ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 2 maggio 2017

Stiamo grattando il fondo con la vergine cuccia?^


Il processo di beatificazione di Pio XII è bloccato, ma intanto si esalta don Milani. Non c’è da stupirsi: la neochiesa non può permettersi di porre sui suoi neoaltari un santo della vecchia religione.


Martedì 2 maggio 2017

E’ pervenuta in redazione:

Caro Gnocchi,
ho letto le attenzioni che il Papa ora riserva a don Milani, il “priore di Barbiana”, che ci viene presentato come un vero modello di sacerdote, tutto dedito alla Chiesa e ai giovani. Lasciamo stare la dedizione ai giovani, compresa l’omosessualità di cui il Milani era sospettato. Ma comunque questo prete è stato un pessimo esempio, con libri censurati dall’allora sant’Uffizio. Fu rimosso dalla sua parrocchia e mandato a Barbiana dal cardinale Dalla Costa e don Milani era così “obbediente” che il cardinale dovette addirittura minacciarlo di far intervenire la forza pubblica perché lasciasse la parrocchia. Un giudizio molto pesante lo diede su di lui anche Giovanni XXIII, che quando era ancora Patriarca di Venezia, dopo aver letto il libro di Milani “Esperienze pastorali” lo definì come “un pazzerello scappato dal manicomio”. E potremmo dirne altre sui suoi metodi educativi nella tanto osannata scuola di Barbiana. Ma se l’albero si giudica dai frutti, allora bisogna anche ricordare che personaggi come il Rodolfo Fiesoli, l’orco del Forteto, condannato per violenze sessuali su minori, era uno dei seguaci di don Milani e con lui altri personaggi di quell’inferno che era il Forteto.
Insomma, cosa possiamo dire su un Papa che su un personaggio così non ha almeno l’intelligenza di star zitto? Ma mi viene subito un paragone davvero sconcertante: adesso si beatifica Don Milani, ma intanto il processo di beatificazione di Pio XII è ibernato. Non se ne parla neanche più. A parte le vergognose diffamazioni sulla faccenda degli ebrei (e sappiamo quanti furono salvati proprio da Pio XII ai tempi del nazismo), questo è stato un vero grande testimone della fede cattolica. Forse nella “chiesa” di oggi è questa la sua colpa? Quando si riavvierà il processo di beatificazione per Pio XII? E chi lo sa? Ma intanto si esalta un don Milani. Stiamo grattando il fondo o dovremo vederne ancora delle altre?
Mi scusi, sono stato lungo, ma non potevo non dire queste cose. In questo caos in cui viviamo lei è un uomo libero e lo dimostra, uno dei pochi con cui si può parlare.
Buon lavoro, con tanta stima.
Donato Lorini
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Caro Donato,
oltre che di una neofede, di una neoliturgia, di una neomorale, la neochiesa a bisogno anche di una neosantità e dei neosanti. Naturalmente, alla gloria dei neoltari, si passa direttamente attraverso la neocanonizzazione proclamata dal neopapa nelle modalità che più gli aggradano. Nel caso specifico, Bergoglio ha provveduto per videomessaggio, come amava fare il Berlusconi dei tempi d’oro.
Don Milani, figlio di madre ebrea, cresciuto nell’agnosticismo e convertito in età adulta pare fatto apposta per un’operazione simile. E quell’ambiguo rapporto con i “suoi ragazzi”, che lui esprimeva con linguaggio e concetti tutt’altro che equivoci, ne fa addirittura un neosanto con la doppia aureola. L’uomo che ha contribuito a devastare il sistema scolastico italiano demolendo i concetti di insegnamento e di autorità, con quel suo sguardo tutt’altro che limpido sui giovinetti di Barbiana, è il testimonial perfetto della scuola del gender e dell’omosessualismo.
Lei caro Donato, si stupisce che, a fronte dell’esaltazione di don Milani e del donmilanismo, venga oscurata e obliata anche la sola possibilità di beatificare un pontefice come Pio XII. Ma la neochiesa non può permettersi di porre sui suoi neoaltari un santo della vecchia religione. Salvo il caso di abbinarlo a un neosanto che ne imponga una lettura e una recezione orientate alla nuova fede. Capitò a Pio IX, beatificato con Giovanni XXIII, che poi lo ha lasciato al palo per la canonizzazione.
Certo, nel caso di Pio XII l’operazione sarebbe difficile persino per Bergoglio, visto che bisognerebbe maneggiare la leggenda nera su un Pontefice accreditato definitivamente come “il Papa di Hitler” il “Papa connivente con l’Olocausto”. E, si sa, in questi tempi non esiste nulla di tanto definitivo e indiscutibile come una maledizione lanciata sulla Chiesa cattolica in nome dell’ebraismo. Perciò, con sfumature e argomenti diversi, si arriva sempre lì: al silenzio del “Vicario” sulla tragedia del popolo ebraico durante il nazismo.
Ma paradossalmente, se riguardasse solo i rapporti tra cattolicesimo ed ebraismo la questione sarebbe persino risolvibile: a rigore e alla lunga, la logica dovrebbe rendere evidente l’incongruenza di una religione che si occupa degli affari interni a un’altra. Il fatto che siano gli ebrei a stabilire quali debbano essere i santi cattolici, prima o poi dovrebbe risultare come un comico malinteso.
Il film sulla leggenda nera di Pio XII, invece, continuerà ad andare in onda in replica perché è frutto di un’antica partita tutta interna al mondo cattolico. Lo ha spiegato chiaramente il rabbino americano David G. Dalin in appendice al volume di Burkhart Schneider, Pio XII. “Quasi nessuno degli ultimi libri su Pio XII e sull’Olocausto” spiega Dalin “parla in realtà di Pio XII e dell’Olocausto. Il vero tema di questi libri risulta essere una discussione interna al cattolicesimo circa il senso della Chiesa oggi, dove l’Olocausto diviene semplicemente il bastone più grosso di cui i cattolici progressisti possono disporre come arma contro i tradizionalisti”.
Caro Donato, l’avversione a Pio XII nasce nel mondo cattolico molto prima che in certi ambienti dell’ebraismo. Sino al 20 febbraio 1963, quando il protestante Rolf Hochhuth, mise in scena a teatro “Il Vicario”, un lavoro che denigrava l’opera e la persona di Pio XII, le maggiori personalità del mondo ebraico avevano lodato pubblicamente il Pontefice per la sua azione in favore degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. La campagna sul Pio XII antisemita cominciò decisamente in ritardo sull’aggressione messa in atto dentro la Chiesa molto prima, con particolare virulenza in Italia, dove si annida il cattolicesimo più clericale del pianeta sotto forma di bigottismo cattoprogressista.
Qualche anno fa, Piero Scoppola, uno dei rappresentativi esponenti del clericalismo cattoprogressista, sul “Regno” pubblicò una celebrazione della politica di apertura a sinistra praticata da Alcide De Gasperi contro il volere di Pio XII. Affare che risale al 1952, quando il leader democristiano, che molti continuano a scambiare per un fervente anticomunista, rifiutò l’intesa con missini e monarchici sollecitata dalla Santa Sede. L’anfibia e ambigua visione degasperiana, ispirata al progressismo di Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier, rappresentava la perfetta strategia cattocomunista il cui strumento poteva essere solo un partito a due teste come la Democrazia cristiana: una bigotta che strizzava l’occhio al perbenismo e l’altra eterodossa, in perenne rivolta contro  l’autorità romana.
La cattiva politica, caro Donato, è sempre frutto della cattiva teologia. E la cattiva politica, di rimando, cerca sempre di influire sulla teologia: è lo strumento attraverso il quale i teologi e gli intellettuali cercano di modificare la realtà della Chiesa. La solita, banale e tuttavia pericolosa storia del progressismo cattolico di ogni epoca, dai fraticelli medievali ai giorni nostri.
Si capisce dunque che l’aggressione a Pio XII non poteva soffermarsi al piano politico, ma, per sua natura, doveva salire a quello teologico. Tanto più che il cattoprogressismo di stampo maritainiano, come dire tutto quello italiano da Giuseppe Dossetti  a Rosy Bindi,  aveva più di un conto in sospeso con Pio XII.  Nel 1950, da Pontefice, Pacelli con l’enciclica Humani generis aveva messo in guardia il gregge cattolico dalle teorie eterodosse di teologi come Rahner, Teilhard de Chardin, de Lubac. Ma, prima ancora, da cardinale aveva individuato nel pensiero di Maritain la chiave della deriva a sinistra del pensiero cattolico e ne aveva previsto l’esito prima cattocomunista e poi nichilista. L’idea di uno Spirito Santo “trasgressivo e rivoluzionario” non poteva garbare a Paio XII. Prova ne fu che, nel 1956,  ispirò il celebre articolo con cui padre Messineo, sulla “Civiltà cattolica”, stroncava il pensiero maritainiano come appendice dell’hegelismo.
La difesa dei novatori, in perfetto stile rivoluzionario, partì dalla calunnia per cercare di erigere un castello teologico. Ci provò Mounier accreditando come reazione agli errori del cardinale Pacelli le atrocità commesse dai rivoluzionari spagnoli contro i cattolici. Dal canto suo, Maritain diceva di avere “una certa paura del cardinale Pacelli, di cui varie persone simpatizzanti dell’Action française, mi hanno decantato la santità tornando da Roma”. Una volta Pontefice, Pio XII divenne l’emblema della Chiesa costantiniana da abbattere per far luogo alla Nuova Chiesa dello Spirito. Tanto che Giuseppe Alberigo, uno dei padri storici del cattoprogressismo alla bolognese, raccontò a “Repubblica” che nel 1953, su istigazione di “un padre benedettino pio e assai famoso”, pregò perché il Papa morisse presto in quanto era “un peso per la Chiesa”. Il Papa, naturalmente, era Pio XII.
Per quanto grottesca, questa specie di macumba per invocare la morte di Papa Pio XII mostra di che pasta sono fatte le aggressione del pensiero progressista agli avversari, chiunque essi siano. Ma soprattutto mostrano quale sia il triste destino degli adepti a questa neoreligione, scissi tra la caccia spasmodica al male assoluto e il compromesso con il male necessario. Per questo gli attacchi a Pio XII non cesseranno tanto in fretta e troveranno eco e linfa ancora a lungo dentro al mondo cattolico.
Per la neochiesa, caro Donato, è molto più funzionale don Milani. E vedrà che si unirà al coro anche qualche neotradizionalista inebriato dal fatto che il prete di Barbiana disse di essersi convertito grazie allo splendore della liturgia e definì il Messale “molto più interessante dei Sei personaggi in cerca d’autore”.
Alessandro Gnocchi
Sia lodato Gesù Cristo

“FUORI MODA” – la posta di Alessandro Gnocchi

Redazione2/5/2017

VOLANO MAZZATE

Antonio Socci attacca Papa Bergoglio: "A vanvera le sue parole sui campi di concentramento"





Il papato per secoli è stato una delle più alte autorità morali del mondo. Com' è possibile che oggi un papa possa dire che in Italia ci sono campi di concentramento dove sono rinchiusi i rifugiati, senza che nessun giornale abbia di che obiettare, senza che nessun ministro risponda e senza che nessuna autorità si assuma la responsabilità di accertare una così grave accusa? È precipitata così in basso l' autorevolezza di un papa perché le sue parole passino in cavalleria, come fossero - che so - le bislacche sparate di un senatore Razzi? O forse è l' Italia ad essere caduta così in basso che ci si può accanire contro di essa con accuse orribili senza che nessuna autorità reagisca e difenda questo povero Paese?

I fatti sono questi. Una settimana fa, Bergoglio ha denunciato la «crudeltà» nei confronti dei migranti e ha paragonato i «campi di rifugiati» ai «campi di concentramento». A questa enormità ha reagito solo un' organizzazione ebraica, l' American Jewish Committee che - senza trovare spazio sui giornali - ha chiesto a Bergoglio di «riconsiderare la sua deprecabile scelta di parole».
Giustamente David Harris, leader dell' Ajc, ha fatto notare che «le condizioni in cui i migranti vivono attualmente in alcuni paesi europei possono essere difficili ma certamente non sono campi di concentramento». È perfino imbarazzante doverlo spiegare. Infatti nei (veri) campi di concentramento gli ebrei venivano deportati in catene dai nazisti e lì erano schiavizzati, torturati e sterminati. Mentre gli attuali emigranti - che volontariamente si sono imbarcati, pagando i trafficanti - da noi vengono salvati in mare, accolti, curati, rifocillati e ospitati dei centri di raccolta.
È vergognoso che questa colossale opera di soccorso venga assimilata da Bergoglio ai lager. I suoi molti sostenitori, sempre pronti a incensarlo, hanno cercato di metterci una toppa sostenendo che il papa intendeva riferirsi a certi luoghi di detenzione che ci sono in Libia. Ma a smentirli ci ha pensato lo stesso Bergoglio. Infatti nella conferenza stampa che ha fatto in aereo, di ritorno dall' Egitto, gli è stata posta questa domanda: «Qualche giorno fa ha paragonato i campi dei rifugiati a dei campi di concentramento. È stato un lapsus?». Lui all' inizio ha replicato che si doveva «leggere bene quello che ho detto» e poi se n' è uscito con questa sconcertante affermazione: «Esistono però i campi dei rifugiati che sono dei veri campi di concentramento. Ce n' è qualcuno forse in Italia, qualcuno in qualche altra parte, in Germania no».
Notate bene come ha voluto sottolineare che «in Germania no». Sa che i tedeschi sono molto suscettibili, specie su questi argomenti, e ha voluto evitare di urtare la loro sensibilità, perché la cosa avrebbe provocato una reazione dura da parte germanica. Invece sull' Italia sa che si può sputare quanto si vuole con accuse orribili e ingiuste, perché l' Italia subisce qualunque affronto.
Bergoglio, che in Vaticano è circondato da alte mura e non accoglie nessun profugo, si sente in diritto di puntare il dito sull' Italia con un' accusa obiettivamente inconcepibile (non si può usare l' espressione zcampo di concentramento» così).
La Repubblica ha ritenuto di farci il titolo: «Papa Francesco: "Anche in Italia, campi per immigrati come lager"». Un' accusa peraltro fatta da un papa che si è ben guardato dal denunciare i (veri e propri) lager che esistono in Cina o a Cuba. Anzi, con le caste comuniste di quei Paesi, Bergoglio è stato rispettoso e servizievole e ha fatto di tutto per rendersi a loro gradito. A questo punto se l' Italia fosse un Paese normale il governo dovrebbe già aver protestato e dovrebbe aver chiesto le scuse di Bergoglio che - fra l' altro - è un capo di Stato straniero. Ma al momento non risulta che ciò sia avvenuto. Né probabilmente accadrà.
È l' ennesimo episodio che mortifica anzitutto i cattolici, quotidianamente esposti all' umiliazione di dichiarazioni assurde e talora risibili da parte del papa. Come quell' altra - fatta sempre in aereo, da Bergoglio - secondo cui «l' Europa è stata fatta dai migranti, da secoli e secoli di migranti». È noto che l' attuale vescovo di Roma non sia un luminare e abbia frequentato poco i libri, ma avventurarsi in simili affermazioni «storiche» è davvero autolesionista.
Pure con la matematica siamo messi male. Una settimana fa arrivò a dire che «se in Italia si accogliessero due migranti per ogni municipio ci sarebbe posto per tutti». Solo che in Italia ci sono 8mila comuni e i migranti non sono 16mila, ma più di dieci volte tanto ogni anno (almeno 180mila).
Purtroppo Bergoglio sembra parlare spesso senza ponderare le parole. Come quando, all' indomani della strage fatta dai terroristi islamici nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, disse: «è vero che non si può reagire violentemente, ma se uno dice una parolaccia contro la mia mamma, si aspetti un pugno».
Ci sono poi le enormità teologiche di Bergoglio, ormai una vera collezione: si va dalle prime del 2013 («non esiste un Dio cattolico») alle più recenti, come quella del 4 aprile, quando ha detto che Gesù in croce «si è fatto diavolo» o quella del 17 marzo: ha affermato che «anche dentro la Santissima Trinità stanno tutti litigando a porte chiuse, mentre fuori l' immagine è di unità».
Siamo ormai al limite della blasfemia e non era mai capitato nella storia della Chiesa. Così non stupisce che il suo maggior supporter ateo, Eugenio Scalfari, si senta incoraggiato a spararne anche lui di tutti i colori. Sono già state segnalate, su queste colonne, la castronerie teologiche di Scalfari. Ma ce ne sono sempre di nuove.
Nell' editoriale di prima pagina uscito ieri su La Repubblica, per innalzare il solito monumento all' amico Bergoglio, Scalfari ha scritto testualmente: «nella riunione religiosa che si è svolta venerdì a Il Cairo le religioni d' Oriente c' erano tutte, quella islamica, quella dell' ortodossia greca, quella cristiana-copta: i tre monoteismi rappresentati dai loro più alti dirigenti». Con tanti saluti agli ebrei la cui religione - a quanto pare - per Scalfari non è da considerarsi un monoteismo e nemmeno una «religione d' Oriente» (qualcuno gli spieghi che proprio con il popolo d' Israele nasce il monoteismo e che senza l' ebraismo non ci sarebbe il cristianesimo e neppure l' islam). Tralascio le altre assurdità che ha scritto.
Ormai è la fiera delle parole in libertà. Ma Scalfari possiamo anche lasciarlo perdere, può scrivere quello che vuole. Invece uno che ricopre la carica di Sommo Pontefice della Chiesa cattolica no.
di Antonio Socci