ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 5 ottobre 2017

Ciò che è certa è la confusione

Card. Leo Burke:Fraternità San Pio X:
o riconciliata o scismatica 
 




In occasione di una Conferenza sulla Sacra Liturgia, tenutasi a Medford, nell’Oregon, USA, il 15 luglio 2017, un fedele ha chiesto al Card. Leo Burke: E’ mai lecito assistere alla liturgia della FSSPX e ricevervi la Comunione?

Questa domanda è stata formulata molte volte nel corso di questi ultimi quarant’anni, e la stessa Commissione Ecclesia Dei, interpellata sempre dai fedeli, ha risposto in modo ondivago, riuscendo di fatto a non dare una risposta definitiva.
Quando era Presidente della stessa Commissione, il Card. Castrillon Hoyos ebbe modo di affermare più volte che la Fraternità non era in stato di scisma.
Ciò nonostante, dal momento che il Motu Proprio Ecclesia Dei del 2 luglio 1988 non è stato mai abrogato, almeno in quella sua parte che riconosce il crimine di scisma a carico dei vescovi della Fraternità e quindi di tutti coloro che li seguono o sostengono, allo stato attuale l’intera Fraternità può essere considerata scismatica.
Questo però non costituisce un punto fermo e incontrovertibile, poiché i distinguo e gli stessi atti della Santa Sede permettono di lasciare in sospeso la questione, che nessuno mai ha voluto realmente risolvere, né dal punto di vista teologico, né dal punto di vista canonico. Ciò che è certa è la confusione, come accade per tutto ciò che in dottrina, in liturgia e in disciplina ecclesiastica è seguito al Vaticano II.


E’ in questo quadro che va letta la risposta data a quel fedele a Medford dal Card. Burke:

« Nonostante i vari argomenti attinenti la questione, il fatto è che la Fraternità Sacerdotale San Pio X è nello scisma fin da quando il fu Arcivescovo Marcel Lefebvre ordinò quattro vescovi senza il mandato del Romano Pontefice. 
«E perciò non è lecito assistere alla Messa o ricevere i sacramenti in una chiesa che è sotto la direzione della Fraternità Sacerdotale San Pio X.
«Detto questo, per noi in questa questione, parte del tipo di confusione nella Chiesa si è anche prodotta perché il Santo Padre ha dato ai sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X la facoltà di celebrare validamente i matrimoni, lecitamente e validamente. Ma per questo non c’è una spiegazione canonica, si tratta semplicemente un’anomalia.
«E anche Papa Benedetto XVI, prima della sua abdicazione, rimise la scomunica dei quattro vescovi che erano stati ordinati senza mandato pontificio, ma essi non avevano il requisito per la remissione della scomunica, che consiste nel recedere dalla contumacia e desiderare di essere pienamente riconciliati con la Chiesa, ma in effetti questo non è avvenuto, e quindi si tratta di un’altra situazione un po’ anomala.
Essi non sono più scomunicati, ma non sono nemmeno in regolare comunione con la Chiesa Cattolica.
«E perciò tutta la questione è molto complicata, ma io vorrei dirvi che non penso che sia un buon segno ricevere i sacramenti nella Fraternità Sacerdotale San Pio X , perché questo non li aiuta, prima di tutto perché i sacramenti non sono celebrati lecitamente. Essi sono validi, non c’è problema se i sacerdoti sono validamente ordinati, ma questo non attesta la comunione con la Chiesa. Invece noi dovremmo incoraggiare i membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X a riconciliarsi con la Chiesa.
«Infatti, e penso che Don Saguto possa confermarlo, so che questo era il caso sia a Lacrosse sia a St. Louis, dove c’erano degli apostolati dell’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote per coloro che desideravano i riti della Chiesa secondo l’antico uso, molte, molte persone che andavano alla Fraternità Sacerdotale San Pio X si sono riconciliate e sono tornate alla Chiesa. 
«E io dico che se invece andiamo liberamente a quelle Messe [della Fraternità] che continuano ad essere celebrate, questo che incoraggiamento dà loro a riconciliarsi con la Chiesa?»

Queste parole hanno sollevato un vespaio nel mondo tradizionale e la stessa Fraternità, com’era prevedibile, ha reagito criticamente, ricollegando perfino questa dichiarazione al fatto che Papa Francesco ha da poco richiamato il Card. Burke alla Segnatura Apostolica, come “membro”, dopo che due anni fa lo aveva estromesso dalla essa come Prefetto.

Non v’è dubbio che il cardinale si sia espresso in maniera pesante e per certi versi sorprendente, ma a noi sembra che il fulcro del suo intervento non sia tanto l’affermazione dello stato di scisma, quanto la sollecitazione a “riconciliarsi con la Chiesa”.
Nel rispondere, il cardinale si è rivolto più alla Fraternità che al fedele che aveva posto la domanda; mentre a tutti fedeli ha rivolto l’invito a convincere la Fraternità – i suoi chierici e i suoi laici – a rientrare a Roma.
Insomma, il cardinale è come se avesse ammonito gli aderenti alla Fraternità: o riconciliati o scismatici!

Lo stupore suscitato da questo intervento è stato causato dal fatto che il Card. Burke è considerato un convinto e deciso conservatore, di quelli che Mons. Fellay ritiene siano i migliori sostenitori della Fraternità all’interno della Chiesa; di quelli che non perdono occasione per celebrare la Messa tradizionale.
Questa considerazione, però, è quella che comporta in sé non pochi equivoci.
Per i fedeli tradizionali, il Card. Burke sarebbe una sorta di “tradizionalista” tacito, ma è evidente che non basta celebrare la Messa tradizionale per essere un difensore della Tradizione: l’esempio più significativo è quello del Card. Ratzinger, che ha celebrato tante volte col Vetus Ordo e al tempo stesso ha continuato a difendere e a promuovere il Vaticano II. Lo stesso vale per il Card. Burke, che anche in occasione della formulazione dei dubiasull’eterodossa Amoris laetitia presentati a Papa Francesco insieme a tre suoi confratelli, si è rifatto al magistero dei papi conciliari.
Insomma, il vero stupore lo suscita lo stupore dei fedeli tradizionali, i quali confondono l’accessorio con l’essenziale. I prelati conservatori, prima di essere favorevoli alla liturgia e alla dottrina tradizionali, sono convinti sostenitori degli insegnamenti del Vaticano II e della nuova pastorale poco cattolica che ne è scaturita;  del tutto incuranti della incompatibilità delle seconde con le prime.

In questa ottica, il Card. Burke è stato coerente, poiché ha espresso la necessità che la Fraternità San Pio X rientri nella ufficialità della Chiesa. E il fatto che abbia sottolineato lo stato di scisma e la condizione di non liceità canonica della stessa Fraternità, costituisce solo una sorta di forzatura dialettica, atta a far risaltare la necessità della “riconciliazione”.
Quando il cardinale considera che frequentare le cappelle della Fraternità non incoraggia i suoi aderenti a ritornare nella ufficialità della Chiesa, esprime una verità scontata, poiché la Fraternità, per più di quarant’anni, è cresciuta in forza di tale scoraggiamento, a dimostrazione che la sua ragion d’essere non sta nella riconciliazione con la Chiesa attuale, ma nel mantenere le distanze da essa.
Fin dal tempo di Mons. Lefebvre la questione dello stato di scisma era stato risolto dalla constatazione, confermata e rafforzata con gli anni, che non si può essere “scismatici” rispetto alla Chiesa cattolica se si è scismatici rispetto alla gerarchia cattolica del Concilio e del post-concilio. Anzi, secondo una questione di logica elementare, se la gerarchia cattolica conciliare ha operato una cesura, un distacco, una separazione, insomma uno “scisma” rispetto alla Chiesa di sempre, chiunque, come la Fraternità, si trovasse in “scisma” con tale gerarchia, per ciò stesso sarebbe in perfetta comunione e unità con la Chiesa di sempre.
E secondo questa logica elementare, neanche il richiamo alla disciplina canonica può giustificare l’accusa di stato di scisma rivolta alla Fraternità, perché è evidente che nessuna disciplina canonica può obbligare il fedele cattolico a separarsi dalla Chiesa di sempre per aderire o “riconciliarsi” con la Chiesa conciliare.
Non v’è dubbio, infatti, che non v’è identità tra la Chiesa cattolica di sempre e la Chiesa attuale, che si fonda, se non sul rifiuto della prima, quanto meno sulla differenziazione dottrinale, liturgica e pastorale rispetto ad essa.
Chi si differenzia, per ciò stesso si distacca, si separa e fa corpo a sé.
L’elemento equivoco presentato dal Card. Burke con la sua istanza di “riconciliazione” è esattamente fondato sull’erroneo convincimento che la Chiesa attuale sarebbe identica alla Chiesa di sempre, nonostante si differenzi da essa.

In conclusione, possiamo dire che tutti coloro che auspicano una “riconciliazione” tra la Fraternità e la ufficialità della Chiesa attuale, da sancirsi con il riconoscimento canonico della prima da parte della seconda, di fatto avallano l’errore di considerare la Fraternità come scismatica. E lascia stupiti che tale auspicio sia stato fatto proprio dall’attuale dirigenza della Fraternità, che, così facendo, dice ai suoi membri e ai suoi aderenti che non sarebbero cattolici, ma scismatici al pari dei cristiani che si sono volutamente separati dalla Chiesa.
Peraltro, in tutto questa confusione, risalta una contraddizione: se si è scismatici, una mera regolarizzazione canonica non può risolvere lo scisma, semmai stabilirà un’altra delle anomalie moderne, quella degli scismatici e degli eretici che pur rimanendo tali ricevono un riconoscimento canonico dal Vaticano.
Cosa c’è di più contraddittorio che ritenere canonicamente regolari gli irregolari?

E finiamo dicendo che ha ragione il card. Burke: frequentare le cappelle della Fraternità significa incoraggiarla a non cercare la “riconciliazione” con Roma; e noi, contrariamente al cardinale, invitiamo quanti più fedeli è possibile ad affollare queste cappelle, per far sì che la Fraternità rinunci completamente ad ogni malsana istanza di immersione nel marasma incontenibile della nuova Chiesa nata dal Vaticano II.

di Giovanni Servodio 

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