ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 25 maggio 2017

Ci penserà Lui a tenerla in carreggiata…

Ci voleva un Leone Magno, è arrivato Francesco

Un aspetto caratteristico,  e quanto mai significativo, del momento drammatico che sta vivendo la Chiesa cattolica, è che moltissimi cattolici, o sedicenti tali, non hanno percepito affatto tale drammaticità, anzi, hanno accolto il pontificato di papa Francesco, e, più in generale, tutta la “svolta” verificatasi nella Chiesa dopo il Concilio Vaticano II, come un processo sostanzialmente positivo, come un rinnovamento comunque indispensabile, se non addirittura profetico, e come un “ritorno” all’autenticità del Vangelo, nonché come un avvicinamento della Chiesa alla realtà concreta della vita dei credenti.

Non perderemo tempo a spiegare a tutti costoro perché le cose non stanno come essi credono; se non si sono accorti di nulla, se non hanno notato niente che non quadra, e se, anzi, vanno fieri dei “passi” che la Chiesa, dopo il 1962-65, ha compiuto, e più ancora di quelli che sta compiendo, a ritmo ormai vorticoso, dal marzo del 2013, in direzione di un accordo col mondo moderno, allora vuol dire che non c’è niente da spiegare e niente da dire e che non val la pena di stare a discutere, perché, evidentemente, essi sono convinti che la strada attualmente battuta sia proprio quella ispirata e voluta dallo Spirito Santo, quella che era necessario seguire per porre rimedio a un “ritardo”, a una situazione di empasse, per restituire visibilità, credibilità, autorevolezza alla Chiesa. E di fronte a un giudizio così diverso, o meglio, così opposto al vero, quale è quello che essi danno, a parer nostro, su quel che sta accadendo alla, e nella, Chiesa cattolica, ci sembra che non vi sia assolutamente niente da dire per tentar di modificare la loro opinione. Inutile sarebbe parlare dell’infiltrazione della massoneria, del modernismo e del marxismo nella dottrina e nella pastorale; inutile tentar di spiegare come, attraverso la cosiddetta riforma liturgica, che poi non è stata una riforma, ma una rivoluzione, si è incrinato l’intero edificio della Chiesa e della fede, si sono messe in crisi delle certezze millenarie, si sono propagati dubbi, concetti erronei, vere e proprie deviazioni di tipo ereticale. E sarebbe del pari inutile spiegare, o anche soltanto suggerire, che dietro tutte queste novità e questi cambiamenti, di cui il nostro immaginario interlocutore va tanto fiero, si nasconde un disegno ben preciso, un disegno tenebroso, del quale egli non sospetta l’esistenza, perché, se la sospettasse, o la conoscesse, ciò vorrebbe dire che è egli stesso parte di quel disegno, e allora dilungarsi a parlare con lui sarebbe non sono inutile, ma grottesco, perché sarebbe come voler convincere un ladro di professione che quel suo modo di guadagnarsi il pane non è precisamente una cosa da galantuomini, e che egli dovrebbe mutar genere di vita.
Del resto, se presupporre la bona fides del proprio interlocutore è segno di fiducia, disponibilità e apertura, è altrettanto vero che non con tutti si può dialogare, almeno se si vuol dare un significato concreto e ragionevole alla parola “dialogo”. Non si dialoga, semplicemente perché non si può dialogare, con chi non condivide neppure le basi minime di una possibile discussione: e quando codesti cattolici progressisti, ormai da decenni, dialogano, eccome, o, per essere più esatti, si sforzano e credono di dialogare, con luterani, giudei, islamici, atei, massoni, radicali, insomma con tutti i nemici occulti e palesi della Chiesa cattolica, mentre con i loro confratelli legati alla tradizione della casa comune non hanno alcuna voglia di farlo, e sanno solo offenderli, insultarli, ridicolizzarli, è inevitabile arrivare alla conclusione che le infiltrazioni di cui sopra, massoniche, moderniste, marxiste (e non fa alcuna importanza che il marxismo sia morto: è morto, ma ha fatto in tempo ad infettare largamente la Chiesa), nonché gnostiche e semi-protestanti, quel nostro tale interlocutore progressista vede benissimo tutto questo, ma ne è fiero e soddisfatto, mentre ciò di cui non è fiero per niente, anzi, di cui si vergogna, e vorrebbe vederne la scomparsa totale, è che nella “sua” Chiesa vi siano ancora dei cattolici che non condividono tali mutamenti, tali svolte, tali nuovi orizzonti, e che non crede, soprattutto, che tutto questo sia opera, diretta o indiretta, dello Spirito Santo, ma, semmai, che provenga da una ispirazione del demonio.
Perciò, lasciamo perdere ogni velleità di dialogo con chi non vuole, non sa o non può dialogare; lasciamo che ciascuno si assuma, in piena consapevolezza, la propria parte di responsabilità, nell’ora difficile che la Chiesa cattolica sta vivendo, davanti a Dio, Padre onnipotente, ben sapendo che sarà chiamato, un giorno, a rispondere di quel che avrà detto e fatto, e anche di quel che non avrà detto e fatto, dinanzi a un tribunale ben più alto di quello degli uomini: quando la cosa di cui ciascuno dovrà rendere conto sarà l’avere amato la Chiesa di vero amore, vale a dire di amore diretto al bene di lei: bene che, come per qualsiasi altro soggetto, non può consistere in altro che nel prendere a modello costante e veritiero il Nostro Signore Gesù Cristo.
Chiarito questo punto, cioè dopo aver preso atto che una spaccatura, purtroppo, c’è già stata all’interno della Chiesa, e che noi non la stiamo affatto provocando, né alimentando, ma siamo costretti, con sommo dolore e afflizione, e quasi con incredulità, a prenderne atto,  ci resta da chiarire a chi intendiamo rivolgere le nostre parole. Le rivolgiamo a tutto coloro i quali, in questo momento, si sentono confusi, abbandonati, traditi dai pastori che dovrebbero, invece, custodire il gregge, e difendere le pecorelle anche a rischio della vita, così come avevano promesso e come sapevano esser loro dovere, nel momento in cui avevano accettato il glorioso e delicato incarico di succedere all’autorità degli Apostoli, ciascuno nella propria diocesi; e, inoltre, anche a coloro i quali, con retta fede e animo sincero, non sanno cosa pensare, vedono che sta accadendo qualcosa di anomalo, di terribile, ma stentano a tirare l’inevitabile conclusione, non per conformismo o per pavidità intellettuale, ma per amore della Chiesa. Ebbene, a costoro bisogna dire che il vero amore nei confronti di qualcuno consiste nel puntare sempre al suo vero bene: e il vero bene della Chiesa non può essere altra cosa che rimaner fedele alla Parola di Dio e alla sacra Tradizione, vale a dire rimaner fedele a se stessa. Chi opina diversamente, dovrebbe avere anche il coraggio di negare che la Chiesa, fino ad oggi, abbia rettamente trasmesso e fedelmente insegnato la divina Rivelazione: se i progressisti non lo fanno, è perché non hanno abbastanza fegato da assumersi le loro responsabilità e da ammettere, lealmente e francamente, che, a loro giudizio la Chiesa fino al 1962, per vari secoli, era fuori dal solco della Rivelazione, e che solo ora, a partire dal Vaticano II, vi è ritornata; per cui il loro compito consiste precisamente nell’attuare una “rivoluzione”. Una rivoluzione non è una riforma; una rivoluzione è una drastica, brutale rottura con l’esistente: pertanto, costoro mirano a  distruggere la Chiesa, così come essa si è attuata fino al 1962, e a sostituirla con un’altra cosa, del tutto diversa, anche se, ipocritamente essi negano tale cambiamento e vorrebbero darci a bere che esiste una sostanziale continuità, e che non di cambiamento si tratta, ma di “approfondimento”, “aggiornamento” e “maturazione”. Vane parole, che non riescono a nascondere la reale sostanza delle loro intenzioni: quella di fare in modo che le trasformazioni da essi attuate divengano irreversibili; di fare in modo – e questo, del resto, il papa Francesco lo ha detto a chiare note: in ciò, almeno, è stato sincero – che non si possa mai più tornare indietro.
In un momento storico come quello che stiamo vivendo, pertanto, caratterizzato dal pullulare di tendenze ereticali e da una enorme confusione dottrinale, pastorale e liturgica, dove praticamente ogni sacerdote si sente autorizzato, e perfino incoraggiato, a dare la sua particolare interpretazione della divina Rivelazione, la Chiesa avrebbe avuto bisogno di un pontefice simile a Leone Magno, superba tempra di lottatore, grazie alla cui indomabile energia e alla cui assoluta chiarezza di pensiero la Chiesa ha scongiurato il pericolo di numerosi scismi e della diffusione ulteriore di vecchie e nuove eresie, dal pelagianesimo al monofisismo, dal manicheismo al priscillianesimo, per non parlare delle velleità autonomistiche ed egemoniche di singoli vescovi, come quello di Costantinopoli in Oriente e quello d’Arles in Occidente, che aggiungevano confusione a confusione, anche sul piano organizzativo; mentre nel clero si stavano diffondendo rilassatezza, disordini e abusi d’ogni genere. In mezzo ad immense difficoltà di tipo non solo religioso, ma anche politico, con l’Impero d’Occidente che stava cadendo sotto i colpi delle invasioni germaniche, e quello d’Oriente che tendeva a sottrarsi alla sua suprema autorità pontificale, Leone seppe tenere unita la Chiesa sotto la sua guida illuminata, ma inflessibile, non esitando a reprimere gli abusi e ad inquisire ed espellere gli eretici; a fare, cioè, anche il lavoro “sporco”, che tanto dispiace alle anime sensibili, come lo avrebbero fatto Paolo IV Carafa coi luterani, e san Pio X coi modernisti.
Noi possiamo deprecare che, in alcuni momento storici, la Chiesa sia arrivata alla persecuzione fisica degli eretici, ma non possiamo cadere nell’eccesso opposto rispetto agli inquisitori, illudendoci che l’eresia si possa contrastare senza prendere dei provvedimenti per impedirne la diffusione, o, addirittura, negando, di fatto, che l’eresia esista. Infatti, se ci domandiamo che fine abbiamo fatto gli eretici, al giorno d’oggi, scopriamo, con un certo stupore, che la Chiesa cattolica, negli ultimi anni, ha praticamente smantellato il proprio apparato di sorveglianza e repressione delle eresie; che chiunque, oggi, può dire e scrivere quel che vuole, anche sulla stampa cattolica, e qualsiasi sacerdote può tenere le omelie più bizzarre e personali, senza che vi siano, quasi mai, dei seri provvedimenti per eliminare i fattori di turbamento nei confronti dei fedeli. È come se la Chiesa del post-Concilio avesse deciso di credere, per partito preso, cioè in base a un pregiudizio buonista, che l’eresia non esiste più; mentre essa esiste, eccome, e, anzi, col modernismo, sviluppatosi apertamente a partire dai primi anni del Novecento, e oggi arrivato addirittura fino ai vertici della Chiesa, sono tornate a fare la loro comparsa delle tendenze ereticali antichissime, mai del tutto sradicate, e rese più audaci dalla mancanza di reazione, dal silenzio, dalla paciosità, dalla assoluta noncuranza mostrata da chi dovrebbe vigilare sulla purezza della dottrina e sullo svolgimento ordinato della liturgia. Hanno fatto, così, la loro ricomparsa, tendenze pelagiane (le conseguenze del Peccato originale non sono decisive), ariane (Cristo non è veramente un essere divino, ma un maestro di saggezza), monofisite (Cristo non è stato anche vero uomo, ma dell’uomo aveva solo le apparenze), insieme a un relativismo sempre più esplicito (non esiste la verità, tutte le filosofie e le religioni sono buone) e ad un razionalismo che si tinge, paradossalmente, di sentimentalismo (la Rivelazione deve accordarsi con i dati della scienza, però il fattore decisivo per la fede è lo stato d’animo personale di ciascun uomo).
Ora, colui che se ne va in giro per un quartiere non tropo raccomandabile, tenendo il portafogli infilato nella tasca posteriore dei calzoni, in bella vista, senza neppure abbottonarla, non si può definire come una persona fiduciosa e ottimista, ma come un incosciente, o peggio, come  emerito imbecille; allo stesso modo, chi pensa che la Chiesa non abbia più bisogno di proteggersi dal veleno di dottrine sbagliate, e di comportamenti sbagliati, da parte dei teologi e da parte del clero, o vive fuori della realtà, oppure è complice del lento e costante inquinamento che forze ostili al Vangelo stanno da tempo operando all’interno di essa. Ingenui o complici, il risultato è lo steso: la Chiesa, oggi, non è più la custode fedele della divina Rivelazione; al suo interno, come un fungo velenoso, è cresciuta, lentamente dapprima, poi con rapidità impressionante, una contro-chiesa gnostica e massonica, e a capo di essa è stato posto un pontefice il cui scopo non è quello di rinsaldare la fede e l’unità della Chiesa, ma accentuare le crepe, inasprire le piaghe, sobillare ancor più i temerari, per imprimere la svolta definitiva alla rivoluzione modernista incominciata con il Vaticano II. Poco importa se si vuol credere, o no, alle prime indiscrezioni, secondo le quali Benedetto XVI fu costretto a dimettersi da una congiura partita da Obama, perché voleva tentare una riconciliazione con la Chiesa ortodossa russa; così come il suo naturale successore, Angelo Scola, subì il “veto” dello stesso Obama, perché era stato proprio l’intermediario di quel tentativo; sta di fatto che Francesco ha agito, fin dall’inizio, all’unisono con la Casa Bianca, fino a schierarsi apertamente, e indecentemente, nel pieno della campagna elettorale, prendendo posizione contro Trump: ce n’è abbastanza per vedere in lui lo strumento di una manovra politica mirante a porre la Chiesa sotto il protettorato statunitense, cosa che richiedeva, necessariamente, una svolta in senso modernista, massonico e semi-protestante, perché tali sono i poteri che comandano a Wall Street.
Aspettavamo un papa Leone ed è arrivato Francesco: l’uomo più sbagliato nel momento peggiore. Con lui, il caos si è moltiplicato, le spinte al relativismo si accentuano, tutta la Chiesa slitta verso posizioni non cattoliche, ma post-cattoliche (del resto, Dio non è cattolico, si è affrettato a dire papa Francesco nella sua prima, tristemente celebre intervista con Eugenio Scalfari, il gran papa della chiesa gnostico-massonica e anticristiana). Ma non importa. Lo Spirito Santo sa di cosa la Chiesa ha bisogno e sa servirsi degli uomini e delle situazioni per condurla al sicuro, secondo la promessa di Gesù. Se tutto dipendesse dal buon (o cattivo) volere umano, staremmo freschi: la Chiesa non sarebbe durata neanche due secoli. Grazie a Dio, non è così: ci penserà Lui a tenerla in carreggiata…
di Francesco Lamendola del 25 Maggio 2017