ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 29 maggio 2017

Fiat voluntas mea!

Quale programma?



Un lettore mi ha segnalato la conferenza che Enzo Bianchi ha tenuto a Cagliari la settimana scorsa, il 23 maggio (qui l’audio-clip). Al minuto 15:57 della registrazione, il relatore si lascia andare a una confidenza a proposito della determinazione di Papa Francesco nel portare avanti le riforme: 
Un giorno gli [= al Papa] è stato chiesto in una situazione confidenziale: «Ma, Santità, porterà a termine tutte queste riforme che annuncia?». La sua risposta è stata: «Io non pretendo; voglio che si inizino processi, e voglio che quel tanto di cammino che facciamo insieme non si possa piú tornare indietro».

Sono parole riportate, ovviamente; ma non c’è motivo per metterne in dubbio l’autenticità, anche perché pronunciate da un uomo assai vicino al Santo Padre. A voler essere pignoli, Bianchi non svela nessun segreto. 
Che il Papa volesse iniziare processi, lo aveva già dichiarato nella sua prima intervista, rilasciata al Padre Antonio Spadaro e pubblicata su La Civiltà Cattolica del 19 settembre 2013 (n. 3918):
Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi, piú che occupare spazi. Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa (p. 468).
Da questa citazione risulta evidente che l’“avviare processi” non è altro che un corollario del primo dei quattro postulati di Papa Francesco: “Il tempo è superiore allo spazio” (si veda il mio post del 10 maggio 2016). Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, egli afferma in proposito:
Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi. Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi piú che di possedere spazi (n. 223).
Quindi, affermando di voler iniziare processi, Papa Bergoglio non fa altro che ripetere quello che è uno dei suoi principi ispiratori. Egli sa bene che sarebbe illusorio pretendere di cambiar tutto dall’oggi al domani, non solo perché certi processi di trasformazione richiedono tempi lunghi, ma anche perché è inevitabile che, una volta avviati, essi incontrino delle resistenze, e quindi diventa necessario rallentare il passo, in attesa che recuperino terreno anche i piú recalcitranti. Talvolta, perché questo avvenga, sono necessarie generazioni. Quindi l’importante è avviare i processi, senza aver la fretta di volerli vedere immediatamente conclusi.

Quel che invece, a quanto mi risulta, non si ritrova in precedenti interventi pubblici è l’aggiunta che segue: «Voglio che quel tanto di cammino che facciamo insieme non si possa piú tornare indietro». Dunque, una volta iniziato il cammino, non importa la lunghezza del tratto percorso; ciò che importa è che, una volta percorso quel tratto — breve o lungo che sia — non si possa piú tornare indietro. Può sembrare una considerazione ovvia: se abbiamo deciso di metterci in viaggio verso una meta, non possiamo poi permettere che si vada nella direzione contraria. Enzo Bianchi individua in queste parole la determinazione di Papa Francesco nel portare avanti le riforme. Personalmente, invece, trovo tali espressioni non poco inquietanti. Perché? Perché, a mio parere, esse presuppongono un programma da attuare. È ovvio che, se mi metto in viaggio, lo faccio perché ho deciso di raggiungere una determinata meta. Non ci si mette in cammino per andare a zonzo. Ci devono essere degli obiettivi da raggiungere; tali obiettivi, di solito, sono inseriti in un programma. E questo spiega l’esclusione della possibilità di tornare indietro: non avrebbe senso prefissarsi un obiettivo e poi procedere nella direzione opposta. 

Beh, direte voi, che male c’è? Qualsiasi uomo di governo ha un programma da realizzare; non si vede perché il Papa non debba averne uno anche lui. Personalmente, ritengo che il ruolo del Papa sia un tantino diverso da quello di un semplice uomo politico. Benedetto XVI lo aveva capito bene, tanto che nell’omelia della Messa per l’inizio del pontificato (24 aprile 2005) ebbe a dire:
Cari amici! In questo momento non ho bisogno di presentare un programma di governo. Qualche tratto di ciò che io considero mio compito, ho già potuto esporlo nel mio messaggio di mercoledì 20 aprile; non mancheranno altre occasioni per farlo. Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia. 
Mi sembra che l’atteggiamento giusto per un Papa — e non solo — sia appunto quello di “mettersi in ascolto della parola e della volontà del Signore e lasciarsi guidare da Lui”. Oltre tutto, mi pare che lo stesso Papa Francesco ci ripeta spesso di rimanere sempre aperti alle sorprese di Dio. Tanto per fare un esempio recente, si potrebbe citare la sua meditazione dell’8 maggio scorso:
«Lo Spirito è il dono di Dio, di questo Dio, Padre nostro, che sempre ci sorprende: il Dio delle sorprese». E questo «perché è un Dio vivo, è un Dio che abita in noi, un Dio che muove il nostro cuore, un Dio che è nella Chiesa e cammina con noi; e in questo cammino ci sorprende sempre». Perciò «come lui ha avuto la creatività di creare il mondo, cosí ha la creatività di creare cose nuove tutti i giorni». Egli è «il Dio che ci sorprende».
Sinceramente, mi sembra molto piú aperto alle sorprese di Dio uno che non vuole fare la propria volontà, non vuole perseguire le proprie idee, ma preferisce mettersi in ascolto della parola e della volontà del Signore e si lascia guidare da lui, piuttosto che uno che afferma: «Voglio che quel tanto di cammino che facciamo insieme non si possa piú tornare indietro». Che significa “andare avanti” o “tornare indietro”? Non ci si accorge che sono concetti totalmente relativi al contesto ideologico in cui vengono usati? Per me, per esempio, la Chiesa, nei cinquant’anni successivi al Concilio, di strada ne aveva fatta abbastanza; mentre ritengo che negli ultimi quattro anni essa sia tornata indietro (si vedano i post del 23 febbraio 2016 e del 31 gennaio 2017; vedo con piacere che certe considerazioni sono ora condivise anche da altri osservatori).

Anche se dunque, personalmente, preferirei che il Papa non avesse un “programma di governo”, sono disposto ad ammettere che si tratti di una visione superata e che sia possibile (se non addirittura necessario) che il papato ai nostri giorni si adegui ai modelli di potere attuale (come del resto ha spesso fatto in passato, assumendo alcune forme di governo caratteristiche delle diverse epoche storiche). Oggi è normale che un uomo politico che aspira al governo di un paese presenti un programma agli elettori e, se poi ottiene la maggioranza dei voti, abbia il dovere di attuare il programma per cui è stato eletto. Non so se sia opportuno per la Chiesa adottare una simile prassi; non so se le attuali norme canoniche lo permettano. Ma facciamo l’ipotesi che possa essere una delle riforme da introdurre nella Chiesa. Bene, ma in tal caso bisogna che il “programma di governo” sia reso di pubblico dominio. Non pretendo che ciò venga fatto prima dell’elezione di un nuovo Pontefice (non è prevista, nel nostro caso, una “campagna elettorale”), ma almeno all’inizio del pontificato sarebbe opportuno che il neoeletto esponesse pubblicamente quali sono le linee che intende seguire e gli obiettivi che si prefigge di raggiungere durante il suo mandato. Mi sembra una questione di trasparenza e di rispetto dei “sudditi”. 

Qual è il programma di Papa Francesco? Si potrebbe facilmente rispondere: l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (24 novembre 2013). Me ne sono occupato nel post del 27 aprile 2016. Che Papa Bergoglio abbia voluto dare a quella che altrimenti sarebbe stata una semplice esortazione apostolica post-sinodale un carattere programmatico è fuor di dubbio. Capite però che non è facile riuscire a individuare in un documento di 260 pagine, che spazia dall’omiletica alle problematiche sociali, le linee di un eventuale “programma di governo”. Lo stesso Pontefice, però, a un certo punto dà un’indicazione ben precisa di carattere programmatico:
Non ignoro che oggi i documenti non destano lo stesso interesse che in altre epoche, e sono rapidamente dimenticati. Ciononostante, sottolineo che ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti. Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una «semplice amministrazione» [Documento di Aparecida, n. 201]. Costituiamoci in tutte le regioni della terra in un «stato permanente di missione» [ibid., n. 551] (n. 25). 
Dunque, l’obiettivo principale del pontificato di Papa Francesco potrebbe essere individuato proprio in questa “conversione pastorale e missionaria” della Chiesa. Non è questo il momento di chiederci se, nei quattro anni trascorsi, sia stata data attuazione a tale conversione o, per lo meno, sia stato avviato un processo in tal senso. Potrebbe essere l’oggetto di una ulteriore riflessione. Per il momento ci limitiamo a rilevare che si tratta di un obiettivo abbastanza generico. Per cui viene spontaneo chiedersi: possibile che non esista un programma piú dettagliato? La risposta potrebbe essere: prima del conclave del 2013 ci furono alcune riunioni del collegio cardinalizio, nelle quali venne delineato una specie di pro-memoria per il futuro Pontefice. Ovviamente non furono pubblicate le conclusioni di quelle riunioni, ma gli addetti ai lavori hanno fornito le linee-guida della “piattaforma” predisposta:
Fin dai primi mesi del pontificato [Papa Bergoglio] ha gettato le basi di un programma di vasto respiro. Punto di partenza è la piattaforma delineatasi durante il pre-conclave in base alle richieste dei cardinali, espresse nel corso delle congregazioni generali dal 4 all’11 marzo 2013. In quelle riunioni le proposte avanzate erano sostanzialmente tre: riformare la curia rendendola piú snella ed efficiente, fare pulizia nella banca vaticana e promuovere la “collegialità”, instaurando consultazioni frequenti tra il pontefice e il collegio cardinalizio e le conferenze episcopali, in modo da favorire la partecipazione dell’episcopato mondiale alle scelte strategiche papali (Marco Politi, Francesco tra i lupi: il segreto di una rivoluzione, Laterza, Bari, 2015, c. 11).
Come si può vedere, in tal caso, i tre punti all’ordine del giorno hanno un carattere piú che altro istituzionale. Anche qui ci si potrebbe chiedere a che punto siamo con l’attuazione di tale programma. Qualcuno ha fatto notare che Papa Francesco si è applicato a tali riforme “piú per obbligo che per passione” (qui). Ma a noi la cosa, almeno per il momento, non interessa. Ci interessa piuttosto sapere: tutto qui? O c’è dell’altro? Sarei ipocrita se negassi che c’è un’idea che mi frulla per il capo: se è vero che l’elezione del Card. Bergoglio è il risultato dell’attività di lobbying del cosiddetto Gruppo di San Gallo (fatto riconosciuto dal Card. Danneels e confermato da Mons. Gänswein), come si fa a non pensare che l’agenda di tale lobby possa essere diventata il programma di governo dell’attuale Pontefice? Per quale altro scopo lo avrebbero eletto, se non per dare attuazione ai propri obiettivi? Lorenzo Bertocchi sunteggia il programma del Gruppo di San Gallo nei seguenti punti:
Un punto che ha sempre unito il gruppo di San Gallo riguarda la richiesta di una maggiore autonomia alle Chiese locali nell’applicare le norme della Chiesa universale. Detto in altri termini si auspicava una maggiore collegialità, sulle ali di uno spirito del Concilio da attuare fino in fondo, soprattutto per quelle che venivano considerate questioni di mera disciplina ecclesiastica, ma non solo. Un riferimento preciso riguardava, ad esempio, la questione del possibile accesso alla eucaristia dei divorziati risposati, oppure la questione del celibato sacerdotale da abolire. Il gruppo di San Gallo era anche animato da una certa volontà di riforma del governo della Chiesa.
Non si fa fatica a ritrovare in questa breve rassegna i contenuti dei famosi “sogni” del Card. Martini (uno dei membri del Gruppo) al Sinodo sull’Europa del 1999:
Un terzo sogno è che il ritorno festoso dei discepoli di Emmaus a Gerusalemme per incontrare gli apostoli divenga stimolo per ripetere ogni tanto, nel corso del secolo che si apre, un’esperienza di confronto universale tra i Vescovi che valga a sciogliere qualcuno di quei nodi disciplinari e dottrinali che forse sono stati evocati poco in questi giorni, ma che riappaiono periodicamente come punti caldi sul cammino delle Chiese europee e non solo europee. Penso in generale agli approfondimenti e agli sviluppi dell’ecclesiologia di comunione del Vaticano II. Penso alla carenza in qualche luogo già drammatica di ministri ordinati e alla crescente difficoltà per un vescovo di provvedere alla cura d’anime nel suo territorio con sufficiente numero di ministri del Vangelo e dell’Eucaristia. Penso ad alcuni temi riguardanti la posizione della donna nella società e nella Chiesa, la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali, la sessualità, la disciplina del matrimonio, la prassi penitenziale, i rapporti con le Chiese sorelle dell’Ortodossia e piú in generale il bisogno di ravvivare la speranza ecumenica, penso al rapporto tra democrazia e valori e tra leggi civili e legge morale (Il Margine, n. 9/1999).
Per affrontare tali tematiche il Card. Martini auspicava l’indizione di un nuovo Concilio. È evidente che buona parte dei punti toccati dall’allora Arcivescovo di Milano erano collegati con le questioni che erano state affrontate da Paolo VI (celibato sacerdotale, contraccezione, ecc.) e da Giovanni Paolo II (comunione ai divorziati risposati, sacerdozio alle donne, aborto, ecc.) in maniera diversa da come il Gruppo di San Gallo avrebbe desiderato. Visto che uno di questi punti (comunione ai divorziati risposati) è stato ripreso e risolto nella maniera auspicata dal Gruppo, dobbiamo attenderci che anche gli altri punti verranno, prima o poi, presi in esame per dare loro una soluzione diversa da quella decisa dai precedenti Pontefici?



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