ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 30 aprile 2018

Fariseo ipocrita, sepolcro imbiancato

DISTINGUERE VERI E FALSI PASTORI


Come distinguere i veri pastori, da quelli falsi. Non c’interessa quanto è lungo lo strascico episcopale di monsignor MacMahon. Lo Stato laico, la nuova divinità da adorare: un dio che decide freddamente l’infanticidio di Stato 
di Francesco Lamendola  

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Quando, nel 1610, la polizia inglese lo trascinò davanti al giudice che lo avrebbe condannato a morte, nel nome della regina Elisabetta, in quanto sacerdote cattolico, il monaco benedettino Giovanni Roberts (nato nel Galles ma divenuto religioso in Spagna) rifiutò di salvarsi firmando un documento di compresso, e disse semplicemente di essere giunto in Inghilterra per salvare le anime, e che avrebbe continuato a farlo per tutta la vita.
E quando il vescovo bulgaro Eugenio Bossilkov, dopo essersi recato a Roma, presso Pio XII, fu sconsigliato di tornare nel suo Paese, perché le autorità comuniste potevano arrestarlo in qualsiasi momento, tranquillamente aveva risposto a un amico: Sono il pastore del mio gregge; non posso abbandonarlo. Venne arrestato sotto la falsa accusa di attività antisovietiche, processato, torturato, infine condotto davanti al plotone d’esecuzione, l’11 novembre 1952.
Sono solo due esempi ma potremmo farne decine e centinaia; potremmo riempire un libro, un’intera enciclopedia. Così ragionavano i pastori del gregge cattolico, così sentivano, così confidavano in Dio: impavidi, affrontavano il martirio per amore delle loro pecore; se avevano paura, chiedevano il coraggio a Gesù e alla Madonna; non temevano la morte quanto la vergogna e il rimorso di non aver saputo amare il loro gregge fino al dono più grande, quello della vita. 

Nell’Inghilterra del XVII secolo e nella Bulgaria del XX, la loro coscienza era sempre la stessa: niente potrà mai separare un vero pastore dal suo gregge, niente potrà mai costringerlo a voltargli le spalle per mettersi al sicuro. Sotto questo punto di vista le dimissioni di Benedetto XVI, nel febbraio del 2013, hanno inferto un colpo terribile alla autorevolezza e alla stessa credibilità dell’intera Chiesa cattolica. Che razza di Chiesa è quella il cui sommo pastore fugge davanti ai lupi, per paura, come lui stesso aveva temuto che sarebbe accaduto, sin dal giorno in cui era stato insediato sul seggio di san Pietro? Pregate per me, perché non fugga per paura davanti ai lupi; ma poi è fuggito per davvero. A partire da quel momento, ogni singolo pastore potrebbe essersi sentito moralmente giustificato nel fuggire a sua volta, qualora le sue responsabilità verso il proprio gregge e, forse, i pericoli legati al suo ministero gli sembrassero troppo pesanti. Eppure, Gesù Cristo non aveva illuso, né ingannato i suoi Apostoli, allorché li aveva ammoniti con queste parole: Ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. E ancora: Se hanno ascoltato me ascolteranno anche voi; se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi, perché non c’è servo superiore al padrone. E ancora: Ecco, viene l’ora in cui, mentendo, diranno ogni male contro di voi, e chiunque vi ucciderà, crederà di rendere un culto a Dio. Non aveva promesso una vita comoda e sicura: aveva promesso il privilegio di subire il suo stesso destino, la croce.

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Le dimissioni di Benedetto XVI, nel febbraio del 2013, hanno inferto un colpo terribile alla autorevolezza e alla stessa credibilità dell’intera Chiesa cattolica

E ora veniamo all’Inghilterra dell’aprile 2018, precisamente al caso del piccolo Alfie Evans. Inutile ripetere quanto già si sa; inutile spendere altre parole su una così triste vicenda. Resta da capire cosa ci stiano a fare dei “pastori” come l’arcivescovo di Liverpool,monsignor Malcom McMahon, nominato sotto il pontificato di Francesco, nel 2014. Che cosa abbia fatto per quel bambino e per i suoi genitori, non è dato capire; l’unica cosa certa è che non si è mai fatto vedere nell’ospedale ove Alfie era ricoverato (a sette chilometri dalla sua sede episcopale), in compenso ha trovato il tempo e il modo di volare in Vaticano per farsi ricevere da Francesco e ragguagliarlo sulla vicenda. Che cosa gli abbia detto, non si sa; dubitiamo alquanto della obiettività della sua relazione, visto che la sua segreteria ha avuto la goffaggine (o era qualcosa di peggio?) di dire che egli non aveva incontrato i genitori di Alfie perché il bambino e suo padre risultavano non essere cattolici. A parte il fatto che le cose non stanno così, proprio un intrepido alfiere dell’ecumenismo viene a fare questo discorso, a nascondersi dietro una così esigua foglia di fico? Dunque, si interviene in difesa della vita, che appartiene a Dio solo, alla precisa condizione che la vita in questione sia quella di un bambino cattolico? E che dire del sacerdote italiano, don Gabriele Brusco, che è stato cacciato dalla stanza di Alfie, dove stava giorno e notte solo per sostenere i genitori con le sue preghiere? Forse il fatto di essere un legionario di Cristo era, di per sé, una cosa non politicamente corretta, specie in quel luogo e in quel frangente? Certo, sono stati politicamente corretti i vescovi inglesi, Malcom McMahon in testa, nel rilasciare quel vergognoso comunicato, all’indomani della morte del piccolo, in cui ringraziano calorosamente e scaricano di qualsiasi responsabilità per la morte del piccolo, sia l’ospedale Alder Hey, sia i giudici del tribunale che per due volte hanno respinto la richiesta dei genitori di non sospendere le cure, l’alimentazione e la ventilazione di Alfie. Ciascuno ha fatto bene il proprio dovere, secondo loro. Anche il papa, che se l’è cavata con un twitt e qualche parola di circostanza al papà del bambino, venuto appositamente a Roma per farsi ricevere e aiutare. Alla fine, però, il passaporto ai genitori – ma ormai troppo tardi – è stato rilasciato dall’Italia, non dal Vaticano.

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Fariseo ipocrita, sepolcro imbiancato, ha saputo parlare solo per difendere se stesso. Dov'era l'arcivescovo di Liverpool, monsignor Malcom McMahon, nominato sotto il pontificato di Francesco nel 2014? non sappiamo che farcene di simili pastori !

Eppure, quando si tratta di far sentire forte e chiara la sua voce, il signor Bergoglio non conosce timidezze, né cautele diplomatiche o amnesie. Non passa un giorno che non rintroni gli orecchi dei fedeli con il mantra dei poveri migranti che devono essere accolti per dovere cristiano: in qualunque altro Paese al mondo, compresa la sua Argentina, non oserebbe parlare così, perché lo prenderebbero a sassate; ma in Italia sì. Pertanto, se sul caso di Alfie Evans la sua voce non si è udita affatto, neppure con l’ausilio dell’apparecchio acustico, ciò significa che si è trattato di una scelta ben precisa. Scelta coerente con tutta la sua pastorale e con tutta l’impostazione, non solo comunicativa, ma anche etica, del suo pontificato. Semplicemente, non rientrava nella sua strategia il fatto di mettersi in urto con le autorità britanniche, con il sistema sanitario britannico e soprattutto con la Chiesa anglicana, parte essenziale del suo dialogo ecumenico e filo-protestante. Proprio lui, che ha celebrato i cinquecento anni dello scisma luterano come una fausta ricorrenza, e che ha permesso a monsignor Nunzio Galantino di definire Lutero un dono dello Spirito Santo, non poteva certo correre il rischio di rovinare tutto assumendo le pose ed i toni di un papa cattolico oscurantista e retrogrado, nemico del progresso e dello Stato laico moderno. Ecco: soprattutto lo Stato laico, la nuova divinità da adorare, il nuovo Moloch davanti a cui inginocchiarsi: il dio che decide freddamente l’infanticidio di Stato e lo giustifica con ragioni sia economiche (un risparmio per i contribuenti inglesi, peraltro molto sensibili a simili argomenti) sia “etiche” (il rifiuto dell’accanimento terapeutico). Ora, si sa che proprio il giudice Hayden aveva fatto riferimento alla lettera indirizzata da Bergoglio, nel novembre 2017, alla Pontificia Accademia per la Vita, in cui si scagliava contro l’accanimento terapeutico, e ciò proprio nel contesto del drammatico caso di Liverpool: e si ha un bel dire che è stata una bieca strumentalizzazione, ribadiamo il concetto già espresso e cioè che il papa, se davvero non vuol essere strumentalizzato, sa benissimo come fare per evitarlo. E se mette monsignor Vincenzo Paglia, grande estimatore dell’abortista Marco Pannella, alla presidenza di detta Accademia, il quale Paglia chiama subito a farne parte un sedicente teologo inglese, tale Nigel Biggar, dichiaratamente favorevole all’aborto, anche questo non è un gesto casuale, né verso Paglia, né verso l’Accademia: il signor Bergoglio non è un ingenuo, non è uno sprovveduto; tutto si può dire di lui, tranne che non sappia quel che dice o che non soppesi bene le decisioni che prende al vertice della Chiesa. Del resto, in fondo non c’è alcuna sorpresa: lo aveva detto fin dal principio del suo pontificato, nelle sue amabili conversazioni con il gran papà di tutti i massoni e di tutti discepoli della cultura radicale, Eugenio Scalfari, suo grande amico: è sua intenzione evitare tutto quel che può creare divisioni e contrapposizioni, perciò non intende insistere sui temi etici, dove, appunto, esistono forti differenze di valori fra il cattolicesimo e le altre culture, a cominciare da quella laicista occidentale; preferisce concentrarsi sulle cose che unisono, sulle battaglie che si possono fare insieme agli altri, cioè ai non cattolici, specie nel campo sociale e in quello dei cosiddetti diritti civili. Dopotutto, per usare le sue graziose ed eloquenti espressioni, Dio non è cattolico e l’apostolato è una solenne sciocchezza: sì o no? E dunque solo un cattolico molto, ma molto distratto, potrebbe essersi meravigliato per il basso profilo da lui tenuto in occasione della vicenda del piccolo Alfie Evans: più che un basso profilo, un profilo quasi impercettibile. C’è un’unica cosa che spaventa veramente il signor Bergoglio: non quella di poter dare  scandalo alle  pecorelle del gregge di Cristo; non quella di lasciarle da sole e indifese in presenza dei lupi voraci: ma quella di rovinare presso i laicisti, gli atei e i massoni la sua immacolata reputazione di “papa” moderno, aperto, dialogante, comprensivo, tutt’altro che rigido, tutt’altro che conservatore, anzi nemmeno troppo cattolico, e, per dirla tutta, molto più a suo agio nei panni di colui che irride, svillaneggia, rimprovera e punta il dito contro i cattolici, che in quelli del pastore che è pronto a dare la sua stessa vita, se necessario, per proteggerli dai pericoli.

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Lo Stato laico, la nuova divinità da adorare: "un dio che decide freddamente l’infanticidio di Stato". La Chiesa, oggi, purtroppo è piena di falsi pastori, di mercenari che fuggono davanti ai lupi e abbandonano le pecore.

E invece proprio questo è il problema. Se dovessimo indicare con una sola formula il più grave problema, fra i mille che attanagliano la Chiesa ai nostri giorni, probabilmente diremmo: il venir meno dei pastori, soprattutto dei vescovi, alle loro funzioni effettive: che non sono quelle di campioni dei diritti civili, ad esempio a favore del riconoscimento delle coppie omofile, né quelle di infaticabili propagandisti dell’invasione islamica e africana dell’Europa, contrabbandata per emergenza umanitaria e dovere di accoglienza e solidarietà, ma sono quelle di natura spirituale e morale.  

Come distinguere i veri pastori da quelli falsi 
di Francesco Lamendola
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