ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 1 febbraio 2017

Un' interminabile tortura?

Ritorno al passato



Circa un anno fa, precisamente il 23 febbraio 2016, scrissi un post su quella che mi sembrava una tendenza serpeggiante nella Chiesa d’oggi: la nostalgia degli anni immediatamente successivi alla conclusione del Concilio Vaticano II (“Formidabili quegli anni”). Mi sono tornate in mente quelle riflessioni nei giorni scorsi per due o tre circostanze. La prima è stata la lettura di un articolo del Timonesull’esortazione  apostolica Amoris laetitia, la quale non sarebbe altro che la riproposizione delle tesi sostenute negli anni Ottanta dal Padre Bernhard Häring. La seconda circostanza è stata l’attacco del Prof. Andrea Grillo al Card. Carlo Caffarra sulla rivista Munera, nel quale si rievoca la protesta di un gruppo di teologi italiani alla fine degli anni Ottanta (capeggiata, anche questa, da Padre Häring). In questi giorni, infine, la notizia, data da SandroMagister e confermata dalla rivista dei gesuiti America, della costituzione di una commissione deputata alla revisione dell’istruzione Liturgiam authenticam (28 marzo 2001). Potrebbero sembrare — e senz’altro sono — fatti slegati fra loro; c’è però un filo rosso che li accomuna: lo sguardo rivolto al passato.



Il Prof. Grillo potrebbe assentire, confermando che con l’attuale pontificato la Chiesa sta riallacciando i legami con la “grande tradizione cattolica”, legami interrotti dalla “teologia intollerante e sorprendentemente semplificatrice” che era stata fatta propria dal magistero della Chiesa negli ultimi trent’anni. Per quanto anch’io condivida, in linea di principio, la distinzione fra una pseudo-tradizione dell’immediato passato e la “grande tradizione” della Chiesa (si veda il post del 7 marzo 2009), nel caso specifico, ritengo che lo sguardo, di cui sopra, non abbia nulla a che fare con la “grande tradizione cattolica”, ma sia rivolto appunto all’immediato passato, agli anni giovanili di quelli che, con l’attuale pontificato, sono riusciti a raggiungere il potere nella Chiesa e intendono finalmente dare attuazione ai loro antichi progetti, rimasti finora nel cassetto.

In questi quattro anni ci è stato fatto il lavaggio del cervello per farci credere che finalmente la Chiesa ha ripreso il cammino che aveva iniziato con il Vaticano II e che era stato poi ingiustificatamente interrotto; il rinnovamento conciliare, dopo cinquant’anni, può finalmente vedere la luce; la Curia sarà una buona volta riformata; si può cominciare a respirare dopo anni di rinchiuso e di oscurità. Significative alcune espressioni del Prof. Grillo: “La fine di un mondo. Forse la fine di un incubo. Sicuramente la fine di un delirio”.

Se devo essere sincero, di nuovo io finora ho visto ben poco. Tutte quelle che vengono contrabbandate come novità sono in realtà la riproposizione di tesi sostenute nell’immediato postconcilio e che erano state giustamente accantonate, perché ritenute erronee o quantomeno inopportune dal magistero della Chiesa. L’esempio piú eclatante è, appunto, Amoris laetitia, che sdogana, dopo trent’anni, le posizioni, allora condannate, di Padre Häring.

Si trattasse solo della nostalgia di qualche teologo, si potrebbe pure sorridere e chiudere un occhio. Quel che è grave è che qui si tratta invece di interventi di governo che rimettono in discussione il cammino che la Chiesa ha compiuto negli ultimi cinquant’anni. Sembrerebbe che cinquant’anni siano trascorsi invano: si ha l’impressione che tutto ciò che è stato fatto — in campo dottrinale, morale, liturgico, canonico, disciplinare, ecc. — dalla fine del Concilio fino a quattro anni fa debba essere cancellato e si debba tornare all’anno zero, all’8 dicembre 1965, per riprendere il cammino in una direzione opposta a quella che allora fu intrapresa.

Mi sembra molto significativa la decisione (sulla quale mi riservo di tornare in maniera specifica, perché la ritengo estremamente preoccupante) di rimettere in discussione l’istruzione Liturgiam authenticam. Finora, in campo liturgico, la Chiesa aveva percorso una certa strada, caratterizzata da uno sviluppo forse un po’ altalenante, ma comunque abbastanza coerente. La tappa successiva, nella stessa direzione, sembrava dover essere la tanto attesa e discussa “riforma della riforma”. E invece ora si fa dietro front: “Scusate, abbiamo sbagliato strada; solo ora ci siamo accorti che al bivio dovevamo imboccare l’altra strada. Siamo costretti a tornare indietro. Vogliate scusare i disagi”.

Qualcuno interpreta questo “ritorno al passato” come una specie di “rivincita” sul pontificato immediatamente precedente, quello di Benedetto XVI. Io invece vado sempre piú convincendomi che il vero nemico da abbattere non sia tanto Papa Benedetto, quanto piuttosto il suo predecessore, San Giovanni Paolo II. Ratzinger viene considerato un nemico solo in quanto prima, come Cardinale, fu stretto collaboratore di Papa Wojtyla (benché di orientamento teologico diverso, si dimostrò sempre leale) e poi, come Pontefice, proseguí sulla stessa linea. Il pontificato di Giovanni Paolo II — durato, non dimentichiamolo, ventisette anni! — deve essere stato, per lo schieramento attualmente al potere, una interminabile tortura: tutti i loro progetti venivano sistematicamente accantonati, in favore di un rinnovamento della Chiesa nel solco della tradizione. Ora che gli oppositori di Papa Wojtyla sono usciti allo scoperto e hanno raggiunto i vertici della Chiesa, è ovvio che il loro desiderio sia quello di cancellare quel pontificato e di smantellare tutto ciò che esso aveva realizzato.

Io stesso mi sono trovato spesso in disaccordo con Giovanni Paolo II su alcune sue scelte pastorali; non mi è mai piaciuto il “culto della personalità” che era stato creato intorno a lui (anche se ora comincio a comprenderne l’utilità); ho criticato l’insolita celerità con cui si sono svolti i processi di beatificazione e canonizzazione (ma, anche in questo caso, penso di capire solo ora il motivo di tanta fretta). Ma non posso non riconoscere la grandezza di Papa Wojtyla e il contributo determinante che egli ha dato alla Chiesa dei nostri giorni: quando assunse il pontificato, la Chiesa era ridotta in condizioni pietose; alla sua morte, ha lasciato una Chiesa che aveva ritrovato una sua identità, una certa sicurezza e, diciamo pure, una certa fierezza. La Chiesa di oggi, quella reale che soffre in silenzio, non quella virtuale presentata dai media, è figlia di Giovanni Paolo II, da lui è stata plasmata, e proprio per questo rimane disorientata di fronte a certe decisioni che dànno l’impressione di voler rimettere in discussione ciò che egli fece.


Sono convinto che il tentativo di smantellamento del pontificato wojtyliano sia destinato al fallimento. Nel post del 23 febbraio 2016 spiegavo i motivi per cui non è possibile spostare indietro le lancette della storia. Il contributo che San Giovanni Paolo II ha dato alla Chiesa è un’acquisizione irreversibile. Non che ci si debba fermare a lui: la Chiesa deve ovviamente continuare il suo cammino nella storia, purché lo faccia nella direzione che lui, Santo, le ha indicato.
Q

De Certeau, il teologo "barricadero" che piace al Papa
Definito da Papa Francesco "il più grande teologo per il giorno d’oggi", Michel de Certeau ha sostenuto tesi di rottura conciliare e di attrazione verso il maggio francese cercando di unire il '68 al Concilio. E la rivista dell'Università cattolica ne ha scritto il ritratto appassionato.

Sull’ultimo numero di «Vita & Pensiero», la rivista dell’Università Cattolica, la storica americana Natalie Zemon Davis traccia un ritratto appassionato di Michel de Certeau (1925-1986), che papa Bergoglio ha definito «il più grande teologo per il giorno d’oggi». Poiché non mi intendo di teologia, incuriosito sono andato a vedere su internet e ho trovato le foto (sempre in borghese) di questo «gesuita, antropologo, linguista e storico francese, la cui opera spazia su ambiti diversi quali la psicoanalisi, la filosofia e le scienze sociali».
Al suo funerale, a Parigi, nella chiesa di Saint-Ignace risuonarono le note di Je ne regrette rien di Edith Piaf: «Non rimpiango niente». Curioso: che cosa ci sarebbe stato da rimpiangere o i cui pentirsi? Savoiardo di Chambéry ed ex staffetta partigiana, il de Certeau, nel 1950 divenne gesuita e fu allievo del celebre p. Henri de Lubac (poi diventato cardinale), nello stesso anno in cui il papa Pio XII «ordinò a de Lubac di interrompere l’insegnamento pubblico e censurò il suo libro sul soprannaturale». De Certeau era affascinato dai «mistici selvaggi» del XVII secolo, in particolare dal gesuita Jean-Joseph Surin, la cui predicazione itinerante rasentava l’eresia (nella Francia delle guerre di religione) e che ebbe un ruolo di primo piano nel grande esorcismo delle suore orsoline indemoniate di Loudun (attorno agli anni 1635 e 1636).
Scrive infatti la Davis su de Certeau che «i suoi eroi sono spesso vagabondi, pellegrini, missionari e nomadi come il visionario seicentesco Jean de Labadie, che iniziò da gesuita (…) e finì col fondare nei Paesi Bassi una comunità protestante». De Certeau nel 1964 fu uno dei membri fondatori dell’École freudienne di Parigi, l’istituto del famoso Jacques Lacan. Erano gli anni del Concilio, le cui riforme a suo avviso «costituivano un “rottura” creativa con gli inflessibili schemi gerarchici del passato». Infatti, «riteneva che il Vaticano II avrebbe dovuto portare la Chiesa a immergersi completamente nelle tematiche del mondo moderno».
Coerentemente, viaggiò molto in Sudamerica, «attirato dai sacerdoti della Teologia della liberazione». Si entusiasmò per il Maggio (1968) francese e scrisse che «lo scorso maggio la parola è stata presa come nel 1789 è stata presa la Bastiglia». Manifestò in seguito la sua delusione per il fallimento sia delle speranze sessantottine che di quelle conciliari. Nel 1971 un suo saggio sul significato del cristianesimo fu respinto dall’Institut Catholique di Parigi (che glielo aveva richiesto) e lui, anziché correggerlo come suggerito dallo stesso Istituto, lo pubblicò col titolo La rupture instauratrice, dove sosteneva che «il “seguitemi” di Gesù viene da una voce eclissata, ormai irrecuperabile per sempre». A questo punto anche de Lubac prese le distanze da lui, «accusandolo di essere un gioachimita alla ricerca, come il visionario medievale, di una presunta epoca d’oro della pura spiritualità, priva di qualsiasi tipo di istituzione ecclesiastica o disciplinare».
Forse qualcuno, più esperto di me, può illuminare meglio questa figura di teologo e farmi capire perché è «il più grande» per i tempi che corrono. E’ anche vero che i gesuiti non sono più quelli di san Roberto Bellarmino, ma quando hanno cessato di esserlo? 

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