ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 25 marzo 2018

L'“ossessivo Paschalismo”

Gravità



Testo dell'audio
Vediamo come la gravità appropriata al Sacrificio della Messa e alla Morte del Signore lasci il posto alla gioia. Qual è la fonte di questa gioia? Il senso di un banchetto comunitario che richiama gli incontri agape nella Chiesa primitiva? Ma, come spiega il cardinale Ratzinger, questi raduni, che nei tempi più antichi erano associati alla celebrazione della Messa, furono in breve riconosciuti come sostanzialmente diversi dalla Messa e furono, di conseguenza, separati da essa. O deriva, questa gioia, da un senso dell’Ultima Cena? Ma, come Romano Amerio sottolinea in Iota Unum (cap. 270), l’Ultima Cena è permeata piuttosto da uno spirito di tragedia.
O deriva essa dalla commemorazione della Resurrezione, poiché la Messa è anche questo? 
Anzi, secondo una concezione nuova della santa Messa espressa nel Concilio Vaticano II (SC 5, 6, 106) ed assai diffusa oggi, la santa Messa viene descritta come “il Mistero pasquale” o semplicemente “la Pasqua”. Tuttavia la Messa non è essenzialmente la commemorazione della Resurrezione, bensì, secondo le definizioni di Trento, la commemorazione ed il render presente il sacrificio del Calvario.

Probabilmente, dunque, è la commemorazione della Resurrezione che costituisce la fonte di gioia nel Nuovo rito, ma se è così, allora dobbiamo ammettere che non è una forma di gioia che si adatta alla Resurrezione, perché è spesso semplicemente superficiale, se non infantile, mentre ciò che si adatta alla Resurrezione è una profonda gioia spirituale, come è evidente negli inni di Pasqua: O filii et filiae o Haec dies (il primo paraliturgico, il secondo liturgico); una gioia spirituale nel secondo caso, che possiamo descrivere come tanto profonda quanto il dolore che la Chiesa ha provato alla morte del Signore.
Questo “ossessivo Paschalismo” (Esame Critico V 3) può essere visto nel passaggio dai paramenti sacri neri a quelli viola nella liturgia del Venerdì santo e nella Messa da Requiem [119]; può essere visto nella soppressione della prostrazione dei ministri sacri all’inizio della prima e nella soppressione di tutte le preghiere più profonde e delle sequenze della seconda, in tale misura che si può dire che la Messa da Requiem non esiste più. Lo si può ugualmente vedere nell’accensione del cero Pasquale nella Messa funebre moderna e nel tono del canto dell’Allelujadella Messa di Pasqua in quasi tutte le Messe cantate durante l’anno che contengono il verso Alleluja – persino in Quaresima e a Natale [120].
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119 In anni più recenti, non raramente il viola ha lasciato il posto al bianco come colore per i paramenti funebri. Ciò corrisponde all’eresia della salvezza universale, che menzioniamo nella nostra discussione dell’erronea traduzione di “pro multis” come “per tutti gli uomini” sotto, e che è anche incoraggiata dall’assenza, nelle nuove preghiere Eucaristiche, della supplica affinché Dio possa preservarci dalla dannazione eterna. Questa stessa teoria spesso trova espressione nelle prediche dei funerali, suggerendo che il caro defunto (anche se non cattolico praticante) abbia già raggiunto il Paradiso e nei biglietti commemorativi della morte di un amico o parente, che non richiedono più preghiere per il riposo della loro anima.

120 La mancanza di logica è naturalmente tipica del soggettivismo radicale.