ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 25 aprile 2017

I ministri dell'Ego

IL NUOVO DIO "EGO"

    Da ministri di Dio a ministri dell'Ego. Intellettuali e Neo-Chiesa schiavi del dio "Ego" un mostro insaziabile che dopo il pasto ha più fame di prima. La Chiesa ha smarrito la sua prospettiva ultraterrena che è dire che ha smarrito Dio 
di F.Lamendola  



La malattia dell’uomo è, ed è sempre stata, l’ego. La malattia dell’uomo moderno è diventata una metastasi, perché egli ha deliberatamente distrutto ciò che teneva a freno l’ipertrofia dell’ego: il senso del divino. Finché Dio occupa un posto nella vita degli uomini, l’ego è tenuto a bada e le energie della persona, comprese l’ambizione e il desiderio di gloria, sono incanalate e messe al servizio di un causa più nobile e più alta che non sia la pura e semplice gratificazione narcisista: sono messe al servizio della morale cristiana. Ma quando la società europea ha voltato le spalle a Dio, e ha creato una civiltà nuova, irreligiosa e materialista, basata sul culto della Ragione, della Scienza e del Progresso, l’ego è tornato a crescere tumultuosamente e di nuovo si è imposto come il fine delle azioni umane. I disastri della storia moderna, i massacri e i genocidi, la competizione selvaggia, il cancro di una finanza sempre più potente e sempre più vorace, le due guerre mondiali, la bomba atomica: tutto questo è stato il risultato di una morale scardinata dalla scomparsa di Dio e di una prospettiva ultraterrena.
Insieme a Dio, gli uomini hanno voltato le spalle al pensiero della vita dopo la morte: il loro orizzonte si è ristretto, si è rimpicciolito, si  è immiserito: hanno voluto fare della vita terrena l’unica vita possibile, e hanno chiamato follia e alienazione qualunque riflessione, qualunque sguardo rivolto alla vita eterna.
Il Peccato originale è un peccato prodotto dall’ego: un misto d’invidia maligna e di folle superbiasarete come Dio. Noi siamo figli di quel peccato, di quella presunzione. Per duemila anni il cristianesimo ha ripristinato negli uomini il senso del limite e il senso del mistero, ricacciando l’ego nel fondo della caverna, e mettendogli la museruola, perché esso è un mostro che non esita a mordere e graffiare tutto ciò che si frappone fra lui e il raggiungimento del suo scopo, che è uno scopo illimitato: sempre di più. Di qualunque cosa: sempre di più. Sempre più piacere, sempre più potere, sempre più ricchezza. E  al diavolo tutto ciò che fa da ostacolo, tutto ciò che costituisce un impaccio. Lo sgretolamento della famiglia e della società moderna nasce da questa radice. Nessuno vuole più sacrificare nulla di sé; nessuno vuole più porre un limite al proprio ego. Limitarsi è divenuta un cosa brutta; la sobrietà, la modestia, la frugalità, sono divenute qualcosa di vergognoso, di turpe. Chi si nasconde vuol dire che ha qualcosa da nascondere: bisogna mostrarsi, esibirsi, spogliarsi, farsi ammirare senza veli, sempre, in tutto il proprio sconfinato narcisismo. Anche quando si dorme, anche quando si va al gabinetto, anche quando si fa all’amore: come nella Casa del Grande Fratello televisivo. Gli altri devono vedere, devono sapere, devono ammirare tutto quel che l’ego fa: è come un mostro insaziabile, che dopo il pasto ha più fame che primaL’inafferrabile oggetto del desiderio, diceva un altro poeta, Ludovico Ariosto: l’uomo è essenzialmente una creatura desiderante. Certo: e non c’è niente di male in questo. Di più: non c’è niente di male nel desiderare la felicità; l’uomo è fatto per questo. Per questo viene al mondo, per questo vive: per essere felice. Solo che la felicità non si trova nell’inseguire incessantemente i desideri e le brame dell’ego: è una corsa senza fine, frustrante, amarissima, che non conduce da nessuna parte. Infatti, il movimento degli eroi dell’Orlando Furioso è curiosamente circolare: tornano sempre al punto di partenza. La struttura del mondo è divenuta labirintica, e l’inchiesta, cioè la ricerca della cosa desiderata, si trasforma in un continuo ”errare”, in un continuo andare a casaccio, di qua e di là, senza pace, senza gioia, senza mai intravedere la meta, anzi, allontanandosi inesorabilmente da essa. Perché la meta non c’è: è sempre oltre.
Tale è il destino dell’uomo moderno, figlio della civiltà moderna. Seguace del Progresso, si è votato a un dio incontentabile: perché il Progresso, per definizione, è sempre un passo avanti. Nessuno lo può afferrare. Se lo si afferra, ecco che fra le mani ci si ritrova non il Progresso, ma il suo guscio vuoto, ciò che è rimasto indietro, il fiore appassito. Il Progresso è andato avanti e ci ha lasciato le sue vestigia. Noi siamo gli adoratori di qualcosa che ci sfugge per definizione; e non troviamo, né troveremo mai la pace, perché abbiamo deciso di fare dell’immanenza il nostro solo orizzonte esistenziale, e del finito, la nostra meta ultima. Il che è una contraddizione in termini. La meta ultima non può essere qualcosa di quaggiù, perché, in tal caso, essa sarebbe la morte. Meglio, sarebbe la tomba: una morte dalla quale non si esce, un sepolcro che rimane sigillato. In tal caso avevano ragione quei commissari giacobini i quali, durante la Rivoluzione francese, facevano porre sui cimiteri la scritta: La morte è un sonno eterno. Una verità innegabile, date le premesse: ma, proprio per questo, tanto più sgradevole. Nessuna civiltà ha mai avuto tanta paura della morte, come la civiltà moderna, che nega Dio e la vita ultraterrena: tanto è vero che non vuole parlarne mai. Ecco, la decadenza della Chiesa cattolica si capisce anche da questo: che, infiltrata dalla teologia modernista e gnostica, ha smesso, a sua volta, di parlare della morte, del giudizio e dell’aldilà: si limita a parlare sempre delle cose di quaggiù. Ha smarrito la prospettiva ultraterrena, perché ha smarrito il senso della spiritualità e della trascendenza; ha smarrito la dimensione verticale della fede. Che è quanto dire che ha smarrito Dio. Tuttavia, ipocrita e vile, piuttosto che confessarlo apertamente, si è fabbricata un “nuovo” dio, simile solo in apparenza a quello del Vangelo: un dio che parla sempre delle cose di quaggiù. Oh, belle parole, bei concetti, niente da obiettare: amore, perdono, solidarietà, fratellanza, accoglienza, inclusione – ma solo per nascondere il fatto che conta davvero: che al Padre celeste, lei non crede più. Dice di aver trovato una fede più “adulta”, ma sono solo chiacchiere: in realtà, ha semplicemente smarrito la fede. In compenso, come era ovvio, ha ritrovato l’ego, eccome. Ed ecco che questi cattolici “adulti” si scatenano nel mettersi in mostra, nel fare a gara per chi grida più forte: questi “preti di strada”, questi vescovi progressisti, questi teologi della “liberazione”, queste teologhe femministe, questo papa che “sa di pecora”, e si prende l’agnello pasquale sulle spalle, e si fa fotografare così, per far sapere a tutti quanto è umile e quanto è simile al Buon Pastore, al punto che la gente pensa sia lui il Buon Pastore e si dimentica che di Buon Pastore ce n’è uno solo, Dio, e tutti gli altri sono, al massimo, operai della vigna, cioè servi inutili, che fanno solamente il proprio dovere: tutti costoro sono schiavi dell’ego, vogliono sentirsi protagonisti, vogliono sentirsi importanti, vogliono essere ammirati e, possibilmente, applauditi. Non sopportano di passare inosservati, di vivere in silenzio, di contemplare Dio nella quiete dell’anima: a che serve avere un dio, se non lo si può gridare, se non lo si può trasformare in una cassa di risonanza del proprio ego?
L’unica strada per evitare questo destino è quella indicata da Gesù Cristo: la strada dell’amore autentico, puro e disinteressato; dell’amore che dona tutto se stesso, senza chiedere nulla; dell’amore che gioisce del bene altrui, dei successi altrui, e non prova invidia, né si rammarica di non poter disporre delle cose e delle persone come se fossero oggetti personali. Gesù è risorto perché ha amato incondizionatamente, facendosi tutt’uno con la volontà del Padre. Si è fatto piccolo e umile per divenire un perfetto strumento nelle mani di Lui: si è svuotato del proprio ego. Il demonio, nel deserto, lo ha tentato, appellandosi al suo ego: e ha perso, è perché Gesù aveva crocifisso il proprio ego, e, reso leggero da quella vittoria, era pronto per lasciarsi riempire dall’amore del Padre. Chi si svuota del proprio ego per lasciarsi riempire da Dio, non cadrà mai in potere del demonio. Nemmeno la morte avrà più potere su di lui: perché tutti moriremo, fisicamente parlando, ma solo chi non avrà saputo liberarsi dal fardello dell’ego morirà per la seconda volta: scivolerà nel buio, dove scompare chi ha saputo adorare solamente se stesso. Gravissima, perciò, è la responsabilità dei pastori del gregge i quali, da ministri di Dio, si son fatti ministri dell’ego: hanno impedito alle anime di accedere alla casa del Padre, e non ci sono entrati nemmeno loro. A che serve entrare in una chiesa, per udire un sacerdote che officia la santa Messa come se fosse un rito puramente umano, e dove i fedeli si comportano come se ad essere adorato non fosse il Padre celeste, ma il loro stesso ego? Tanto varrebbe andare ad assistere un evento mondano, a una kermesse politica, a uno spettacolo culturale, o a uno spettacolo nel senso profano del termine. Non è per soddisfare l’ego che si va in cerca di Dio, ma per trovare il significato più autentico della propria vita. Signore, e da chi andremo?, risponde san Pietro a Gesù Cristo, che ha domandato ai dodici apostoli se vogliono andarsene anche loro; tu solo hai parole di vita eterna. Ma i vescovi progressisti e i teologi modernisti non hanno parole di vita eterna; credendo di essere più vicini al popolo, essi lo tradiscono, perché lo lasciano orfano del vero Dio, che non è un re di questo mondo.
La conseguenza più immediata ed evidente dell’ipertrofia dell’ego è, insieme alla superbia, la ferma convinzione di non aver nulla da imparare e da capire, perché si sa già tutto e si capisce tutto. Il più tipico esemplare umano di questo atteggiamento mentale è il cosiddetto intellettuale: un individuo che vive spacciando il suo falso sapere per sapere autentico e che trascina le masse, che lo vedono come una sorta di guida infallibile, nei suoi stessi errori. Ora, l’intellettuale per definizione è un progressista: infatti, dall’illuminismo in poi, la società non ammette, né riconosce altro tipo d’intellettuale, l’erede dei philosphes e dei savants. Un intellettuale conservatore, un intellettuale cattolico, un intellettuale antimoderno, sarebbero altrettante contraddizioni in termini: la società non li riconosce, non li stima, non li ascolta. Del resto, l’intero establishment culturale è formato dagli intellettuali progressisti, i quali hanno formato una sorta di confraternita, o, se si preferisce, di massoneria, la quale apertamente, e senza alcun pudore, favorisce se stessa, applaude se stessa, premia se stessa. L’asino si strofina all’altro asino, dice un proverbio latino: gli intellettuali progressisti fanno lo stesso. Qualche volta litigano, ma è più per gettare fumo negli occhi del pubblico; oppure, caso più serio e più frequente, per meschine rivalità e gelosie di ordine personale. Sono semplicemente invidiosi, ecco tutto. Anche se agiscono in regime di monopolio, e in regime di monopolio (cioè senza alcun contraddittorio) pubblicano i loro libri, vanno in televisione, vincono i loro premi letterari, di fatto sono invidiosissimi e rancorosissimi l’uno nei confronti dell’altro, come mogli gelose pronte  cavare gli occhi alle possibili amanti del marito. Dove il “marito” è il pubblico, che offre il necessario palcoscenico per allestire lo spettacolo trionfante del loro ego. L’intellettuale progressista parla volentieri in prima persona: vuol far sapere al pubblico che lui sa questo, che lui ha capito quell’altro, e non si vergogna di raccontare anche i sui fatti privati, tanto è convinto di averne il diritto, tanto è sicuro che le sue parole non daranno fastidio a nessuno, perché egli è su di un piedistallo, e chi, tra la folla, prova fastidio di chi sta sul piedistallo? Qualcuno, infatti, deve stare lassù. E qui emerge un altro aspetto caratteristico dell’intellettuale progressista: la sua concezione feudale della cultura e del sapere. La cultura è sua, il sapere è suo. Quando parla e quando scrive, raramente si abbassa al livello di comprensione del comune mortale; e, del resto, ha ragione di fare così, dal momento che la stima in cui è tenuto è in ragione diretta della sua astrusità, della sua incomprensibilità. Da ciò, anche, la sua perenne aria sdegnosa, e il disprezzo esplicito di cui gratifica quanti, per caso, non sono a giorno della sue verità. Un terzo elemento caratteristico è la sua convinzione, tanto illogica quanto radicata, di essere un coraggioso difensore delle minoranze: non vede che ha dietro le spalle, pronto a sostenerlo, l’intero sistema culturale; vede quel che vuole vedere, cioè che le sue parole potrebbero incontrare delle resistenze, potrebbero non trovar unanimi consensi, e si auto-persuade di essere all’avanguardia di una crociata sacrosanta per la civiltà e il progresso. Il progresso, sempre e comunque; il progresso a prescindere.
Oggi questa figura s’incarna nel femminista, omosessualista, immigrazionista, multiculturalista, relativista, e, se cattolico, modernista: come il papa Francesco, che invita a prendere esempio da don Milani, pessimo maestro e pessimo interprete del Vangelo (infatti nessun papa prima di lui aveva fato altrettanto; e Giovanni XXIII, da molti considerato il primo papa della “svolta”, aveva definito don Milani un povero pazzerello fuggito al manicomio; e si ricordi che don Milani fu tra i primi a volere che il Crocifisso fosse tolto dalla aule scolastiche, in omaggio alla laicità dello Stato). L’intellettuale progressista è incarnato dalla miliardaria Regina Catrambone, che va a prendere i migranti/invasori sulle coste della Libia per “salvarli”; dalla signora Laura Boldrini o dal signor Nichi Vendola, i quali, imperterriti, predicano il dovere di accogliere i migranti/invasori islamici, a costo di diventare autolesionisti: perché si sa che in certi Paesi islamici le donne non possono neanche guidare l’automobile, e che gli omosessuali vengono impiccati. L’importante è scagliarsi contro qualcuno: contro gli italiani “egoisti”, “populisti”, “razzisti”; l’importante è mostrare arroganza e disprezzo verso chi dissente dal loro vangelo. Intellettuali tipici sono Fo, Moravia, Pasolini, Balestrini; i vari Eco, Cacciari, Galimberti, De Luca, Saviano. Dietro l’apparente diversità, hanno un inconfondibile tratto comune: l’arroganza, la saccenteria, l’abitudine a non discutere con chi la pensa diversamente, ma a sfotterlo, perché non lo ritengono degno di sprecare un ragionamento. Sanno già tutto, loro: sono pieni del loro ego ipertrofico; e Dio, se c’è, è fatto sulla loro misura…


IL NUOVO DIO "EGO" DEGLI INTELLETTUALI E DELLA NEO-CHIESA

Tu solo hai parole di vita eterna

di Francesco Lamendola

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