ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 16 maggio 2017

Auguri di buona €pifania

Gli auguri del Papa. Cooperazione e solidarietà
L'Osservatore Romano 
Pubblichiamo in una traduzione italiana il telegramma inviato dal Papa al presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron. 
In occasione della sua investitura come presidente della Repubblica francese, le porgo i miei più cordiali auguri per l’esercizio delle sue alte funzioni al servizio di tutti i suoi concittadini. Prego Dio di sostenerla affinché il suo paese, in fedeltà alla ricca diversità delle sue tradizioni morali e della sua eredità spirituale segnata anche dalla tradizione cristiana, abbia sempre a cuore l’edificazione di una società più giusta e fraterna. Nel rispetto delle differenze e nell’attenzione per le persone in situazione di precarietà e di esclusione, che esso contribuisca alla cooperazione e alla solidarietà tra le nazioni. Che la Francia continui a favorire, in seno all’Europa e nel mondo, la ricerca della pace e del bene comune, il rispetto della vita, come pure la difesa della dignità di ogni persona e di tutti i popoli. Su di lei e su tutti gli abitanti della Francia imparto di tutto cuore la benedizione del Signore.
Francesco

http://www.totustuus.it/

Un’epifania rivoluzionaria

Il risultato delle elezioni presidenziali francesi induce ad amare e ferme considerazioni.


È una vittoria completa dei “poteri forti”, della finanza internazionale, mondialista, sinarchica, immigrazionista ed europeista. La vittoria consiste soprattutto nel fatto che hanno generato – novelli Frankenstein – dal nulla una sorta di “homunculus”, perfettamente registrato all’uopo, esteticamente, emotivamente, psicologicamente e comportamentalmente impeccabile, e che questa “creatura” ha vinto come un treno in corsa.

Macron è un’epifania rivoluzionaria.

Naturalmente, ha potuto ottenere il suo risultato solo grazie all’immancabile appoggio dei “moderati”, ovvero dei traditori geneticamente programmati della civiltà cristiana e occidentale. Fa impressione il fatto che la sera stessa della sconfitta al primo turno Fillon abbia dato indicazione di votare Macron: tutto era già programmato. Macron stesso, in fondo, è stato tirato fuori dal cilindro proprio perché era chiaro che Fillon non era in grado di creare quella muraglia di resistenza necessaria a “salvare” la Francia dalla “catastrofe” lepenista.

Macron è di “centro”: che vuol dire tutto e non vuol dire niente. Presentandolo come candidato di centro, lo si è reso votabile dai conservatori fino ai comunisti, con la giustificazione dell’antilepenismo, appunto. Ed è quello che è avvenuto.

La verità banalissima e crudele è che gli europei, avendo ancora la pasta e il pane a tavola, e pure la carne, e pure la macchina, e parecchi ancora pure la casa prima e seconda, e i biglietti per le vacanze, preferiscono non pensare, non capire, non rischiare. Preferiscono far finta che tutto sia ancora come nei decenni del dopoguerra. Compresi coloro che sanno come stanno le cose, che le denunciano pure. Ma, al dunque, diventano restii ad operare in maniera profonda per fermare la catastrofe della nostra società e civiltà. Dinanzi alla pancia ancora piena e alla vita ancora relativamente “tranquilla” (tanto, i disoccupati, le donne violentate o gli uomini assassinati dagli immigrati, le vittime del terrorismo, i bambini rieducati al gender, sono sempre “gli altri”), il loro coraggio si annebbia: meglio non apparire “sgraditi” al sistema e mantenere quelle piccole “abbondanze” che ancora abbiamo. Finché durano.

Non stiamo dicendo che Marine Le Pen era il rimedio a tutti i suddetti mali. Anzi, Marine Le Pen, per molti di questi mali, a partire da quelli gravissimi di ordine morale (omosessualismo, genderismo, eutanasismo, abortismo, ecc.), non era affatto un rimedio, ma un’altra tragedia. D’altro canto, per l’aspetto invece dell’antieuropeismo, della guerra all’euro e all’immigrazionismo, di un rinnovato sovranismo, si presentava invece come un possibile (il carattere ipotetico rimane obbligatorio, visto anche il cambiamento repentino di un Trump) ostacolo alla corsa dissolutoria dei poteri forti sinarchici e mondialisti. Comunque, era un simbolo da abbattere.

E la Le Pen è stata duramente sconfitta. Le chiacchiere riduzionistiche stanno a zero. Riprova cogente è che ha già detto che vuole cambiare nome al partito: un modo per scaricare la colpa del fallimento sul padre. Cambierà anche il cognome e il proprio viso, visto che gli somiglia particolarmente?

Il problema non si risolve cambiando il nome dei partiti, il che presuppone poi, inevitabilmente, un progressivo cedimento di valori, fino a divenire pienamente accettati da quel sistema dei poteri forti che si voleva un tempo combattere (lo abbiamo già visto molte volte in Italia). Il problema è più profondo e risiede nel fatto che – dobbiamo ammetterlo con amarezza ma con chiarezza – oggi pensare di cambiare il corso della storia rivoluzionaria con gli strumenti usuali della Rivoluzione (ovvero all’interno del sistema democratico, a partire dai partiti) è impossibile e questo per tre ragioni inconfutabili: 1) già è difficilissimo creare un partito anti-sistema; 2) ancor più difficile è farlo decollare a livello nazionale, e comunque, ammesso che ci si riesca, questo richiede decenni (lo stesso Front National ha ormai quarant’anni); 3) ammesso anche che ci si riesca seriamente e abbastanza velocemente… arriva Macron.

E se non arriva Macron, arriva la magistratura. E se non arriva la magistratura, arriva qualcos’altro. Lo stesso inopinabile cambiamento di colui che in teoria è l’uomo più potente del mondo (e nella fattispecie odierna pure uno dei più ricchi in assoluto già per conto suo) sta a dimostrarlo chiaramente. Non mi meraviglierei se, piano piano, col tempo, si annacquasse pure la Brexit…

Che fare? Disperazione assoluta? Resa incondizionata? Chi scrive non ha la soluzione, ma cerca solo ora di gettare un po’ di lucidità per tenere ferma la speranza.

Il cattolico legato alla tradizione sa bene che per ogni evento della vita, specie per quelli più importanti e di natura sociale, vi sono sempre due vie di interpretazione e di operazione: la via sovrannaturale e quella naturale.

La via sovrannaturale non dipende da noi, se non in maniera indiretta: occorre pregare e fare tutto quanto possibile perché Dio intervenga al più presto e soccorra i suoi figli e la Chiesa (e l’Europa e l’Italia) dal trionfo delle forze della dissoluzione rivoluzionaria. Su questo piano, oggi, c’è molta aspettativa in chiave di profezie celesti (alcune – rarissime – vere, altre dubbie, la gran parte del tutto fantasiose): stiamo vivendo proprio il centenario delle apparizioni di Fatima in questi giorni. Possiamo solo pregare e aspettare, nella speranza che la promessa del 13 luglio 1917 divenga al più presto realtà.

Per quel che concerne la via naturale, credo che sarebbe giunta l’ora di smettere di sognare impossibili riscosse partitiche nel sistema democratico rivoluzionario in cui viviamo (è come rubare a casa dei ladri, o appiccare l’incendio a casa di Satanasso), il che però non esclude affatto, anzi, tutt’altro, l’impegno politico e culturale quotidiano e costante da parte di coloro che vogliono combattere la Rivoluzione gnostica, liberale, ugualitarista e mondialista. Questo impegno deve invece accrescersi, in quanto con la vittoria di Macron i pericoli disastrosi del gender, dell’omosessualismo, dell’abortismo, dell’eutanasismo, ma anche dell’invasionismo immigrazionista, dello strapotere pauperistico della finanza socialista, andranno ad accrescersi oltremisura. Insomma, ora saremo sempre più in mano ai Frankenstein dei nostri giorni, che ci vogliono far divenire sempre più bestie da soma sotto il loro controllo, distruggendo ogni nostro valore religioso, morale, etnico, culturale, civile, artistico, ecc. Vogliono “rivoluzionarci” antropologicamente”. L’incubo ora è totale, non più pensabile, ma reale.

Per questo occorre agire, più che mai. Ma occorre farlo in maniera molto ponderata e realistica, con chiara cognizione dei mezzi e dei fini e, ovviamente, in unione di forze. In questo senso, dinanzi alla catastrofe, sarebbe ora – lo ripetiamo per l’ennesima volta – che fossimo tutti capaci di superare le cause di divisione personale, ovvero l’aspetto meno grave (e quindi più colpevole) del nostro essere un’armata Brancaleone. Le divisioni ideologiche (e teologiche) e politiche non sono facilmente superabili: anzi, temo che col tempo si acuiranno sempre più, in quanto, specie a causa della devastante e sempre più radicale crisi della Chiesa, stiamo ogni giorno diventando di fatto due chiese differenti (ed è inutile, anzi, dannoso, nascondercelo: meglio dircelo…). Ma quelle di natura squisitamente personale possono essere superate con la carità e l’umiltà, almeno a livello funzionale per la battaglia comune. E in questo vi è più che mai necessità dell’appoggio materiale e concreto delle migliaia di cattolici, legati alla tradizione e al Bene, che si stanno svegliando ogni giorno di più: ricordiamoci sempre che più il demonio si mostra, più la sua bruttezza appare, più la gente ingenua comincia a capire. E a reagire.

La sconfitta di Marine Le Pen ci sia di insegnamento. La vittoria di Macron ci sia di sprone alla battaglia e all’unità. Per ottenere questa unità, è necessario averne lo spirito nell’anima e la disponibilità nella volontà: disponibilità a vincere la propria pigrizia o diffidenza e ad appoggiare chi ha la visione lucida delle cose e si impegna; disponibilità a incontrarsi; disponibilità ad aiutare le giuste e buone iniziative; disponibilità a creare struttura di buona battaglia comune.


Non è questa l’ora della disperazione. E nemmeno delle chiacchiere senza fatti. È l’ora dei guerrieri.

Ma l’Europa si è Macronizzata il cervello ?

DI ROSANNA SPADINI
comedonchisciotte.org
Grande festa nei palazzi dell’oligarchia francese, alla notizia della vittoria dell’ultra europeista Emmanuel Macron, un volto, una pattumiera.  Il miglior champagne è fluito a fiumi chez Bernard Arnault, proprietario del gruppo LVMH (Moët Hennessy Louis Vuitton), a capo del secondo patrimonio francese, undicesimo nel mondo, il terzo in Europa e il 13° a livello mondiale nel 2015, con una ricchezza stimata 37,2 miliardi di dollari. La messa in scena del drammone borghese del fascismo alle porte ha avuto il suo scontato effetto, e il prodotto ben confezionato del nuovo gattopardo ha avuto la meglio.

Proprietario tra le tante altre cose dei giornali Parisien, Aujourd’hui Francia ed Echos, tutti ferventi sostenitori di Emmanuel Macron.  In aggiunta il miliardario Patrick Drahi, nato in Marocco, doppia nazionalità franco-israeliano, residente in Svizzera, proprietario di un vasto impero mediatico e di telecomunicazioni, il tabloid Libération, che invitava espressamente di votare per Macron.
L’elenco di miliardari, banchieri e figure istituzionali è lungo, ed hanno tutti diritto di esultare per lo straordinario successo di un candidato che è stato eletto Presidente della Repubblica francese, nonostante la dichiarata pretesa di essere «un outsider». In realtà nella storia francese non c’è mai stato uno spiegamento così massiccio di corazzate mediatiche, come in questo caso.
I sondaggi del ballottaggio indicano che tra il 40% degli elettori Macron, una buona parte lo ha scelto esclusivamente per avversione lepenista, altri a sinistra lo hanno votato giurando pubblicamente che essi avrebbero combattuto contro di lui, una volta fosse stato eletto.
Ci saranno manifestazioni di piazza nei prossimi mesi, ma non incideranno minimamente sull’intento di Macron di barattare per decreto il diritto al lavoro col diritto di spennare vivi i poveri polli, che combattono fino all’ultimo voucher, in un momento in cui il capitale afferma la propria potenza  grazie alle delocalizzazioni, dumping salariale, offerta di manodopera a prezzi stracciati.
Per altro Hollande, nel momento di massima impopolarità del suo governo, con l’assistenza zelante dei principali network, le principali banche e oligarchie di vario tipo, è riuscito a promuovere il suo ex-consigliere economico a candidato del «cambiamento», una nuova stella politica, puntellata però da tutti i vecchi politici di cui l’elettorato voleva sbarazzarsi. Una dimostrazione straordinaria del potere della «comunicazione» nella società globalizzata, un trionfo per l’industria della pubblicità, dei media mainstream, che non sembrano essere ancora morti.
La Francia di Marine Le Pen è stata percepita come un potenziale anello debole nel progetto di globalizzazione, in grado di impedire la completa demolizione della sovranità nazionale, però grazie all’alleanza del capitale con la finanza, il pericolo è stato scongiurato.
E dunque Macron si è affermato con disinvoltura sorridente, celebrato da una sorta di plebiscito, lui che è più Obama di Obama stesso, più Blair di Blair stesso. Un clone di entrambi, confezionato su misura dalla classe dei banksters, che si apprestano a ricattare le poche garanzie sociali che ancora restano.
Un puro fenomeno mediatico privo di un partito di riferimento, un vuoto di valori e programmi, che risponde perfettamente alla gestione mediatica del potere nel nostro tempo, dove i politici vincenti arrivano alla ribalta unicamente per doti fotogeniche e telecomunicative, bypassando direttamente congressi partitici e beghe democratiche, ormai divenute desuete e anacronistiche.
L’outsider centrista, un cane sciolto che è diventato un concorrente di primo piano nella corsa presidenziale francese, ha spesso detto di essere un figlio della provincia francese, nulla di preordinato nella sua elezione.
Del resto solo tre anni fa era un completo sconosciuto, quindi non avrebbe mai potuto arrivare dov’è arrivato, se la finanza non lo avesse aiutato  a  rigenerare quello che lui ha definito un sistema politico «vuoto», per di più non riconoscendosi in nessuna ideologia preesistente.
Dopo due anni come ministro dell’economia sotto il presidente Francois Hollande, Macron ha avuto l’istinto politico di cogliere uno stato d’animo di sfiducia e disperazione in un Paese segnato da decenni di disoccupazione di massa e dalla nuova minaccia terroristica islamica. In meno di un anno ha costruito un movimento «En Marche!», che definisce «né di destra né di sinistra». Liberale progressista, si dichiara saldamente a sinistra sulle questioni sociali, ma odia il termine centrista, ed è aperto alle idee di destra.
Il Guardian lo definisce un «liberale di centro/sinistra», che rappresenterebbe per altro le idee della  «sinistra liberale». In realtà il tempo postmoderno induce a definizioni da neolingua:
1) «rifare il sistema politico fallito & vuoto» (ipocrisia camaleontica)
2) «relax del diritto al lavoro» (disoccupazione galoppante)
3) «tagliare le tasse» (naturalmente ai ricchi)
4) «riforma della gestione disoccupazione» (taglio degli ammortizzatori sociali)
5) «favorire la mobilità sociale» (sfruttamento della manovalanza a basso prezzo)
6) «tagliare la spesa pubblica, ma stimolare gli investimenti» (distruggere salute pubblica, scuole, infrastrutture)
7) «shrink del settore pubblico» (svendita di beni pubblici a prezzi stracciati per gli amici banchieri)
8) «ridurre il numero dei parlamentari» (accelerare l’erosione della democrazia rappresentativa)
9) «costruire un’Eurozona a due velocità» (un passo avanti verso la colonizzazione dei PIIGS)
10) «noleggio di 10.000 agenti di polizia» (controllo militare dei bisogni sociali).
La sinistra liberale dunque vorrebbe garantire la disuguaglianza sociale, il militarismo e il controllo sociale, di stampo fascista, mentre la redazione del Guardian è felice di promuoverla, affermando con orgoglio di essere un giornale di sinistra.
Basta convincere che l’unica opposizione consentita è una destra razzista e si può facilmente persuadere l’elettorato che Macron è veramente ancora quel vecchio hippy che sembrava essere al tempo del college, anche se ora è finanziato da un banchiere globalista, Rothschild, che dichiara pubblicamente la sua intenzione di voler favorire un sistema economico schiavista,  dove precarizzazione e disoccupazione producono la nuova classe degli schiavi, controllata da uno stato di polizia che ne impedisca la rivolta.
Le Monde rincalza « Macron farà le  riforme che Berlino chiede»,  le farà nei primi cento giorni, le farà «per decreto», senza passare per le camere, dato che non ha la maggioranza. Berlino ha  immediatamente risposto: prima fate le «riforme», tagliate i vostri costi del lavoro, del welfare pubblico, e poi penseremo a  fare «più Europa» (ossia collettivizzare i debiti pubblici).
E chiaro che a Parigi come a Washington, le oligarchie forzano le procedure, calpestano le norme democratiche e radicalizzano le classi sociali, in un’escalation ineluttabile che avvicina alla guerra civile, perché agli oligarchi «europeisti», non importa nulla della pace sociale, domata perfettamente con la paura indotta degli eventi terroristici.
Macron costruisce una macchina di consenso in pochissimo tempo formulando un verbo politico che sostituisce il concetto di uguaglianza con quello di libertà individuale, avvalendosi di una macchina elettorale nuova che ha coniugato «Big Data e porta a porta».
«La rivoluzione liberale francese»di Mauro Zanon, analizza l’ascesa di Macron alla presidenza della repubblica francese. Chissà come mai quel «fottuto banchiere» dei Rothschild poi è diventato il più classico ministro «riformista» pro liberalizzazioni del governo Hollande. In realtà il mantra celebrativo del politico senza partiti e fuori dai giochi di potere, filerebbe diritto nell’attuale categoria del partito personale, presente perfino nell’acronimo delle iniziali di nome e cognome (EM: Emmanuel Macron – En Marche!).
Il cammino di Macron quindi non nasce dal nulla, tipico enfant prodige della borghesia finanziaria, dove la possibilità di spostarsi orizzontalmente in ambito professionale non ha minimamente risentito della crisi, è l’esempio lampante di una mobilità all’americana tra un lavoro e l’altro: ispettorato generale delle finanze, funzionario di una potentissima banca d’affari, membro della prestigiosa Commissione Attali (voluta da Sarkozy), e infine ministro dell’Economia. Il tutto quando ancora aveva poco più di 30 anni. E mentre continua a peregrinare tra think tank neosocialisti, persevera con  banchieri, economisti liberisti, direttori di giornale, conduce trattative dall’ufficio Rothschild per la vendita di Le Parisien e orienta gli investimenti di Le Monde.
Si circonda di geni del web e della comunicazione, con un pizzico di troika eurocratica (Juncker e Schauble), e una buona dose di classe dirigente, che lo aveva finanziato quando muoveva i primi passi.
Nell’estate del 2015 Macron si dimette dalla compagine ministeriale dei socialisti, richiama gli amici e colleghi di studi di vecchia data e inizia la «Grande Marche». La Liegey-Muller-Pons (Lmp) gli fornisce la prima start up di strategia elettorale europea, e coniugando «Big Data e porta a porta, si adopera anzitutto per formare i volontari, scelti tra quelli che si erano iscritti spontaneamente sul sito di En Marche!». Sulla base di uno studio sociologico di migliaia di quartieri, gli «helpers» vengono spediti in quelli più rappresentativi della società, dove vengono raccolte centomila conversazioni e compilati migliaia di questionari. I «marcheurs», come vengono chiamati i volontari macronisti, hanno a disposizione due app fornite da Lmp, la prima per orientarli nella loro marcia sul piano socio-demografico, e la seconda per aiutarli a cogliere al volo il succo delle conversazioni con gli elettori.
A tutto ciò si aggiunge la rivoluzione scandalosa dell’enfant prodige, con il suo vessillo eretico ficcato nella marmellata della consapevolezza politica francese: «Il liberismo è di sinistra». Proprio lui, definito «l’uberista della politica» per le sue aperture al mercato, accompagnerà la svolta liberista della sinistra, ispirandosi all’impalcatura macroeconomica blairiana e trumpiana insieme.
Quindi grazie al massacro delle coscienze, Macron riesce progressivamente ad iniettare il virus liberista per avvelenare i pozzi all’interno del proprio campo politico, del resto a destra non ce n’era bisogno, visto che quell’impianto è già da lungo tempo dominante. Dunque il concetto di «libertà» dovrà  sostituisce quello di «uguaglianza», la «società della mobilità» quella «del welfare», il mantra della «semplificazione delle regole», al posto della «maggiore flessibilità». Alla fine non poteva mancare un bonus cultura da 500 euro per i neo diciottenni di renziana memoria, inserito nel programma di En Marche!.
«È una generazione, quella che si rispecchia nelle battaglie macroniste, cresciuta nell’Europa della mobilità, dell’Erasmus, della libera circolazione delle persone e dei beni, una generazione perennemente in viaggio, iperconnessa, postideologica, affascinata dai disruptors dell’economia, Uber, Airbnb, BlaBlaCar, KissKissBankBank, che guarda i film su Netflix e ascolta la musica su Spotify, che preferisce intraprendere che restare a vita nella pubblica amministrazione, che non idolatra il contratto a tempo indeterminato e crede nella «società della scelta» per combattere le diseguaglianze» (Mauro Zanon, La rivoluzione liberale francese). 
Rosanna Spadini Fonte: www.comedonchisciotte.org 16.05.2017
https://comedonchisciotte.org/ma-leuropa-si-e-macronizzata-il-cervello/

ATTI DI FORZA. GLI OLIGARCHI “SANNO DI AVERE POCO TEMPO”.


Macron farà “le  riforme”  che Berlino chiede,  spiega Le Monde.  Le farà nei primi cento giorni.  E, applaudendo alla bravura: Le farà “per decreto”, senza passare per   le camere. In cui non ha maggioranza. I sindacati scenderanno in piazza? I sindacati protestano sempre per qualunque ragione,hanno già protestato il giorno dopo la  trionfale elezione del candidato europeista. L’importante, è capire la strategia. Ad ogni richiesta di  Parigi alla Germania  di fare “più Europa”, ossia di emettere titoli di debito europei (mettere in comune i debiti pubblici) e soprattutto   ridurre l’enorme attivo commerciale tedesco, Berlino ha  risposto: prima fate le “riforme”, tagliate i vostri costi del lavoro, del sistema pubblico.

“Penser Printemps”, era il suo slogan. “Pensate Primavera”.

Ora Macron farà “le riforme”, e poi, vedrete, obbligherà la Germania a fare più Europa, a mettere in comune i debiti, obbligherà Berlino a fare dell’euro una vera moneta, con trasferimenti  dalla Germania ai paesi miserabili del terzo mondo europeo. Vedete che rischi corre Macron, che coraggio mostra, per fare più Europa.   Ridurrà i francesi alle austerità, che lo vogliano o no.
Passiamo a Washington. Dicono Politico, McClatchy, insomma  i siti del gossip del Colle: Comey, il capo dell’FBI, aveva chiesto al governo più mezzi, più fondi  e più uomini da dedicare alle indagini sulla collusione   di Trump con Putin. Esasperato, Donald   ha licenziato Comey.
Questa dell’interferenza di Mosca è una narrativa creata dai neocon (che vogliono la guerra con la Russia per il bene supremo di Sion) e di diversi democratici  clintoniani, per “spiegare” come mai Hillary Clinton ha perso. Non c’è uno straccio di prova, come ha dovuto confermare la senatrice Dianne Feinstein alla CNN martedì, dopo una visita alla Cia. “Nessuna prova finora”. Sono sei mesi che Comey ha impegnato lo FBI e i suoi potenti mezzi nella ricerca delle prove; ed ora ha chiesto soldi alla sua vittima per poterla incriminare.


Agente di Mosca.

L’effetto del licenziamento non ha però fatto calare l’accusa a Trump di essere soggetto a Putin:  anzi adesso i democratici pretendono che l’inchiesta venga accelerata, intensificata; anzi di più; che si nomini uno “special prosecutor”; un procuratore speciale –  come quello  che fu  nominato per indagare Nixon sullo scandalo Watergate (stranamente, i  democrats non ricordano mai l’altro special prosecutor, quello che  perseguì l’impeachment  di Bil  Clinton per  aver mentito sui suoi rapporti (carnali) con Monica Lewinsky).  I media ovviamente appoggiano  ululando  la causa:  la caccia a Trump spia russa è entrata in una fase nuova, più  violenta e decisa.

Le oligarchie hanno fretta

E chiaro  che a Parigi come a Washington, gli eventi hanno una cosa in  comune: gli atti di forza. Le oligarchie forzano le procedure,  calpestano le norme democratiche e  le classi sociali, abbandonano persino la semplice razionalità, pur di ottenere quello che vogliono. “Sanno di avere poco tempo”. Con ciò, sfidano le loro vittime a  rispondere con atti di forza e forzature,  in una escalation ineluttabile che avvicina alla guerra civile, o semplicemente alla guerra. Ai neocon, agli oligarchi “europeisti”, non importa nulla. Hanno fretta.

Una simile forzatura  distruttiva  sta avvenendo in Vaticano, sotto la guida di Bergoglio. Me l’hanno segnalata vari amici.
Il cardinale Francesco Coccopalmerio, residente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, ha scritto un librettino adulatorio del Papa  in difesa del “capitolo ottavo della Esortazione Amoris Laetitia”.  E’la solita questione della Comunione da dare a divorziati risposati,  come vuole Bergoglio; ma Coccopalmerio  la applica ad  altri Sacramenti.
Proviamo a seguire il suo ragionamento, perfidamente lucido: nella Amoris Laetitia, El  Papa e la sua Chiesa riconoscono che c’è del bene, “un seme di matrimonialità”, anche nelle unione “irregolari”,  negli adulteri di qualche durata ; ebbene, allora  ciò vale anche per il Sacramento dell’Ordine. I preti  e vescovi  anglicani, per esempio,  hanno “tracce di sacerdotalità”. “Abbiamo avuto, e abbiamo ancora, una rigida comprensione della validità e dell’invalidità:  questo è valido, e ciò non è valido. Bisogna dire: questo è valido in un certo contesto e ciò è valido in un altro contesto”.
Ora,  per il cattolicesimo è essenziale sapere se il prete che celebra la Messa è  “ordinato” in modo canonico, nella continuità con gli apostoli, perché da  ciò dipende la validità dell’Eucarestia ( degli altri sacramenti). Coccopalmerio dice che i preti anglicani possono celebrare Messe valide “in un certo contesto”  E’ chiaro il motivo: inglobarsi nelle forme del protestantesimo, dichiararle  tutte la stessa Chiesa.
Anche un non-credente, spero, può capire le conseguenze di queste  asserzioni. Anzitutto, Coccopalmerio contraddice la bolla di Leone XIII Apostolicae Curae (1896), la quale afferma che le ordinazioni degli anglicani sono “del tutto invalide  e assolutamente nulle”. Va bene – la nuova Chiesa si arroga  la pretesa di negare l’infallibilità dei Leone XIII, ma con ciò afferma invece l’infallibilità assoluta del suo papa preferito, Bergoglio.

“Mezzi” sacramenti del nuovo Cristo

Quindi Bergoglio è il nuovo Cristo,  colui che stabilisce  e proclama  una nuova Legge sulla propria autorità. Ma perché noi dovremmo credere che  l’argentino sia più infallibile di Leone? Una volta che si insinua che i precedenti documenti magistrali pontifici sono”superati”  e non obbligano noi fedeli, a maggior ragione noi fedeli cene infischiamo di quel che dice Bergoglio, solo perché è alla moda ed è amato dal fondatore di Repubblica e dalla Massoneria.
Anche perché, se diamo ragione al Cocco adulatore,   vuol dire che ci sono mezzi sacerdoti, gli anglicani,   che possono somministrare Comunioni valide “in un certo contesto”; e domani le vescovesse luterane, in cui  il Bergoglio  scorge “tracce” di sacerdotalità,   daranno “tracce” di estreme unzioni,  mezze assoluzioni semi-sacramentali,  residui  di Cresime…  Anche il non-credente, spero, coglierà che qui non è tanto offesa la Fede, quanto la Ragione. Questi sono dementi. O capziosi serpenti.
In realtà è proprio ciò che ha insinuato Schoenborn al Sinodo: visto che riconosciamo tracce di ecclesialità nelle Chiese separate, perché non riconoscere  tracce di matrimonialità  nelle “unioni irregolari”?
Non so se avete  capito:  questi prelati apostati non vogliono arrivare alla Comunione ai divorziati risposati – hanno già superato  questo scoglio. Vogliono arrivare al  matrimonio omosessuale,  a riconoscere “matrimonialità” alle nozze “gay”. E ammetterle alla Comunione . Sacrilega? ma solo “in un certo contesto”.
Credete forse che pongano tempo in mezzo costoro? No accelerano. Forzano. El Papa ha indicato loro la strada, nell’ottobre scorso: Bisogna «accogliere e accompagnare » omosessuali e trans, «questo è quello che farebbe Gesù oggi». Detto  fatto: ORA NUMEROSE PARROCCHIE, DA GENOVA A PALERMO, ADERISCONO ALLA GIORNATA MONDIALE PER LA LOTTA ALL’OMO-TRANSFOBIA
La Giornata Mondiale contro la omo-transfobia è ovviamente indetta dalle Nazioni Unite, ossia dalla Massoneria.  Già molte parrocchie aderiscono alla volontà massonica.

“Alcuni santi erano gay”, dicono in Vaticano.

Ma credete che si contentino? Che prendano una pausa? Macché. Ecco un titolo del Giornale.it: Il consulente del Vaticano: “Alcuni santi erano gay” – Padre James Martin, consulente della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, su Facebook: “… Potresti essere sorpreso quando in Paradiso verrai salutato da uomini e donne Lgbt”.
Hanno fretta. Sanno di avere poco tempo.
Un mio amico commenta: “Le parole di Coccopalmerio implicano che il sacramento della Ordinazione non ha valore in sé e diventano  una negazione di questo sacramento”. Un altro: “I ragionamenti di Coccopalmerio somigliano molto a quelli di un angelo decaduto che convinse Eva a mangiare il frutto proibito e a darne a suo marito”.
A me ha suscitato un ricordo  simile.  Il canto ventisettesimo dell’Inferno, dove Guido da Montefeltro – politico  fattosi francescano per salvare la propria anima – accetta di dare un consiglio  malvagio di potere politico a Bonifacio VIII, perché quel Papa gli dà l’assoluzione preventiva. “Lo ciel poss’io serrare e diserrare,  come tu sai”, gli dice  quel Papa, pre-Bergoglio.
Convinto, Guido,  che era stato un politico “più volpe che lione”,  consiglia al Papa di fare certe promesse e non mantenerle. Al momento della morte, si presenta san Francesco a prendere la sua anima e salvarla; ma deve abbandonarlo  un “nero cherubino”, il quale gli dice: “Non mi far torto …che assolver non si può chi non si pente – né pentere e volere insiem nol puossi / per la contraddizion che non consente”.
E mentre il nero cherubino lo porta giù, gli dice schernitore: “Forse/ tu non pensavi ch’io loico fossi”. Il diavolo è “loico”, sa fare ragionamenti  capziosi, e  suggerirli a un Coccopalmerio.
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http://www.maurizioblondet.it/atti-forza-gli-oligarchi-sanno-poco-tempo/
Sottomissione: siate coglioni fino in fondo!




Già si sapeva che i poteri finanziari optavano e spingevano ad ogni costo per Macron, oggi investito nel ruolo inconsueto di Lolito for President. Dovremo abituarci ad avere sua moglie come prémière maman di FranciaUna "famiglia rivoluzionaria", si scrive  già da più parti, una famiglia "allargata" coi tre figli di lei alcuni dei quali maggiori di lui, il più giovane presidente di Francia. L'ennesimo esempio che ormai le rivoluzioni le fanno solo le élites e il popolaccio è pubblico pagante che applaude.  
Marine Le Pen ha perso molto onorevolmente (il 35, 22%), ma intanto il Front è avanzato e da solo è il secondo partito dell'Esagono. Per certi altri aspetti, è bene che la situazione di un'Europa a brandelli che  tende a sfilacciare tutti i suoi stati membri (non esclusa la Francia), la erediti Micron e non la Le Pen. Ma l'idea che i francesi si siano fatti così meschinamente infinocchiare da questo sbarbatello proveniente dalla banca Rothschild e allievo del demonio Attali, beh... mi delude molto. Era già tutto previsto, tutto ben preconfezionato. 


Attali e il suo pupillo Macron a una riunione del Bilderberg di Copenhagen


E infatti in un famoso video  Jacques Attali nell’aprile del 2016 pronosticava che uno sconosciuto avrebbe vinto le presidenziali del 2017 e indicava due possibili nomi: Emmanuel Macron e Bruno Le Maire. Questo sconosciuto non aveva ancora un programma, ma ci avrebbe pensato lui, il suo Mentore a dettarglielo, in fieri.

 L'euro ha impoverito anche i francesi, le aziende hanno delocalizzato anche Oltralpe, hanno perso la manifattura e  il "made in France" è in crisi (basta pensare solo a un brand come la Lacoste fatta fare altrove), l'immigrazione raggiunge livelli anche peggiori del nostro paese, a causa del processo di decolonizzazione  che ha portato nel loro territorio africani, asiatici e immigrati provenienti dai loro dipartimenti e territori d'Oltre Mare (i cosiddetti DOM-TOM) . Senza contare il fenomeno delle banlieues e del comunitarismo delle varie etnie: altro che integrazione ai valori della République!

Sono d'accordo con Blondet quando scrive: Si tenga presente che, dietro l’ingannevole faccino insignificante, Micron (ndr: lo chiama anche lui così) è un estremista sui generis: ha espresso precise intenzioni punitive contro il Regno Unito per il Brexit, ha caldeggiato un referendum per la secessione di Gibilterra (i cui abitanti vogliono restar nella UE), insomma (come Juncker ) ha minacciato di soffiare sulla sovversione e i secessionismi interni perché il Brexit è “un crimine”.

Peggio: ha promesso che se eletto, “entro tre mesi” imporrà punizioni contro la Polonia “che infrange tutti i principi dell’Unione Europea”, o tenere nella UE “paesi come l’Ungheria che, su temi come l’università e il sapere [leggi: l’università di George Soros a Budapest], sui rifugiati, sui valori fondamentali [nozze gay, diritti LGBT]”, non obbedisce alla linea.


E quando asserisce che con Macron avremo un superstato franco-tedesco con oligarchie transnazionali, i (loro) grandi media, i banchieri, le lobbies. In altre parole l'amara medicina del "ci vuole più Europa".
Alla faccia di quei "moderati" (termine che detesto) che pensano di aver votato per un "centrista". Quale centro? Tu prendi un candidato di sinistra hollandiana che ha servito Manuel Valls, ritiralo al momento buono, mettilo in naftalina per un annetto, fagli il restyling con un movimento "liquido" (i partiti non si usano più) alle spalle con il nome delle sue iniziali "En Marche"... Poi buttalo nel marketing elettoralista come "giovincello di belle speranze", ed ecco pronta l'operazione di lancio, per la felicità dei gonzi.
Come direbbe Céline: "Ils ont endoré l'étron" (hanno indorato lo stronzo). 

Ovviamente l'immigrazione non si fermerà, il razzismo all'incontrario (razzismo anti-bianco) dei neri nelle banlieues, nemmeno. I francesi non diventeranno né più ricchi né più sicuri, perché il terrorismo e il jihadismo andrà avanti e deflagrerà. Ma stasera sotto la Piramide massonica i francesi avranno la loro festa, il loro Toy Boy rampante, la famiglia allargata, la moglie-maman, danze tarantolate sul palco, marea di tricolori bianco, rosso, blu. Allez les bleus! Siamo allo stadio, dopotutto. 



Non sembra, ma anche la sottomissione offre pretesti per  fare una festa. Siate coglioni fino in fondo! Soyez cons jusqu'au bout!
Dato che siamo un paese di spregevoli pappagalli, da domani, tanto per non farci mancare niente in fatto di idiozia, aspettiamoci  dopo questa vittoria presidenziale la nascita di macrosinistri, macropiddioti e macrocoglioni  vari  di casa nostra.
La Boldrini ha già ragliato che con la vittoria di Macron, i populismi sono stati fermati.  
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http://sauraplesio.blogspot.it/2017/05/sottomissione-siate-coglioni-fino-in.html


MACRON E DINTORNI. SOPRATTUTTO DINTORNI.


di Roberto PECCHIOLI
E’ troppo presto per elaborare il lutto. La botta è forte, il misero 35 per cento di Marine Le Pen pesa come un macigno e giustifica lo scomposto entusiasmo delle oligarchie e dell’esercito mediatico ed intellettuale schierato con Macron, il nuovo beniamino del progressismo universale, il funzionario della famiglia Rothschild divenuto presidente della Francia. Cerchiamo di mantenere un briciolo di lucidità e, archiviato con sofferenza l’oggi, pensiamo immediatamente al futuro.
Partiamo da lontano: dopo la Brexit e la vittoria di Trump, le oligarchie mondialiste hanno avuto paura ed hanno innescato una reazione durissima ed a largo raggio. La loro azione si può paragonare, giusto per rimanere ancorati alla storia francese intrecciata con quella dell’Europa tutta, ai famosi cento giorni che intercorsero, nel 1815, tra la fuga di napoleone dall’Elba e la vittoria angloprussiana di Waterloo. Già dal 1814, imprigionato Napoleone, si svolgeva il Congresso di Vienna volto alla restaurazione degli equilibri intraeuropei distrutti dalla Rivoluzione prima, poi dall’onda napoleonica che diffuse nell’intero continente le idee nuove.
L’entusiasmo dirompente, da scampato pericolo delle élite che hanno imbrogliato il popolo una volta di più, somiglia davvero al Congresso di Vienna. La restaurazione, o meglio una nuova stretta sulla presa feroce dei poteri finanziari e tecnocratici mondialisti è in atto. Macron ne sarà il perfetto esecutore. Epperò, la restaurazione non durò poi molto, e l’esplosione del 1848, anticipata in Francia dal 1830 di Filippo Egalité e dai cento nazionalismi crescenti in ogni angolo d’Europa travolsero la costruzione di Metternich e della solita Inghilterra, sempre abilissima nel “divide e t impera”.
Nessuna vittoria è definitiva, se si lavora come termiti per togliere la terra sotto i piedi al nemico. Nemico, non avversario, nel senso schmittiano ed anche, molto semplicemente come presa d’atto che nemico è considerato ogni pensiero alternativo al lessico tecnocratico liberale. La guerra continua. Incassiamo la testa nelle spalle, ingoiamo senza dimenticare nessun volto e nessun nome di quelli dei festeggiamenti scomposti – europoidi ed italiani- per lo scampato “mal francese” e avanti tutta.
Ma per approdare dove? Occorre una riflessione severa e serena affinché il fuoco non si spenga, ma anzi si propaghi sino alla vittoria dei popoli. Un primo punto, contingente, è riconoscere l’inadeguata prestazione di Marine Le Pen nel dibattito a due. Ha perduto in due ore quei cinque punti di recupero che aveva conquistato, ad unanime giudizio dei sondaggi. L’attacco virulento, l’assalto all’arma bianca sono l’ultima risorsa del molto debole. Fin troppo facile, per il signorino viziato targato Rothschild accreditarsi come l’uomo dell’ordine e della pace sociale. Secondo elemento: la violenza del regime si è dispiegata con tutte le sue risorse, ed è parso chiaro al francese medio che la vittoria del Front sarebbe sfociata in un clima di guerra civile alimentata ad arte. Terzo, la sinistra “sociale” non è in grado di superare i vecchi pregiudizi novecenteschi. Tuttavia, milioni di schede bianche e nulle – i voti validi sono stati appena 31 milioni, dimostrano che lo schema “ni patrie, ni patron, ni Le Pen ni Macron” è forte. I segnali della nascita di un “fronte sociale” ci sono tutti. Il problema è quello di saldarlo con un altro fronte, quello in senso lato, nazionale e sovranista. Quarto, la destra liberale e quella conservatrice – a Parigi come a Roma – risponde senza esitare al richiamo dell’oligarchia. Alla larga, definitivamente.
Vi sono anche elementi di speranza. In Francia, un terzo dell’elettorato, e milioni di astenuti, si sono comunque schierati contro il sistema globalitario. In più, l’agenda politica è stata dettata dal Front National, e, dall’altro lato, dai cosiddetti ribelli, o renitenti, (la France insoumise) di Mélenchon. Un’altra osservazione è che in Francia l’oligarchia è dovuta scendere in campo direttamente, con un brillante burattino di bell’aspetto azionato da uno dei più alti funzionari del mondialismo, Jacques Attali, teorico, tra l’altro, del “poliamore”.
C’è di più, ed è la generalizzazione delle grandi coalizioni. Se Frau Merkel governa con i socialdemocratici, lo spagnolo Rajoy sta in piedi per le astensioni e il benevolo atteggiamento dei socialisti. Lo stesso Macron, tra un mese, dovrà necessariamente fare i conti con una maggioranza parlamentare allargata ai repubblicani di ascendenza gollista ed ai resti del PS. Roma seguirà a ruota, come tutto fa prevedere, a partire dal nuovo profilo “liberal” dell’ex Cavaliere, cui daranno volentieri man forte centrini vari e non pochi orfanelli in crisi di astinenza da auto blu e poltrone ministeriali, il tutto sotto il comando del Buffalmacco di Rignano sull’Arno.
Il futuro sembra segnato: il cerchio del potere si chiude in se stesso poiché non riesce più a riprodurre il consenso di massa. La società dei due terzi che stanno bene e del terzo che soffre sta rovesciando le sue percentuali. Il dissenso, diffuso quanto impotente, è diviso, rissoso, guarda al dito e non alla luna e non pare capace di costruire fronti, stringere alleanze in grado di ribaltare i rapporti di forza. Non si riescono a scardinare le categorie e le fratture del secolo scorso, diventate gabbie le cui chiavi sono in mano ai costruttori del consenso, ergo ai padroni perpetui, globali. Mentre qualcuno anima un fronte sociale, nessun vero dialogo, tanto meno alleanza si intravvede con gli ambienti identitari e sovranisti.
L’impasse diventa tragedia e riconsegna il potere ai soliti noti. Nel caso di Macron, l’aggravante è la sfacciata appartenenza alla casta usuraia, unita all’esibizione di simboli massonici: l’Inno alla Gioia suonato prima della Marsigliese, la foto davanti all’equivoca piramide postmoderna che sfigura il piazzale del Louvre. Marine Le Pen sembra aver capito di trovarsi, da protagonista, ad un tornante della storia, ed ha annunciato il cambio di nome del suo movimento, per favorirne il riposizionamento politico sul crinale che Alain Soral chiama “destra dei valori, sinistra del lavoro”. Occorrerà verificare il programma, ed anche scoprire chi comporrà lo stato maggiore, ma l’intuizione è forse l’unica (ultima?) via d’uscita.
In Italia, un intellettuale come Marcello Veneziani esorta ad un nazionalpopulismo con quattro punti principali. Il primo è la sovranità, ovvero la rivendicazione della sovranità popolare, nazionale, politica ed economica unita al passaggio dalla pulsione populistica alla visione comunitaria. Il secondo tema è la cura prioritaria degli interessi nazionali anche sul piano economico, e dunque “la necessità di proteggere e tutelare le economie locali e nazionali, i ceti popolari, i prodotti autoctoni dalla globalizzazione del commercio e del lavoro”. Un altro fronte è quello della difesa dei confini contro l’abbattimento di filtri e frontiere in ogni campo e il dilagare dei flussi migratori. Infine, la tutela della famiglia costituita da padre, madre e figli.
Vasto e condivisibile programma, che, tuttavia, nel passaggio dal fronte metaculturale a quello del realismo politico, sconta due terribili debolezze. La prima è l’evidenza che uno schieramento con queste parole d’ordine non sarà mai accettato dalla destra liberale. Berlusconi si dichiara ora fan di Macron, ma l’estraneità ai valori proposti dall’intellettuale barese è nei fatti, ovvero nell’agenda politica dei suoi governi. La seconda è l’ostilità dei maestrini della sinistra intellettuale per almeno tre dei quattro principi guida, il che preclude ogni dialogo a sinistra. Dunque, sconfitta certa, e ulteriore consegna della destra terminale e della sinistra intellò al cerchio magico neoliberale, nelle sue declinazioni progressista-libertaria e moderata.
E’ evidente che occorre spezzare il cerchio rompendo lo schema, come ha saputo fare, con le parole d’ordine antipolitiche ed anticorruzione, Beppe Grillo. Pure, non ci si può consegnare al grillismo, per quanto sia probabilmente il male minore rispetto alla dittatura dell’Unico Globale.
Chi scrive non possiede soluzioni magiche per ribaltare una situazione drammatica, né conosce formule politiche o alchimie ideologiche in grado di invertire la rotta. E’ tuttavia convinto che il sistema vigente non sia riformabile dall’interno e che dunque nessuna alleanza che comprenda le forze che compongono l’attuale arco politico possa essere percorribile. La constatazione necessaria, ma assai difficile da far passare nell’immaginario comune, è che le vantate libertà postmoderne e postideologiche siano un imbroglio e vadano quindi rifiutate tutte insieme. Libera circolazione dei capitali, delle merci, dei servizi e delle persone, insieme con l’abolizione di ogni riferimento morale o trascendente (libera circolazione di una sola idea, il relativismo assoluto) non possono essere accolte o rifiutate a pezzi, in parte, questa sì, quell’altra no.
La destra legata al novecento approva entusiasticamente la circolazione del denaro e delle merci, ma storce il naso dinanzi alle imponenti migrazioni. La vecchia sinistra figlia del socialismo reale è contraria ai rapporti di produzione del capitalismo finanziario e tecnologico, ma è banditrice dei nuovi diritti che travolgono la famiglia e difende l’immigrazione massiccia per il cosmopolitismo che ha sostituito l’internazionalismo. Il mondo unificato dall’impero del denaro e dalla potenza tecnologica uscito dalla vittoria liberalcapitalista ha una sua sinistra logica, avanza distruggendo ciò che trova. Non lo si può accettare per una parte e contrastare per un’altra. Dunque, la scelta politica sottostante, per chi è contro le oligarchie mondialiste, è la ricerca di un linguaggio comune che spazzi via definitivamente le vecchie appartenenze. C’è un nemico, ed è il liberalcapitalismo nella sua forma globalitaria di dominio attraverso il possesso di mezzi tecnologici oggi giorno più potenti. Avere un nemico comune è il primo motore di nuove alleanze, anche inedite o impensate sino all’attimo precedente.
Per chi vive l’appartenenza al mondo variegato del sovranismo, dell’amore per l’identità, del rispetto per la morale naturale, si tratta di fare, finalmente, un salto che è una presa di coscienza. Non c’è nulla che accomuni alle destre conservatrici, liberali e del denaro. Qualcosa unisce invece al vasto mondo di chi non ama il potere dei signori del denaro. Dunque, finalmente, proviamola nuova. Ciascuno di noi conosce per esperienza la tremenda difficoltà di parlare al nostro popolo fuori dal perimetro obbligato della ragion pratica: l’orizzonte immediato è fatto di richieste, bisogni, paure, speranze riconducibili alla dimensione collettiva politico-sociale. Questo è anche il motivo per il quale la sinistra tradizionale ha tanta facilità a farsi ascoltare.
Accettiamo allora lo schema di Veneziani, ma poniamo al primo punto – ed attrezziamo linguaggio, programma, personale politico- la “protezione”, ovvero un’offerta politica opposta all’agenda dei monopoli privati. Non dobbiamo avere paura di essere tacciati, dalla vetero-destra, di esserci trasferiti “altrove”. E’ proprio un altrove che cerchiamo disperatamente, da almeno vent’anni. Un movimento sociale nel senso letterale è quello di cui ha bisogno l’Italia. Una grammatica ed un lessico nuovo, contro la privatizzazione del mondo e, concretamente, un ritorno forte dell’idea di Stato. Essere sovranisti significa, in fin dei conti, esigere di farla infinita con l’impotenza. Ma ci vogliono strumenti pratici, il primo dei quali, screditato ma non troppo, è appunto lo Stato.
Se proprio vogliamo risalire alle fonti, irrompere nel presente ci permette di tornare ad un’ideale di cui fu protagonista il fascismo. Il trapassato remoto va lasciato dov’è, ma dalla miniera possiamo estrarre ancora qualcosa. Dobbiamo proteggere il popolo italiano innanzitutto prospettando il controllo pubblico del credito, della previdenza (ai giovani viene detto, pagati un’assicurazione, o lavorerai sino alla morte), della sanità. Dire di no senza compromessi a che reti informatiche e fonti energetiche siano controllate da privati estranei alla nostra gente. Far pagare le imposte sino all’ultima lira alle finte fondazioni bancarie/finanziarie ed ai giganti della tecnologia, che realizzano evasioni ed elusioni da capogiro, fare una campagna per l’abolizione del pareggio di bilancio in Costituzione e l’uscita dal Meccanismo Europeo di Solidarietà, (il FMI in salsa europoide) e pretendere l’istituzione di un salario minimo. In parole semplici, enfatizzare la politica sociale e popolare ed attaccare le privatizzazioni, che sono una drammatica espulsione di piccole, poi medie, in seguito grandi imprese per fare posto ai monopoli. Aggredire ogni giorno il “partito di Davos”, innanzitutto nella forma e nel volto dei travestiti politici che rubano, letteralmente, il consenso popolare, a destra ed a sinistra.
Assumere, quindi, ma sul serio, la tutela e la voce dei perdenti della globalizzazione: i giovani precarizzati, gli espulsi in età matura dal mercato del lavoro, le vittime di Equitalia e prima ancora dei ricatti del criminale sistema bancario, i piccoli e medi imprenditori espropriati di fatto, i pensionati che vedono ogni anno diminuire i loro assegni. Non interessa, è anzi oziosa, la domanda se ciò sia di destra o di sinistra. E’, semplicemente, giusto, è la croce della nostra gente, crediamo anche sia la giusta vocazione.
Come si può essere sovranisti, amare la patria comune, pretendere di essere padroni a casa propria, e non essere concretamente al fianco di chi vive e veste panni esattamente come noi? Il comandante vandeano Charette diceva che la sua patria era quella che sentiva sotto i piedi. Se i connazionali soffrono, dobbiamo soffrire con loro ed essere dalla stessa parte. Nessuno può immaginare di trasformarci in cosmopoliti amanti della migrazione di massa, o di indifferenti che confinano nelle scelte individuali l’attacco vergognoso alla famiglia ed alla morale naturale. Ciò che dovremmo tentare è di rinnovare noi stessi a partire dall’approccio. Ezra Pound invitava a studiare economia per capire il Novecento. Oggi, dobbiamo aggiungere la finanza e la tecnologia, ma il codice è quello. Abbiamo idee giuste che diffondiamo, ahimè, in una lingua sconosciuta ai più. Proviamo ad assumere le priorità dei milioni di perdenti, di impauriti, di disagiati, di maltrattati da un sistema diabolico. Quelle priorità sono, tutte, il ghigno cattivo del sistema liberale e capitalista.
Drieu La Rochelle esortava ad essere oggi là dove gli altri sarebbero arrivati domani. Dobbiamo fare di più, e tentare un salto enorme. Nell’alto mare aperto si può affogare, ma nel cabotaggio desolante cui ci siamo ridotti c’è solo il ridicolo, l’inedia, o, peggio, l’inutilità.
Per questo, indipendentemente da quello che faranno o non faranno altrove, esprimiamo uno scatto di orgoglio e di fierezza, raccogliamo le forze e diventiamo avanguardia. Sociale, nazionale, sovranista, o altro, sono solo aggettivi. Avanguardia: qualcuno che è convinto di aver individuato i mali e si propone di curarli. Dalla parte del popolo, che ha bisogno di protezione. Quella protezione si chiama Stato, e l’unico aggettivo è “sociale”. Dalla parte di chi non ha nulla o lo sta perdendo, e sono milioni. Contro, senza compromessi, monopoli, finanza, Commissione Europea, Banca Centrale. I nemici abbondano, purtroppo. Scegliamo, intanto, quelli che infliggono le ferite quotidiane alla nostra gente più esposta. Saranno loro i primi a riconoscere e condividere, per istinto, i nostri no all’immigrazione sostitutiva, allo smantellamento della famiglia, all’espulsione di Dio. Diventeranno sovranisti senza chiederglielo, vorranno riappropriarsi dell’identità smarrita. Ma intanto dobbiamo rivolgerci al loro stomaco, al loro portafogli svuotato, alle loro legittime e concretissime paure.
Funzionerà, non funzionerà? Lo sapremo vivendo, e comunque, tutto il resto non ha funzionato, ovvero è stato il trampolino per carriere personali. Inoltre, c’è un momento nella vita di ogni uomo, e di ogni comunità, in cui si deve fare ciò che va fatto. Susanna Tamaro prescrisse di andare “dove ti porta il cuore”. Nel nostro caso, cuore e cervello possono coincidere. La scelta più facile è, in genere, quella sbagliata, in ogni campo della vita. Per noi, gridare più forte al lupo con le tradizionali parole d’ordine della destra terminale è più semplice e, nell’immediato, può anche fruttare qualcosa, ma, guardiamo in faccia, per favore, la realtà anche quando è brutta, cattiva, impietosa. Su un punto Berlusconi ha ragione: di sola destra non si vince; di centro, si muore…
Nella cassetta degli attrezzi nostra, per fortuna, c’è molto di più. Invertiamo la rotta. E’ la cosa giusta e, comunque, non abbiamo più qualcosa da perdere.
   ROBERTO PECCHIOLI        
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