ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 21 maggio 2017

Certo che no..c’era dentro fino al collo

UN "PAPA BUONO" O NO ?

    E' per le sue simpatie moderniste che Giovanni XXIII ha voluto convocare il Concilio ignorando le perplessità e i pareri negativi di tanti uomini che in Vaticano vedevano il grave pericolo cui la Chiesa andava incontro?
di Francesco Lamendola  





Giovanni XXIII è tuttora rimasto, nell’immaginario di milioni di cattolici, come “il papa buono”: espressione curiosa, a dire poco, visto che par sottintendere che gli altri, i papi che l’hanno preceduto, e specialmente il suo immediato predecessore, tanto buoni non devono essere stati: altrimenti, perché sottolineare la bontà di uno fra i tanti? La bontà non dovrebbe essere una caratteristica irrinunciabile del successore di san Pietro? Oppure qualcuno riesce a immaginarsi che san Pietro non fosse buono, o che non lo fossero gli altri Apostoli che formarono la Chiesa e iniziarono a diffondere il Vangelo presso tutte le genti?
Il giornalista e vaticanista Carlo Falconi (1915-1998), nella sua opera I papi del XX secolo, pubblicata da Feltrinelli nel 1967, per meglio magnificare la cortesia e l’affabilità verso tutti del “papa buono”, riferisce un episodio assai significativo riguardante Angelo Roncalli, giovane segretario del vescovo di Bergamo, monsignor Giacomo Radini-Tedeschi, e papa Pio X, risalente agli anni della crisi modernista, culminata nell’enciclica Pascendi Dominici gregis, del 1907, che comminava la scomunica per i seguaci di quel movimento, definito da papa Sarto ”collettore di tutte le eresie”. L’episodio è questo (e viene riportato anche nella monografia Giovanni XXIII della collana I dossier Mondadori, Milano, Mondadori, 1972, pp. 62-63, dalla quale lo citiamo):

… da giovane, segretario del vescovo Radini-Tedeschi, egli era stato profondamente deluso una volta, durante un’udienza di Pio X, dall’atteggiamento accigliato e distratto di quel pontefice che, ricevendo il prelato insieme ad altre personalità bergamasche, non si era neppure curato di ringraziare per il vistoso obolo consegnatogli. Lamentandosi col suo superiore, egli aveva detto di ritenere che il papa, per quanto addolorato e preoccupato potesse essere, dovesse sempre mostrarsi benevolo e sorridente verso i suoi fedeli. 
Egli dunque non faceva ora che mettere in pratica il criterio formulato tanti anni prima, e se sembrava amare la popolarità, non era già per riscuotere le soddisfazioni , ma per dare più che per ricevere.

Come è noto, Roncalli nutriva una grandissima ammirazione, quasi una venerazione, per il suo vescovo, per ricordare il quale aveva pubblicato la biografia: Monsignor Giacomo Maria Radini Tedeschi vescovo di Bergamo. Note biografiche (Bergamo, S. Alessandro, 1923), scritta già nel 1916, due anni dopo la morte di lui. È anche noto che egli si è sempre espresso in termini rispettosi e devoti nei confronti di san Pio X, pur lasciando trasparire, qua e là, lampi di perplessità, se non proprio d’incomprensione o di critica.
Ora, nell’episodio riferito dal giornalista Carlo Falconi vien fuori non solo una circostanza inedita e un tratto non molto lusinghiero di papa Sarto, ma anche una esplicita condanna di lui, al punto da averlo preso quale modello negativo per non ripetere lo stesso “errore”, una volta eletto papa a sua volta, molti anni più tardi. Riportando quel lontano episodio, Giovanni XXIII non esita a dire di esser rimasto “profondamente deluso” dal comportamento di Pio X, il quale si era mostrato “accigliato e distratto” e non si era nemmeno curato di dire un grazie per il “vistoso obolo” che Radini-Tedeschi gli aveva consegnato.
La prima osservazione che non possiamo non fare è che, se Roncalli lo avesse taciuto, nessuno sarebbe mai venuto a conoscenza dell’episodio, perché non risulta che gli altri personaggi presenti a quella udienza ne abbiano poi parlato, per lo meno in quei termini. Dunque: un papa riferisce, a distanza di molti anni, un episodio riguardante un altro papa, suo predecessore, episodio che getta su questi una luce sfavorevole e lascia un’impressione un po’ penosa in chi ne viene a conoscenza. Sorge una domanda inevitabile: la carità cristiana non avrebbe dovuto suggerirgli di tenere per sé quel ricordo, o, almeno, di non affidarlo agli orecchi di un giornalista, che certamente lo avrebbe riferito ai suoi lettori? È una situazione analoga a quella del caso di Dante e Brunetto Latini: se il sommo Poeta non avesse collocato il suo antico maestro all’inferno, nel cerchio dei sodomiti, noi non saremmo mai venuto a conoscenza di quell’aspetto della sua personalità; era dunque necessario farlo a sapere a tutto il mondo, visto che, da un altro lato, egli professava la massima stima e il più grande affetto nei suoi confronti? Si può ostentare stima ed affetto per una persona, e, nello stesso tempo, metterla alla berlina, gridando dai tetti un suo peccato, o una sua debolezza, o un suo difetto, di cui quasi nessuno era finora a conoscenza?
Peraltro, Roncalli riconosce che il papa, forse, era “preoccupato” e “addolorato”, senza spiegarne le ragioni; però si incarica lui stesso di spazzar via questa considerazione come giustificativa del suo comportamento scostante. In tal modo, gli sottrae, apparentemente, l’unica scusante, o, quanto meno, l’unica attenuante possibile: bisognava capirlo, cosa volete, il papa era in quel momento sovraffaticato e pieno di ansie e di preoccupazioni. Invece no: girando il coltello nella piaga, Roncalli fa notare che niente, neppure le preoccupazioni e i dispiaceri, possono giustificare un comportamento inurbano e quasi scorbutico; e si fa bello dicendo di aver tratto una morale da quell’episodio, che poi, eletto papa a sua volta, si è prefisso di mettere sempre in pratica: quella di essere gentile e amabile con tutti, perché il papa, anche se gravato dai suoi doveri e dalle sue responsabilità, non ha il diritto di mostrarsi meno che benevolo verso tutti quelli coi quali ha a che fare. Insomma, dà la pagella sia a Pio X che a se stesso: per bocciare quello e per dare un bel voto a se stesso. E questa è la seconda cosa che non ci piace molto, se dobbiamo dire la verità, in tutto questo episodio.
La terza cosa che non fa una bella impressione è il fatto di vantarsi che Radini-Tedeschi e il suo segretario non si erano presentati in udienza dal papa a mani vuote, ma portandogli un obolo che Roncalli definisce “vistoso”. Forse saremo troppo all’antica, come si suole dire; ma non c’è scritto nel Vangelo che Gesù Cristo in persona ha raccomandato che, quando si fa una buona azione, la mano sinistra non deve sapere quel che sta facendo la destra? Qui, al contrario, il bene fatto viene sbandierato e, per giunta, viene utilizzato come una circostanza aggravante nei confronti di quel maleducato che non ha neppure ringraziato: un modo di fare, quello di Pio X, semplicemente deplorevole, che chiunque, trovandosi nei panni di Roncalli, avrebbe trovato altrettanto offensivo. Ma c’era proprio bisogno di aggiungere anche questo particolare, che aggrava la brutta figura di Pio X e suona a lode di chi riferisce l’episodio?
La quarta cosa che non ci quadra per niente, ed è la più grave di tutte, è che Roncalli si è guardato bene dallo specificare quali fossero, o potessero essere, le ragioni che rendevano il papa Pio X così rattristato e preoccupato: e lo ha fatto per una buonissima ragione, che, però, non torna affatto a suo onore. Papa Sarto aveva motivo di sospettare il vescovo Radini-Tedeschi di simpatie, o di connivenze, con gli ambienti modernisti, quelli stessi contro i quali stava conducendo la sua strenua e solitaria battaglia, incompreso dai più, criticato dietro le spalle da molti, e, in seguito, esplicitamente o implicitamente giudicato con estrema severità da quasi tutti gli storici che si sono occupati del suo pontificato e della crisi modernista, anche e specialmente da quelli di parte cattolica, dato che, fra costoro, spiccano quelli di tendenza progressista e, appunto, neomodernista, per cui è facile capire come Pio X, per essi, sia la “bestia nera” per antonomasia, e quanto poco volentieri ricordino il suo operato e rendano conto delle sue ragioni e della sua “severità”. Nel raccontare quel lontano episodio, dunque, dopo aver eliminato le possibili attenuanti per la “maleducazione” di Pio X, e dopo essersi vantato che lui e il suo vescovo si presentavano a Roma latori di un vistoso donativo per le casse pontificie, tace la cosa più importante: cioè che il viso serio e accigliato del papa era dovuto a una ragione molto precisa, ossia i rapporti che gli erano giunti, forse non proprio infondati, checché ne dicano gli storici cattolici di sinistra, sulle segrete relazioni correnti fra Radini-Tedeschi e ambienti dell’eresia modernista.
E c’è una buona, anzi, un’ottima ragione, per spiegare quel silenzio di Giovanni XXIII: il sospetto più grave, a carico di Radini-Tedeschi, riguardava proprio lui, il suo fidatissimo segretario, il giovane Angelo Roncalli. Il vescovo, cioè, era sospettato di coprire le spalle al suo segretario dalle simpatie moderniste: ma di questo, Giovanni XXIII non voleva parlare, anzi, non poteva, per l’ovvia ragione che, se lo avesse fatto, avrebbe riportato l’attenzione su un aspetto poco noto, e ormai quasi dimenticato, della sua giovinezza: le sue simpatie moderniste. Oltretutto, se si fosse tornati a parlare della cosa, qualcuno avrebbe potuto fare due più due, e vedere nel Concilio Vaticano II, che l’ormai vecchio Giovanni XXIII aveva voluto ad ogni costo convocare, ignorando le ragioni di prudenza che avevano sempre trattenuto il suo predecessore, Pio XII, precisamente perché era desideroso di “sdoganare” e di “riabilitare”, sia pure in forma obliqua e indiretta, proprio le sue vecchie idee moderniste, quelle del suo indimenticato maestro ed amico Ernesto Buonaiuti, che era stato scomunicato solennemente sotto il pontificato di Pio XI, appunto per aver preso le difese del movimento modernista, e le cui opere erano state messe all’Indice.
Stiamo dicendo una cosa molto grave, e ne siamo perfettamente consapevoli: ma è il segreto di Pulcinella, e solo l’ipocrisia del politically correct, declinata in salsa catto-progressista, è sempre riuscita a tenerla occultata al grande pubblico. Stiamo dicendo che Angelo Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII, aveva apertamente simpatizzato con il movimento modernista: e questa non è un’illazione malevola, ma è la constatazione di un fatto. Il senatore Giulio Andreotti riferisce nel suo libro I quattro del Gesù. Storia di un’eresia (Milano, Rizzoli, 1999) che la Chiesa dovrebbe finalmente riabilitare quegli uomini, cioè i modernisti, i quali furono ingiustamente perseguitati. Erano il “gruppo dei quattro”: Angelo Roncalli, Giulio Belvederi (zio della moglie di Andreotti), Alfonso Manaresi (che molti ex studenti non più giovanissimi ricordano come storico e autore di apprezzati libri di testo per le scuole superiori) ed Ernesto Buonaiuti. Gli ultimi due incorsero nei fulmini della censura ecclesiastica; i primi due, invece, vennero salvati dalle loro amicizie in alto loco; nel caso di Roncalli, si trattava precisamente del vescovo Radini-Tedeschi. La storiografia catto-progressista, e anche quella laica, hanno sempre minimizzato queste giovanili simpatie moderniste di Angelo Roncalli; hanno sempre parlato di una semplice amicizia, anzi, di un rapporto di stima per il suo professore Buonaiuti; e hanno ironizzato sul fatto che, a carico del futuro papa, nei dossier della Curia c’era solo una cartolina spedita al suo indirizzo. Altro che cartolina: Roncalli condivideva le idee di Buonaiuti, Belvederi e Manaresi, coi quali faceva compagnia fissa: erano noti, appunto, come “il gruppo dei quattro”. E questa è storia, non pettegolezzo.
Arrivati a questo punto, si può meglio comprendere il volto accigliato e l‘espressione seria e contrariata di papa Sarto, davanti a Radini-Tedeschi in visita a Roma, e specialmente davanti al suo giovane segretario in odore di modernismo, nonostante il vistoso obolo di cui s’è detto, e che può essergli sembrato un goffo tentativo per “comprare” la sua benevolenza: ma Sarto non era uomo da transigere sui principi. E si può anche capire perché Giovanni XXIII, raccontando, molti anni dopo, quell’episodio, abbia taciuto le circostanze collaterali, che avrebbero permesso a chiunque di comprenderlo meglio. Quel che non si capisce, a essere proprio sinceri, è perché egli abbia voluto parlarne. A meno che si tratti della solita sicumera, per non dire della solita arroganza, dei cattolici progressisti, alto clero e papi compresi: vedi, oggi, lo stile di papa Francesco. A costoro non viene mai in mente che anche gli altri abbiano un cervello per pensare da sé, per farsi delle domande, magari scomode (per loro): sono talmente sicuri di aver sempre ragione, di avere una superiorità morale su qualsiasi eventuale contraddittore, e nutrono un così profondo disprezzo verso quelli che non condividono le loro meravigliose “aperture” ecumeniste, la loro strenua volontà di tenere aperto un “dialogo” inter-religioso, e loro volontà di attuare ”riforme” sempre più avanzate in seno alla Chiesa, che non prendono neanche in considerazione la possibilità che il loro gioco venga scoperto, e che possano fare, proprio loro, che si credono tanto furbi, una magra figura.
Certo; se avesse taciuto l’episodio dell’udienza presso Pio X, Giovanni XXIII non avrebbe corso il rischio di riaprire il capitolo dei suoi trascorsi modernisti, così volonterosamente messo a tacere da tutto l’establishment culturale nostrano, laicisti a oltranza compresi, tutti d’accordo nell’intonare le lodi incondizionate al papa che aveva voluto indire il Concilio Vaticano II. Benissimo. Ma, invece, lo ha fatto; e adesso noi siamo qui a domandarci: è proprio per quelle sue simpatie moderniste, che Giovanni XXIII ha voluto convocare il Concilio, ignorando le perplessità, le obiezioni e i pareri negativi di tanti uomini che, in Vaticano, vedevano il grave pericolo cui la Chiesa andava incontro? 

Giovanni XXIII, il “papa buono”?

di Francesco Lamendola

http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=12240:giovanni-xxiii-il-papa-buono-o-no&catid=70:chiesa-cattolica&Itemid=96


RONCALLI E IL MODERNISMO

    Roncalli nel modernismo, c’era dentro fino al collo. Cosa sosteneva in sostanza l’eresia modernista? Era davvero così grave per la vita della Chiesa come giudicava Pio X? Per loro la "Rivelazione" non viene realmente da Dio di Francesco Lamendola  




Ecco come il futuro Giovanni XXIII, allora professore al Seminario di Bergamo,  racconta una sua esperienza giovanile relativa all’iniziativa antimodernista promossa, in quel di Bergamo, come in tutte le altre diocesi cattoliche, per impulso del papa Pio X, e riferita nella biografia con cui Angelo Roncalli ha reso omaggio al suo defunto vescovo (Monsignor Giacomo Radini Tedeschi, vescovo di Bergamo, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1923; cit. in: Giovanni XXIII, nella collana I dossier Mondadori, Milano, Mondadori, 1972, p.  21):

Uomo coltissimo e dialettico potente, padre M… mi si mostrò quale l’attendevo, conoscitore versato degli errori modernistici: e si comprende come li dovesse battere di santa ragione senza concedere alcuna tregua, né ad essi, né alle tendenze verso i medesimi. Ciò che mi sorprese subito e sconcertò le mie aspettative fu l’impulsività e il tono generale troppo vivace per non dir altro, onde il dotto padre toccava la persona di questo o di quello, dicendo insieme a certe cose di prima evidenza anche atre che mi parvero esagerazioni di non buona lega. Se la verità e tutta la verità si doveva dire, non comprendevo perché la si dovesse accompagnare ci fulmini e colle saette del Sinai piuttosto che con la serenità di Gesù sul lago e sulla montagna.

Quello che spiace, in questo brano di prosa, è il tono semiserio e semicanzonatorio con cui si tratteggia la figura di quel predicatore anti-modernista, presentato con un finto atteggiamento di rispetto per la sua cultura e la sua possente oratoria, ma, sotto, sotto, ridicolizzato per la sua tendenza a vedere ovunque pericolosi modernisti, e, quindi, facendogli fare la figura del povero Aiace Telamonio che, impazzito, si scaglia contro un gregge di pecore e le massacra, avendole scambiate per un gruppo di guerrieri, coprendosi così di disonore ai suoi stessi occhi, tanto che finirà per suicidarsi, non sopportando più la vergogna di una tale disavventura.
Proviamo a contestualizzare.  Il modernismo dilaga, per mille rivi seminascosti, nelle facoltà di teologia, poi nei seminari, e, da lì, nella vita delle parrocchie, delle diocesi; non mancano alcuni vescovi compiacenti, possibilisti, alcuni teologi più o meno occultamente ben disposti. Pio X vede tutto questo, lui solo, e ne afferra l’enorme gravità: vede che il modernismo non è una eresia, ma la somma di tutte le eresie; che si tratta di tutta una serie di atteggiamento mentali, di proposizioni filosofiche, di metodi d’indagine, i quali, applicati alla Bibbia, alla Rivelazione, alla vita dell’anima, non possono non avere l’effetto di sgretolare la fede, insinuare dubbi, suscitare un desiderio tutto umano di capire, di sapere, anche quel che non può essere compreso con le sole forze umane, con la sola ragione umana, ingenerando una fiducia tutta umana, una superbia maligna nei confronti del Mistero. Non solo: vede che tanta presunzione intellettuale, tanta arroganza della ragione, non possono portare, paradossalmente, che a una ricaduta nel sentimentalismo, nella fede come puro stato d’animo, a un moto del cuore del tutto staccato dalla ragione: e quando mai la fede ha avuto paura della ragione? Il tomismo, la teologia che ha sempre occupato il posto d’onore nella cultura cattolica, non è forse una sapiente costrizione che armonizza le due dimensioni, quella della ragione e quella della fede? San Tommaso, sulle orme di Aristotele, non ha forse insegnato che la ragione naturale non è un inciampo alla ragione, ma un cammino della mente che accompagna l’anima verso le verità più alte, fin dove è umanamente possibile spingersi?
Pio X, però, è solo. Intorno a lui o non si vede il pericolo, o lo si sottovaluta, o non lo si considera per niente un pericolo, ma uno stimolo positivo, una ventata d’aria fresca, uno sprone a dei cambiamenti ritenuti, da alcuni, ineludibili e necessari. La posta in gioco è immensa, e non stupisce la tremenda solitudine del romano pontefice, in quell’ora suprema: si tratta di decidere se la Chiesa, e la visione dell’uomo e del reale che essa proclama, deve procedere per la sua strada, puntando verso l’assoluto, come ha sempre fatto; oppure se deve venire a una qualche forma di accomodamento con il mondo moderno, la società moderna e la cultura moderna: pur sapendo che la civiltà moderna nasce proprio da uno strappo voluto nei confronti del cristianesimo, da una ribellione contro il Vangelo e da un progetto solo ed esclusivamente umano, mirante a sradicare il sentimento religioso dal cuore degli uomini, per sostituirlo con una fiducia assoluta in se stessi, nelle possibilità della ragione, negli strumenti offerti dalla scienza e dalla tecnica, insomma nel progresso illimitato  Questa è la vera posta in gioco: e non, come vorrebbero far credere i cripto-modernisti, un necessario aggiornamento della cultura religiosa nei confronti di quella profana.
Tutto è partito dagli studi biblici. Gli studiosi cattolici, tra gli ultimi anni del XIX secolo e i primi del XX, si sono accorti che i loro colleghi protestanti sono andati assai più avanti di loro nelle scienze filologiche applicate all’Antico e al Nuovo Testamento, e hanno maturato un vero e proprio complesso d’inferiorità. Perché devono rimanere indietro? Perché non possono fare come quelli, e mettersi a studiare la Bibbia con gli stessi, identici criteri che il filologo adopera per lo studio di qualsiasi atro testo profano, di Cicerone, di Tito Livio, di Platone? C’è perfino la segreta speranza che il Libro Sacro, una volta confermato dai progressi dell’esegesi moderna, possa rafforzare la fede, confermando le certezze proclamate dalla divina Rivelazione… Ecco perché i semi-modernisti, i modernisti occulti, non hanno mai perdonato a Pio X la sua brusca frenata, il suo richiamo all’ordine, i suoi severi provvedimenti per imporre una sorveglianza su quel che s’insegna, e che si studia, nei seminari cattolici; e perché lo hanno accusato di essersi “inventato” un’eresia che non esisteva, mettendo insieme cose fra loro assai diverse, e, in genere, del tutto innocue, scaturenti da un legittimo, anzi, encomiabile desiderio di aggiornamento, di ammodernamento culturale. E lo stesso discorso vale per le scienze naturali, per la biologia, per la teoria dell’evoluzione proposta da Charles Darwin (e che darà, infatti, i suoi frutti avvelenati, qualche decennio più tardi, con le strampalate ed eretiche teorie di un gesuita, Pierre Teilhard de Chardin, in tema di “evoluzione cosmica” e di sviluppo del Creato in direzione del Punto Omega, un  non meglio precisato“Cristo cosmico” che non sembra proprio essere la seconda Persona della Santissima Trinità, di cui parla la dottrina cattolica.
Pio X, dunque, vede con un colpo d’occhi tutto questo, con il suo sano buon senso contadino, con la sua esperienza di parroco di campagna: vede quel che i vari Buonaiuti non vedono o non vogliono vedere, mentre pensano di lui, precisamente, che egli è solo un rozzo parroco di campagna, invidioso dell’altrui intelligenza (fin lì si spingono le velenose affermazioni delle Lettere di un prete modernista, scritte quasi certamente da Buonaiuti, anche se egli non se ne volle mai assumere la paternità). Per essi, Pio X era un residuo del passato, un ostacolo sulla via del progresso; tutti imbevuti del clima del positivismo trionfante, dello stupore ammirato per i progressi della scienza e della tecnica, sembrava loro che la cultura cattolica dovesse recuperare un imperdonabile ”ritardo”: è la stessa tesi che ha sempre sostenuto, non mutandola di una virgola, anzi, parlando d’un ritardo di due secoli, il cardinale Carlo Maria Martini, non a caso lui pure, come Buonaiuti, assai vicino agli ambienti della massoneria, interessati a infiltrare la Chiesa e a diffondere al suo interno le teorie moderniste, in vista di un “superamento” del cattolicesimo e della creazione di una nuova religione gnostica, sincretista, razionalista, sostanzialmente immanentista. Per far fronte al pericolo, fra le altre cose, Pio X si circonda di collaboratori fidati, impone ai sacerdoti un giuramento anti-modernista, stigmatizza la nuova eresia con un’apposita enciclica, la Pascendi, e minaccia la scomunica agli eretici; manda nei seminari dei predicatori di sicura fede cattolica, per mettere in guardia i giovani studenti, ma anche, indirettamente, i loro troppo tolleranti professori, contro il pericolo che incombe sulla Chiesa e sulla purezza e la solidità della loro stessa fede. È in questo contesto che bisogna collocare l’episodio riferito da Angelo Roncalli.
Orbene: uno di questi predicatori giunge al Seminario di Bergamo e tiene le sue vibranti lezioni, pienamente investito della serietà del compito che gli è stato affidato, e conscio della gravità della minaccia. La diocesi di Bergamo non è sulla Luna: anche in essa sono giunte alcune ventate dell’eresia modernista; anche lì cominciano a circolare le idee e gli scritti di Tyrrell, di Loisy, di Laberthonnière. Esiste un dossier, a Roma, che parla di queste infiltrazioni, e che riguarda lo stesso vescovo, Radini-Tedeschi, e alcuni giovani seminaristi e sacerdoti. Uno di questi è proprio Angelo Roncalli, che, a Roma, presso il Pontificio Seminario Romano, aveva studiato proprio con Buonaiuti, del quale era divenuto molto amico. Più tardi, incaricato dell’insegnamento di Storia della Chiesa presso il Seminario di Bergamo, Roncalli si fece inviare da lui le dispense delle sue lezioni: e, a questo punto, il quadro diventa decisamente più chiaro. Roncalli, amico del principale esponente del modernismo italiano (il quale sarà scomunicato solennemente, più volte), che tiene le sue lezioni con materiale proveniente da questi, e che si muove all’ombra di un vescovo a sua volta sospettato di simpatie moderniste, si vede arrivare il predicatore proveniente da Roma (un padre gesuita?; i gesuiti, allora, a differenza di oggi, erano i campioni più intransigenti dell’ortodossia), lo ascolta, e l’unica cosa che ricorda di lui è… la foga eccessiva con cui parla, sua “emotività”, il suo linguaggio che evoca le folgori del Monte Sinai e non la dolcezza mostrata da Gesù sul lago di Tiberiade. E qui scivola nella poesia dolciastra, alla Renan, anzi, alla Zeffirelli: chi lo dice che Gesù era sempre e solo “dolce”? E cosa c’entra il lago, che c’entra la  montagna? Se proprio vogliamo parlare della montagna, allora ricordiamo che il Discorso della Montagna, che è il cuore del Vangelo, non è tutto sorrisi e carezze per chi lo ascolta, tutt’altro: è anche duro, severo, terribilmente ammonitore. Comunque: non è strano che Roncalli ricordi solo questo, di quelle lezioni? Traspaiono con evidenza il suo fastidio, la sua insofferenza: egli fa fare a quel sacerdote la figura del Torquemada in sedicesimo, se non pure del Don Chisciotte, che si scaglia con impeto, e lancia in resta,contro i mulini a vento. Come dire che modernisti, in quel di Bergamo, anzi, in tutta la Chiesa cattolica, non ce n’erano, o ce n’erano talmente pochi, e talmente innocui, da non giustificare assolutamente quel linguaggio, quello stile, quei toni apocalittici. Lui, Roncalli, amico di Buonaiuti, devoto al vescovo Radini-Tedeschi: un po’ strano, vero? Non si è dimenticato, per caso, di rievocare la cosa più importante, ossia quel che realmente pensava lui del modernismo? E non è forse vero che non ha avuto il coraggio di dire chiaro e tondo che disapprovava quella maniera di condannare il modernismo, perché lui, in alcune tesi del modernismo, si riconosceva, o, quanto meno, le guardava con molta benevolenza e simpatia? Ecco, questo sarebbe stato un discorso onesto; non quel dire e non dire, sornione, un po’ farisaico.
Ma che cosa sosteneva, in sostanza, l’eresia modernista? Era davvero così grave, per la vita della Chiesa, come giudicava Pio X? I modernisti sostenevano che la Rivelazione non viene realmente da Dio, ma è un prodotto della coscienza umana: e già questo basterebbe per far capire quanto esiziale fosse una simile dottrina per la religione cristiana e per la Chiesa. Poi sostenevano che la fede non è una verità oggettiva, ma un portato dell’animo individuale del credente; che i dogmi sono una elaborazione personale e, pertanto, sono soggetti al divenire storico; che i Sacramenti non sono stati istituiti da Cristo, ma nascono da un bisogno interiore dell’uomo; che la Chiesa non detiene alcun Magistero, né alcuna verità esclusiva ed assoluta; che la Bibbia è un libro storico e poetico, non una rivelazione di Dio agli uomini, dunque non è divinamente ispirato; che i miracoli non esistono come fatti soprannaturali, ma esprimono, in senso simbolico e figurato, l’umano bisogno di trascendenza; che noi non sappiamo chi sia stato veramente Gesù Cristo, ma conosciamo piuttosto, attraverso gli scritti del Nuovo Testamento, il Cristo della fede, che è soprattutto una elaborazione posteriore dell’apostolo Paolo; infine, che Cristo non è morto sulla croce per redimere i peccati degli uomini, perché, non essendo realmente il Figlio di Dio, non lo avrebbe nemmeno potuto. Basterebbe uno solo di questi punti per capire che, accettando le idee moderniste, si è completamente fuori del cristianesimo; e che ci si può dire modernisti fin che si vuole, ma non ci si può dire, allo steso tempo, cristiani, perché sarebbe una contraddizione in termini. O si è modernisti, o si è cristiani; esattamente come o si è Testimoni di Geova, o si è cristiani (neanche i Testimoni di Geova credono alla divinità di Gesù Cristo, né alla sopravvivenza dell’anima dopo la morte).
Perciò, concludendo, e per tornare al punto, si può ben comprendere quanto il commento di Angelo Roncalli sulle lezioni antimoderniste di quel predicatore sia viziato da un’incredibile leggerezza, aggravata da quel tono pacioso, persino vagamente canzonatorio, con cui è descritto lo zelo di quel sacerdote. Per chi avesse capito quale pericolo mortale rappresentasse il modernismo per la fede, quel tono era del tutto fuori di luogo. A meno che nascesse da inconfessabili simpatie moderniste…


Roncalli, nel modernismo, c’era dentro fino al collo

di Francesco Lamendola

2 commenti:

  1. Quello che io constato spesso è che il popolo dei fedeli semplici ce lo si può 'portar via con un pezzo di pane', anche a tutt'oggi.
    A moltissimi credenti di quegli anni bastò il semplice, anche se toccante, 'discorso della luna' di papa Roncalli (Andate dai vostri bambini, date loro una carezza e dite che quella è la carezza del papa...) per lasciarsi immediatamente conquistare.

    Lontana da quei credenti la riflessione che il predecessore Pio XII (che fu comunque amatissimo da molta parte del popolo perché vero pastore) era stato il papa dell'epoca della guerra, delle leggi razziali e delle deportazioni, quindi di un'epoca che non inclinava certo alle 'sdolcinature affettive'.

    Ora era arrivato il momento di 'dare spazio al cuore' (quindi pare che papa Bergoglio non abbia il copyright papale del sentimentalismo emozionale). Alla folla a volte basta un po' di zucchero, vero o falso che sia, per sentirsi subito consolata ed esserne conquistata. Il sale invece aiuta la riflessione (anche in fisiologia) ma brucia. E il riflettere non consola ma spesso inquieta.

    Sulla bontà attribuita a papa Roncalli mi pare che diversi storici abbiano dimostrato che egli non fosse quel papa bonaccione o pacioccone che certa leggenda ha alimentato, perché fu protagonista anche di posizioni (legittimamente) dure.

    Io credo al fatto che il tempo è sempre galantuomo e puntualmente - presto o tadi - provvede a fare piazza pulita di tutte le 'leggende metropolitane' fatte circolare più o meno onestamente su qualsiasi cosa (quel che è certo che attorno ai papi fiorisce un mercato assolutamente cospicuo - che dà lavoro a una marea di gente - di oggettistica devozionale, riviste, libri, film e quant'altro. Per cui tutto l'interesse, da parte di qualcuno, a crare a tavolino delle vere e proprie 'icone pop' dei papi, sennò quando vendono??).

    Quanto all'indizione del Concilio Vaticano II, forse papa Roncalli seguì un genuino impulso, anche se l'apprendere da questo lavoro di Francesco Lamendola che fosse amico del poi scomunicato Bonaiuti non aiuta certo a fidarsi della cosa...

    Però mi chiedo se non sia il caso di applicare anche a questo il noto proverbio:

    * ERRARE E' UMANO (= l'indire un concilio che, pur affascinante in tanti suoi documenti, tanti disastri poi ha OGGETTIVAMENTE prodotto);

    * PERSEVERARE E' DIABOLICO (= continuare a difenderlo a spada in mano senza farne quella lettura critica che ormai E' INELUDIBILE se si vuol stare dalla parte della Verità).

    P.S.:
    non per andare troppo fuori argomento e non per cattiveria:
    l'apprendere che la causa di canonizzazione di PIO XII sia affidata ai Gesuiti non mi aiuta molto a sperare nella rapida conclusione dell'iter.

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  2. La diocesi di Bergamo fu quella che non accettò il messaggio della Regina della Famiglia a Ghiaie di Bonate.
    Troppo duro. Poco educato. Troppo biblico. Eccessivamente "chiuso" alle istanze del mondo, alle istanze moderne. Sapeva troppo di Magistero, di verità esclusiva ed assoluta.
    Nostra Signora però aveva detto che sarebbe stata riconosciuta.
    Ironia della sorte la piccola veggente si chiameva Roncalli ... e soffrì tanto, povera piccina, e , da quel che ho potuto capire io, proprio grazie a un giovane sacerdote che era molto stimato dalla curia di Bergamo.
    Forse questo "non riconoscimento" lo dobbiamo a quella pestilenza che, allora ancora mimetizzata nell' ortodossia, stava dilagando? E che adesso liquida senza approfondire Fatima, di cui Bonate potrebbe essere stata la naturale continuazione?

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