “Se questo trend al ribasso continuerà nelle stesse proporzioni, la sopravvivenza della diocesi potrà essere garantita solo per i prossimi dieci anni”. Ecclesia fuit.
La diocesi è governata da dieci anni da quel cardinale Reinhard Marx che è catalogato tra i vescovi “progressisti” e che nel 2013 è stato nominato da papa Bergoglio membro del gruppo di cardinali chiamati a consigliarlo nel governo della Chiesa universale. Non siamo così sciocchi da ignorare che lo stato preagonico della Chiesa di Monaco si inquadra nella crisi che sappiamo. Va però detto, con sincerità, che ci chiediamo quali “consigli” per un rilancio potrà dare un cardinale Arcivescovo che nella sua diocesi, dopo dieci anni come vescovo, non ha neppure un seminarista e di cui egli stesso diagnostica la scomparsa a breve.

Questi, dunque, sono i generali – i Marx, i Kasper, i figli spirituali (si fa per dire) di quel Karl Rahner che è stato il cattivo genio del Concilio Vaticano II, e che tanto ha contribuito all’inizio dello sconquasso teologico, pastorale, liturgico, cui stiano tristemente assistendo – ai quali il papa Francesco si appoggia ed ai quali ha affidato il compito di condurre le sue truppe “vittoriose” (almeno nella fertile immaginazione dei catto-progressisti) verso ulteriori e sempre più mirabili traguardi. A questi generali senza esercito, senza futuro, senza dignità (un arcivescovo nella cui diocesi, su due milioni di anime, non si vede un seminarista in seminario da dieci anni, e nella quale le chiese si sono ridotte di due terzi in 55 anni, e metà delle quali chiuderà entro i prossimi cinque, avrebbe dovuto trarre da sé le conclusioni circa la propria poltrona), sconfitti dalla storia e dalla loro stessa incapacità e presunzione, sono appesi i destini futuri della Chiesa di Gesù Cristo, che da duemila anni, attraverso prove e tempeste innumerevoli, ha combattuto la buona battaglia contro mille nemici e che aveva custodito intatto il Depositum fidei, per trasmetterlo alle generazioni future, una dopo l’altra, nel nome del Signore.
Fra dieci anni, dunque – è una previsione statistica, e dunque assolutamente oggettiva, del suo stesso titolare – l’arcidiocesi di Monaco, una delle maggiori d’Europa e del mondo, potrebbe scomparire dalla carta geografica, per mancanza di vocazioni e per l’impossibilità di assicurare le funzioni religiose al popolo dei fedeli, anch’esso, peraltro, in caduta vertiginosa. E quel che sta accadendo a Monaco, nella ricca Germania, sta accadendo anche nel resto del mondo cattolico, comprese le povere diocesi del centro e Sud America, ormai sul punto di venir spazzate via dalla marea montante delle numerose e aggressive chiese protestanti, sostenute dal capitale finanziario statunitense (altro capitolo malinconico del quale non si parla mai, qui dalle nostre arti: sicché molti cattolici europei si “consolano” pensando che, se nel nostro continente le vocazioni sono in caduta libera, ci sono pur sempre le popolose diocesi del Terzo Mondo a colmare i vuoti). Per cui, un minimo di onestà intellettuale vorrebbe che qualcuno si facesse qualche domanda davanti a un disastro di proporzioni così sconvolgenti, addirittura planetarie; di fronte ad una crisi spirituale dei cattolici, laici e sacerdoti, quale mai la Chiesa cattolica si era trovata ad attraversare, pur nella sua lunghissima e travagliata storia.
Qualunque dirigente di un’azienda o di un ufficio pubblico, davanti a un fallimento così disastroso come quello dell’arcivescovo di Monaco, sarebbe stato licenziato senza tanti complimenti; Marx rimane, e non arrossisce nel mettere nero su bianco che presto non avrà più nessuno per mandare avanti la sua diocesi. Ceto non vogliamo paragonare la vita di una diocesi a quella di una azienda, né giudicare i risultati solo in base alle cifre: tuttavia, anche le cifre vogliono dire qualcosa, e quando sono del genere di quelle appena viste, rendono doverosa la domanda se si stia battendo la strada giusta. Non vogliamo neppure essere così ingenerosi, o addirittura faziosi, da attribuire a lui personalmente tutta la responsabilità della disfatta: è chiaro che il male parte da lontano; dieci anni di lavoro, peraltro, sono un lasso di tempo rispettabile e tale da poterne giudicare i risultati. D’altra parte, se è vero che il male parte da lontano, è pur vero, secondo noi, che esso affonda le radici in quella teologia degenerata, in quella pastorale avventata e in quella dottrina sfigurata che hanno avuto inizio negli anni ’50 e ’60 del Novecento,  proprio nelle diocesi tedesche, così ricche materialmente e così complessate nei confronti dei loro vicini protestanti, ai quali tanti vescovi e teologi cattolici volevano assomigliare, per esempio battendoli in breccia quanto a rigorosa applicazione dei postulati della filologia e dell’esegesi biblica storico-critica, demolendo i supposti miti delle Scritture e della Tradizione, uno ad uno, sino a fare di Gesù, forse inconsapevolmente, il portatore di un messaggio tutto umano, senza il respiro della vita divina, senza il profumo degli orizzonti infiniti del soprannaturale. L’altro grande complesso d’inferiorità, i cattolici tedeschi – e, poi, non solo tedeschi – lo avevano nei confronti dei marxisti, ai quali volevano dimostrare di amare il “popolo” e di essere sensibili al suo sfruttamento (vero o presunto) non meno di loro: e qui vi è stato l’incontro fatale, negli anni ’70, con la teologia della liberazione, d’origine latino-americana. Il marxismo, però, è caduto miseramente e il protestantesimo giace in agonia ancor più del cattolicesimo, con le chiese vuote, nonostante le donne sacerdote e i pastori omosessuali d’ambo i sessi. Possibile che ciò non suggerisca alcun interrogativo ai Kasper, ai Marx e… a papa Francesco?


Generali disfatti e senza esercito pretendono di  rifare l’opera di Dio, meglio di Lui

di Francesco Lamendola