ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 20 giugno 2017

Guardacaso..

La missione postuma di Don Milani 

Credo occorra tornare, una volta di più, sulla imponente operazione mediatica con cui i padroni del mondo, tramite i loro manutengoli più o meno altolocati, ci stanno portando verso l’impensabile. Ci stanno portando, se non proprio a digerirlo, a familiarizzare con il boccone orrendo della pedofilia consumata sulla pelle dei nostri figli, planati alla vita nel tempo più disumano della storia.
di Elisabetta Frezza
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Che la pedofilia debba diventare, nella percezione diffusa, una mera forma del comportamento sessuale, sta scritto nero su bianco nella lunga scia di atti, scritti e provvedimenti che, a partire dai famigerati rapporti Kinsey dei primi anni 50, percorre carsicamente l’ultima manciata di decenni; fino all’invito esplicito alla legalizzazione degli atti sessuali senza discriminazioni in base all’età del consenso, che il dispotico tutore europeo ha diramato agli Stati membri dell’Unione con la Risoluzione del Comitato dei ministri CM/Rec(2010)5.
Non ce ne eravamo accorti sinora perché il processo di normalizzazione avanzava nella penombra, mentre sotto i riflettori era esibito lo sdegno dei benpensanti per le voglie malate di pochi, identificati quasi esclusivamente coi preti di una chiesa da mostrare ancora come antagonista tout court. Il profilo del pedofilo era quello del chierico, per definizione represso e pervertito; la sua demonizzazione portava acqua alla causa della neutralizzazione del Nemico, ovvero dell’istituzione fondata da Cristo sulle spalle di Pietro.

Ma l’ingresso in Roma del conducator venuto dalla fine del mondo ha modificato il teatro esteriore di una lotta che si combatte altrove e ha portato alla luce del sole, senza più veli né vergogna, il tacito sodalizio stretto tra il laicismo massonico mondialista e la chiesa apostata che professa la nuova religione universale. Il katechon si è tramutato in volano di ogni perversione dell’ordine naturale. E, come per incanto, l’attacco concentrico alla pedofilia ecclesiastica è improvvisamente cessato. Guardacaso.

Dopo lo sdoganamento dell’omosessualità diventata modello di relazioni umane in nome della laetitia dell’amore (su investitura sinodale simulata, tanto per rendere formale omaggio al totem della democrazia), i tempi erano maturi per avviare lo sdoganamento della pederastia nel nome dei diritti dei bambini, oltre che del solito amore senza confini.

La sessualizzazione e la genderizzazione precoci garantite dallo Stato (e sottoscritte dalla succursale vaticana) grazie ad apposita catechesi scolastica preparano il terreno alla diffusione “fisiologica” – cioè pacifista e nonviolenta – della pedofilia, perché assicurano l’addestramento di torme di cuccioli a pratiche erotiche variamente declinate e, quindi, la loro predisposizione a subire – consensualmente, si intende – ogni trattamento connesso. Per chi le avesse scordate, si consiglia il ripasso delle fonti più significative della nuova paideia trasversale: da un lato il ddl Fedeli (“Introduzione dell’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università”), ora confluito e assorbito nel comma 16 della “buona scuola”; dall’altro l’esortazione apostolica Amoris Laetitia in particolare nel suo capitolo intitolato «Sì all’educazione sessuale», il cui numero 286, se avesse a sua volta un titolo, sarebbe «Sì al gender».

Dunque, si è finalmente realizzata la collaborazione piena e manifesta tra super-stato e neo-chiesa nel promuovere anche questo punto estremo dell’agenda sovranazionale partorita dalle élite mondialiste. Dopo l’adesione ad ambientalismo, immigrazionismo, salutismo sessuale e riproduttivo, femminismo e omosessualismo, l’ambíto traguardo dell’abolizione della cristianità richiede che sia derubricato l’abominio pedofilia anche presso i sacri palazzi e a beneficio dei residenti. Del resto, la permanenza indisturbata di mons. Giambattista Ricca tanto alla direzione di Santa Marta quanto alla prelatura dello IOR dimostra per facta concludentia l’irrilevanza di certi costumi “eccentrici” ai fini di una brillante e onorata carriera ecclesiastica (clicca qui): proprio al caso Ricca si riferiva la domanda ad alta quota della giornalista Ilze Scamparini con la celeberrima contro-domanda bergogliana «chi sono io per giudicare?». Anche questo dettaglio va ricordato agli smemorati adulatori delle straordinarie pampas vaticane, perché è indicativo dell’aria che vi tira.

Ora, a veicolo di questa poderosa quanto sconvolgente manovra comunicativa è stata riesumata un’icona della pedagogia nostrana. Quel don Milani che già era oggetto di culto diffuso presso i maestri di fede giacobina più o meno fervente, il teorico della “scuola egualitaria” (votata cioè all’uniformità dell’ignoranza), è la figura dotata delle migliori referenze per diventare strumento della inedita missione “educativa”, coerente con la strategia di demolizione culturale in opera da quel dì in sua memoria. La persona e la storia del prete di Barbiana sono il biscotto ideale da inzuppare nella brodaglia di idee e di parole del mondialismo d’avanguardia per diventare funzionali al compimento del piano di conquista di Soros e sodali.

Ecco quindi che don Lorenzo Milani riappare all’improvviso nelle pagine di tutta la grande stampa nazionale, dove rimbalza nella veste di intellettuale inquieto, utopista e intemperante, divenuto prete rivoluzionario e pedagogo riformatore. Spericolato e disinibito quanto basta per incarnare l’educatore perfetto del mondo nuovo.

È l’uomo giusto al momento giusto – ricorrono i cinquant’anni dalla morte – per trasportare ovunque i principi del modello educativo voluto dai poteri forti, fattisi abbracciare post mortem per nemesi storica da uno che, a parole, il potere costituito lo voleva combattere.

Silvia Ronchey su Repubblica (clicca qui) ci ha informati che «Milani è il rampollo di un’alta borghesia ebraica di antico lignaggio, radicate posizioni liberali, sofisticate tradizioni culturali…che si fa traditore sia del proprio ceto, sia degli schieramenti autoritari della propria chiesa, nonché, in seguito, di quelli dei partiti…un ebreo non praticante che fa “indigestione di Cristo”». E ancora: «Calamitato dalla letteratura, dalla poesia, dalla pittura fin da adolescente, artista bohémien dalla non celata omosessualità nella Firenze di fine anni Trenta, è quasi dandistico il suo primo incontro con il messale romano: “Ho letto la Messa. Ma sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca d’autore? ”, scrive diciottenne all’amico Oreste del Buono».

La Ronchey – si noti – parla con scioltezza della conclamata omosessualità di Milani, tendenza peraltro in linea con il suo organigramma familiare: attaccamento viscerale e morboso alla madre, Alice Weiss; distacco dal padre, miscredente e autoritario.

Ma, per relationem, la giornalista dà fiato anche al tema connesso della cripto-pederastia del nostro, giocata abilmente dalla stampa di regime sul filo della semi-accettazione cavalcando all’uopo una “provvidenziale” novità editoriale. Grande impatto mediatico è stato tributato, infatti – che combinazione.. – al romanzo di un certo Walter Siti, «Bruciare tutto», dalla trama davvero edificante: un prete pedofilo si trattiene dal possedere un bambino desiderato, il quale però si uccide per la delusione del rifiuto. Morale: meglio pedofili o assassini? Meglio l’amore, ovviamente, si risponde da sé il bravo lettore ben educato da buone letture ai dogmi equosolidali dell’etica vigente.

Il nesso tra il don Leo della storia e il don Milani della realtà sta nella dedica del libro: «all’ombra ferita e forte di don Lorenzo Milani»; e nelle scaramucce architettate intorno ad essa, a scopo pubblicitario.

«Ho creduto che don Milani somigliasse al mio prete pedofilo» titola sempre Repubblica con le parole di Siti (clicca qui). Il quale cerca di spiegarle così come il sistema (di cui fa parte) gli richiede.

«Mi è parso – dice – che don Milani ammettesse di provare attrazione fisica per i ragazzi» (e come dargli torto? Difficile distinguerlo da Mario Mieli).

«Tutto nasce, mentre stavo covando il libro, dall’aver letto…alcune frasi dell’epistolario di don Milani, che ora dovrebbero figurare nel Meridiano di prossima uscita: “E so che se un rischio corro per l’anima mia non è certo di aver poco amato, piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)” – e poco più avanti, in una lettera a un giornalista poi suo biografo: “E chi potrà amare i ragazzi fino all’osso senza finire di metterglielo anche in culo, se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno ?” – già anni prima in una lettera a un amico, aveva scritto: “Vita spirituale? Ma sai in che consiste oggi per me? Nel tenere le mani a posto”».

«Forse forzando l’interpretazione – continua Siti – mi è parso che don Milani ammettesse di provare attrazione fisica per i ragazzi, e ho trovato eroica la sua capacità di tenersi tutto dentro il cuore e i nervi, senza mai scandalizzarne nessuno. La dedica è un modo per dichiarare la mia stima e la mia ammirazione profonda per lui». In fondo, «la pedofilia, in quanto “filia”, cioè desiderio, non è reato; molestare i bambini lo è». Siti sfodera qui, insieme a La Palisse, l’Overton migliore, in linea con le direttive dell’APA (l’associazione americana di psichiatria): deve passare pian piano l’idea che la pulsione pedofila, disgiunta dalla relativa pratica, non sia patologica, ma normale, addirittura virtuosa se controllata, e in grado eroico. Il resto verrà.

Bello comunque che nessuno abbia nulla da obiettare sul linguaggio da suburra sfoggiato disinvoltamente dal prete. Anzi, la trivialità diventa per tutti una nota di merito quale indice di veracità. Il che la dice lunga sulla percezione del decoro richiesto a chicchessia, ma in particolare a chi indossa vesti sacre.

L’abbinamento espresso da Siti nella sua dedica, tra don Leo e don Lorenzo, è suffragato peraltro dalla riconosciuta contiguità tra il metodo pedagogico di Barbiana e quello del gulag (postumo rispetto a Milani) del Forteto. Il Forteto è – nelle parole di Sandro Magister (clicca qui) – «quella catastrofe che si è consumata in quel di Firenze, tra i circoli cattolici che fanno riferimento a don Lorenzo Milani e alla sua scuola di Barbiana. Una catastrofe che opinionisti e media hanno a lungo negato o passato sotto silenzio, per ragioni che si intuiscono dalla semplice ricostruzione dei fatti». Questa ricostruzione si può ritrovare nella rivista fiorentina “Il Covile”, richiamata nel suo pezzo dallo stesso Magister, dove sono narrate le vicende della comunità gnostica a cui erano affidati dal tribunale minorile toscano i bambini in condizioni di disagio, ivi sottoposti a stupri, incesti, violenze fisiche e psicologiche di ogni genere.

Per dire, che i frutti del donmilanismo sono quantomeno variegati..

Ma l’accidente del romanzo di Siti con la sua dedica disinibita serviva solo da messaggio promozionale al ben più roboante lancio coevo dell’opera omnia di don Milani, confezionata in veste paludatissima nel doppio volume dei Meridiani Mondadori curati nientemeno che da Alberto Melloni, l’astioso esponente del covo modernista della scuola di Bologna tornata in auge nella pampa di cui sopra. All’evento dedicato, il 5 giugno, erano presenti sia l’inquilina del ministero dell’Istruzione, sia – tramite videomessaggio – l’inquilino di Santa Marta. Non mancava il buon Tarquinio, direttore del giornale dei vescovi, notoriamente innamorato di entrambi (clicca qui).

Bergoglio, utilizzando per pura coincidenza lo stesso registro degli apologeti laici, così celebra il sacerdote fiorentino: «Mi piacerebbe che lo ricordassimo soprattutto come credente, innamorato della Chiesa anche se ferito, ed educatore appassionato con una visione della scuola che mi sembra risposta alla esigenza del cuore e dell’intelligenza dei nostri ragazzi e dei giovani» (clicca qui). Da notare le ferite, la passione…le medesime corde vibrate da Siti.

Dove le evidenti turbe esistenziali dell’uomo, le altrettanto evidenti carenze strutturali del prete, la mancanza di inibizioni e di controllo su parole e pulsioni, la volgarità imbarazzante, tutto è convertito graziosamente in vivacità intellettuale e inquietudine spirituale degne di solenne encomio. Del resto, chi è lui (Bergoglio) per giudicare?

La Fedeli, a ruota, raccoglie con soddisfazione «l’invito di Papa Bergoglio: ricorderemo don Milani e lo renderemo protagonista di una memoria attiva», prendendolo a modello del «vero educatore appassionato di una scuola aperta ed inclusiva» (clicca qui).

“Aperta e inclusiva”, registriamo i termini, ricordando il contesto nel quale sono usati, che illumina il significato ad essi assegnato nella neolingua ad uso scolastico.

A questo punto, con questi elementi, è comprensibile quale cerniera ermetica si stia chiudendo, sotto l’egida del donmilanismo (interpretato ora magisterialmente), sul sistema educativo italiano. La fucina dell’istruzione totalitaria si salda con quella della falsa religione e all’unisono, dai due laboratori, parte la benedizione per i programmi devastanti con cui si vogliono addomesticare le nuove generazioni al sesso precoce e variegato. Così da rendere i piccoli docili vittime di voglie malate.
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È annunciato per oggi, 20 giugno, il “pellegrinaggio” di Bergoglio a Barbiana, per rendere omaggio a don Milani in attesa di futura beatificazione (clicca qui).

Chissà se sulla tomba del sacerdote inquieto si piegheranno le ginocchia che mai si piegano davanti al Santissimo.

– di Elisabetta Frezza

Redazione20/6/2017


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1 commento:

  1. Chissà se la ministra Fedeli ha mai letto non tanto la vita di don Milani (che per lei sarà un'apoteosi) quanto i brani da lui scritti, citati nel pezzo di Elisabetta Frezza.
    Chissà se la stessa ha dei nipotini.

    Se la risposta a entrambe le domande è sì, chissà se la signora Fedeli affiderebbe mai i suoi pargoli a un don Lorenzo da Barbiana...

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