ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 27 maggio 2017

Quanta ipocrisia

Non c’è vero amore per il peccatore senza odio per il suo peccato



Uno dei più gravi malintesi della teologia morale contemporanea, specialmente a partire dalla cosiddetta “svolta antropologica” inaugurata dal Concilio Vaticano II, consiste nel pensare e nel dire che Gesù è venuto per i peccatori, senza precisa che Egli è venuto per convertire i peccatori, e non per assolverli e lasciarli tranquillamente nei loro peccati. Un po’ tutto il clima della Chiesa cattolica, negli ultimi anni, ha reso possibile il diffondersi di questa dottrina sbagliata. Può darsi che in passato si sia commesso l’errore, come sostiene padre Ermes Ronchi, di puntare troppo su una “pedagogia della paura”, insistendo esageratamente sull’aspetto punitivo della giustizia divina; ma è certo,  a nostro avviso, che, da qualche tempo in qua, si è imboccata, sempre più decisamente, la via dell’errore opposto e speculare: quella di minimizzare, sottovalutare, ignorare il peccato, e presentare il Vangelo come una dottrina morale che esorta le anima, genericamente, alla vita buona, ma non dice chiaramente quel che accade alle anime allorché scelgono di allontanarsi da Dio, sia in questa vita, sia nell’altra; anzi, a dirla tutta, dell’altra vita, e quindi anche del Giudizio finale, non si sente parlare ormai quasi per nulla.
Chiaramente, si tratta di una lettura parziale, e quindi eretica, del Vangelo: la verità della parola di Dio non può essere arbitrariamente scorporata, spezzettata, manipolata, in modo da far dire a Gesù Cristo ciò che non ha detto, e perfino il contrario di quel che ha detto e fatto: se si toglie, nel dialogo con la donna adultera, quel Va’ in pace, E NON PECCARE PIÙ, si toglie il Vangelo, e lo si riduce al livello di una delle tante dottrine morali che, preso atto della fondamentale debolezza umana, finiscono per tollerarla, per legittimarla, naturalizzando il peccato e considerando gli impulsi e le passioni come delle forze troppo grandi per resistere loro; qualcuno si spinge fino a dire che ciò sarebbe “inumano”. Appunto: ciò a cui stiamo assistendo, è una umanizzazione del Vangelo: non più la dottrina divina che Gesù, il Verbo incarnato, ha portato agli uomini, per elevarli fino a Sé, ma una dottrina umana, che chiede agli uomini solo quel che possono umanamente dare, e che non parla più della grazia, unico strumento mediante il quale essi possono sconfiggere il peccato. Una volta ridotto il cristianesimo a una dottrina sostanzialmente umana, la miglior cosa da fare è non parlare per nulla del peccato, altrimenti emergerebbe la contraddizione fra quel che Dio chiede all’uomo, e quel che l’uomo è disposto a fare: emergerebbe il fatto che, senza la conversione e senza l’aiuto della Grazia, l’uomo non può certo redimersi da solo.
Una rappresentazione figurativa di questa falsa teologia morale, eretica e pericolosissima per la vita delle anime, è offerta dell’affresco dipinto nella controfacciata del duomo d Terni dal pittore, dichiaratamente omosessuale, Ricardo Cinalli, su esplicita richiesta dell’allora vescovo della diocesi, Vincenzo Paglia, che non sembra aver concordato preventivamente l’opera, né aver avanzato alcuna riserva a lavoro finito (e ben pagato), quasi che non di arte sacra si tratti, all’interno di quel luogo sacro per eccellenza che è la chiesa, ma di un’opera profana, destinata ad un pubblico profano, dove ognuno è libero di pensarla come gli pare e piace. In teoria, si tratta di una Resurrezione; in pratica, non si capisce bene cosa sia: si vede un Cristo gigantesco, raffigurato in maniera estremamente irrispettosa, che porta in alto, con delle reti da pescatore, una quantità di persone, tutte chiaramente qualificate come peccatrici: prostitute, spacciatori, omosessuali e transessuali. Li porta in alto, verso dove? In apparenza, verso il Cielo, con tanto di Angeli che stanno a contemplare la scena, ma che sembrano assai poco angelici, semmai ricordano dei diavoli. Dunque, il messaggio è questo: Dio porta in Cielo tutti quanti, nessuno escluso. La domanda: ma i peccatori devono pentirsi, per essere perdonati da Dio?, non pare che sia contemplata. Che cos’è il peccato?, sembrano dire quelle persone, che, perfino dopo morte, continuano a strofinarsi voluttuosamente le une con le altre, facendo vedere chiaramente di non essere per nulla pentite del genere di vita che hanno condotto. Dunque, il messaggio complessivo sembra essere questo: il pentimento non è necessario; la misericordia di Dio è così grande che non bada a queste sottigliezze, a queste formalità: prende i peccatori e se li porta in Cielo, punto e basta. Una vera e propria teologia alla rovescia; un vero e proprio ribaltamento sacrilego del Vangelo.
Ci piace riportare qui la conclusione della monografia dedicata a Lourdes da uno dei massimi mariologi viventi, il sacerdote e teologo René Laurentin (nato a Tours il 19 ottobre 1917 e oggi quasi centenario), che ben mette a fuoco questo concetto (da: R. Larentin, Lourdes. Cronaca di un mistero; titolo originale: Lourdes. Récit authentique des Apparitions, Paris, Pierre Zech Editeur, 1987; traduzione dal francese di Rino Camilleri, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1996, pp. 264-265):

Ma perché colei che viene così’ in aiuto ai PECCATORI chiama se stessa più precisamente l’IMMACOLATA CONCEZIONE?
Non c’è una sorta di contraddizione? Presentarsi così ai peccatori come la Vergine SENZA PECCATO, non è prendere le distanze nei loro confronti? Valeva la pena di discendere a loro livello, per poi mostrarsi come una principessa lontana, estranea alle loro miserie?
Questo paradosso ci porta la cuore del messaggio di Lourdes: il senso del peccato e della conversione. Bisogna dissipare qui un errore che ce lo rende oscuro. Noialtri peccatori abbiamo la tendenza a credere che occorra essere peccatori per ben “comprendere” i peccatori.
Ebbene, no, non si comprende il peccatore attraverso il peccato, perché il peccato non è una tecnica positiva: nella sua essenza è privazione, assenza, nulla; è peccato nell’esatta misura in cui decapita il bene dell’atto compiuto. Non è dunque fattore di comprensione, ma di oscurità.
È, più gravemente ancora, fattore di opposizione. Crea divisione, conflitto, all’interno del cuore come nella società. Così un peccatore, per un altro peccatore, non è un amico.  È, secondo i casi, un concorrente (due collere o due cupidigie che si affrontano), oppure l’immagine obiettiva del peggio di se stesso che si augurerebbe di annientare. Incontrare il nostro difetto in un atro, ecco d’istinto quel che ci fa più orrore. “L’inferno sono gli altri?”. Sì, gli altri peccatori. Così’, si comprende meglio perché il Verbo incarnato ha preso tutto dell’uomo, inclusa la morte, ma ha fatto eccezione per il peccato.
Per la stessa ragione, non c’è vero amore per il peccatore senza odio per il suo peccato. Noialtri peccatori oscilliamo pericolosamente tra durezza e complicità nei confronti degli altri. O condanniamo quelli che fanno il male con un disprezzo farisaico; oppure, se siamo inclini a comprenderli, perdiamo il senso del male: non scusiamo soltanto il peccatore, ma il peccato stesso, Lo tolleriamo, l’approviamo e, quasi quasi, troveremmo che si tratta del “più grazioso peccato del mondo”. Quanti cristiani coltivano così nei loro amici rancore, odio, la maldicenza e tutto il resto!… No, non è così che si amano i peccatori. Amarli in questo modo significa imitare quella strana moglie la quale, qualche anno fa, i giornali fecero l’onore dei loro titoli:  amando il marito d’un amore possessivo, lo manteneva , con piccole dosi di arsenico, in uno stadio intermedio tra la vita e la morte, nel quale lo accudiva con estrema devozione. L’amore così concepito è peggiore dell’odio. Tale è il falso amore che ci fa complici del peccato. Chi ama veramente un peccatore odia del pari il suo peccato e non ha requie finché non lo tragga fuori.
No, non è tramite il peccato che si comprendono i peccatori, , ma con l’amore e la misericordia. Qui esplode la portata positiva del’Immacolata Concezione.
La Vergine è Colei nella quale nessun peccato ha rimpicciolito l’amore.
È così la più capace di misericordia, perché si è capaci di misericordia nella misura in cui si sa di essere oggetto di misericordia. Ora, si trova presso di Lei la più alta coscienza della più alta misericordia di Dio: la più alta misericordia, perché Dio non l’ha purificata ma preservata dal peccato e colmata dall’origine di una pienezza di grazie; la più alta coscienza di questa misericordia, perché la sua purezza la rende più capace di ogni atro di quel sentimento raro e difficile tra tutti che è la riconoscenza.
Così Ella realizza idealmente quel sovrano amore per i peccatori che implica, essenzialmente, un odio sovrano per il loro peccato. Ecco perché Ella manifestava quella tristezza indimenticabile quando parlava dei peccatori.
Tale è il senso dell’appello che indirizza ai peccatori perché si impegnino a fondo nella Redenzione. Il dogma del’Immacolata Concezione, astrattamente definito da Pio IX nel 1854, assume qui il volto di un’esigenza, il volto di cui Bernanos ha saputo meglio di ogni atro esprimere il mistero e lo sguardo:
“Questo sguardo non è quello dell’indulgenza…ma della tenera compassione, della dolorosa sorpresa, di non sai qual sentimento ancora inconcepibile che la fa più giovane del peccato, più giovane della razza da cui è uscita  e, per quanto madre per la grazia, madre delle grazie, la più giovane del genere umano”.
Tuttavia, nel discorso pronunciato dal papa a Fatima per la canonizzazione dei pastorelli Giacinta e Francesco, il 13 maggio 2017, nel centenario delle apparizioni, non è stato rispettato per niente lo spirito e il significato profondo delle apparizioni mariane. Francesco ha detto che Fatima ci ricorda che abbiamo nel cielo una Mamma, e che sotto il suo manto di luce possiamo rifugiarci nelle difficoltà della luce. Poi, sull’aereo ha parlato di tutt’altro, ad esempio dei progressi che sono stati fatti, secondo lui, nella lotta alla pedofilia dentro l’istituzione ecclesiastica. Ma non ha parlato della cosa più importante di Fatima, e anche di Lourdes e di La Salette; e lasciamo da parte, visto che la Chiesa non si è ancora pronunciata ufficialmente (ma lui lo ha fatto lo stesso, a titolo personale) il caso di Medjugorje: ossia che la Madonna, in tutte le sue apparizioni, è sempre apparsa triste, addolorata; ha sempre rivolto un monito severo all’umanità, servendosi, di preferenza, dell’a innocenza di bambini e adolescenti; e ha affermato chiaramente che, se non ci saranno la conversione, il pentimento dei peccati, la consacrazione a Dio dei popoli, e, al contrario, l’umanità continuerà sulla strada dell’ingratitudine verso Dio e del disprezzo dell’opera redentrice di Cristo, verranno presto i castighi, e saranno terribili.  Del resto, se il linguaggio non è un’opinione, questo e non altro è una profezia: un ammonire, un richiamare severamente, un mettere in guardia sulle conseguenze certe e inevitabili del peccato. Tutti i profeti della Bibbia hanno fatto così: hanno ammonito, esortato, sgridato, minacciato, redarguito, talvolta perfino maledetto; san Paolo, in una delle sue lettere (quella ai Filippesi), dice: Vi scongiuro con le lacrime agli occhi, fratelli: non seguite la vanità dei pagani. Tutte le apparizioni mariane, tutte, nessuna esclusa, contengono e hanno al centro un tale messaggio: Cristo è morto e risorto per amore degli uomini, ma il Vangelo è rimasto lettera morta: pertanto, o gli uomini si ravvedono, oppure pagheranno le conseguenze della loro malvagità e della loro protervia. Ma di ciò, nelle parole del papa, non c’era neppure una debole eco. Del resto, non è facile sentirlo parlare del peccato, né vederlo inginocchiarsi davanti a Lui: della misericordia di Dio, della bontà della Madonna, sì: ma questi sono discorsi generici, che potrebbe fare anche un non cristiano, un non cattolico. Quello che vi è di specifico nei messaggi mariani è l’annuncio dei disastri cui l’umanità deve prepararsi se non vuole ascoltare in alcun modo il richiamo al Vangelo. Gesù è venuto per la conversione degli uomini e la loro salvezza; e Maria appare, in talune circostanze, per la stessa ragione: ma se gli uomini restano sordi e duri di cuore, il castigo verrà, perché Dio è anche giustizia. Non è solo misericordia: la misericordia, senza la giustizia, non sarebbe un attributo divino: sarebbe buonismo, che è una deformazione diabolica della bontà, perché consiste nel non voler vedere il male, cosa che equivale a diventare suoi complici. In fondo, questa contro-teologia buonista è satanica soprattutto perché, negando la necessità del pentimento, prepara l’inevitabilità della dannazione. E quanta ipocrisia, in tutto questo. Chi di noi, avendo un amico affetto da una seria malattia, se lo vede tenere comportamenti contrari alla sua salute, non lo ammonisce severamente, per il suo bene? Amarlo vuol dire parlargli con sincerità: è evidente. Perciò, quei pastori che non ammoniscono i peccatori sulle conseguenze del peccato, si assumono una responsabilità tremenda nei confronti del loro destino soprannaturale…

di Francesco Lamendola del 26-05-2017