ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 30 aprile 2018

I nostri preti mediatici farebbero bene a meditare

ALFIE. NON È UN PROBLEMA DI FEDE E PRETI, MA TUTTO LAICO.



Cari Stilumcurialisti, parliamo ancora di Alfie Evans. Cominciamo offrendovi, grazie alla cortesia di Edward Pentin e del National Catholic Register, un breve commento in video di mons. Negri. E la foto di testata è quella dello striscione apparso a Torino, durante Torino-Lazio; preparato dai tifosi biancazzurri, ma pubblicato anche sul sito granata, un momento di unione verso una vicenda che ha toccato i cuori di molti. 

Pensiamo che uno dei problemi legati alla questione di Alfie, almeno nel mondo cattolico, sia la riduzione – operata da alcuni commentatori, e subito strumentalizzata dai media progressisti e filo regime, qualunque regime, di uno scontro fra tradizionalisti, conservatori e anime aperte e belle costruttrici di ponti e dialoganti. La battaglia su Alfie era, è e sarà laica: la battaglia per dare a chiunque, per quanto folle possa essere, la possibilità di avere un’altra chance, e non lasciare che sia una burocrazia, per quanto competente (era competentissimo, l’apparato statale nazista, vorrei ricordare a qualche prete mediatico; e quello sovietica no?) e basata sulla scienza a decidere se tu sei comunque destinato a morire. La burocrazia, i medici, possono dirti: abbiamo esaurito le nostre risorse. Non possono dirti: non sappiamo più che cosa fare, ma ti teniamo qui finché tu non muoia. Tante volte che andando altrove te la cavi…Ecco, questa è la battaglia; che è laica, ma che è – dovrebbe essere, lo è stata negli anni passati – quella di una Chiesa meno prona ai desiderata dei veri potenti.
Per questo vi offriamo oggi due prese di posizione, che forse i nostri preti mediatici farebbero bene a meditare. Il primo è quello dell’Associazione Medici Cattolici Italiani:
“La determinazione con la quale la Giustizia britannica si è appropriata della sorte del piccolo Alfie Evans, bimbo ammalato e fragile, ci inquieta e ci obbliga a proporre una seria riflessione sui rapporti tra Stato e Cittadini.
Il disposto giudiziario di “condanna a morte” espresso nei confronti di un piccolo fragile, affidato alle cure dei medici, che di lui per statuto deontologico dovrebbero prendersene cura: stravolge il magico rapporto di alleanza medico-paziente, soprattutto se gli operatori sanitari sono poi chiamati ad essere meri esecutori di morte; offende la Medicina, chiamata alla interruzione delle cure per un assurdo declamato “migliore interesse della persona”, che non coincide più con la cura, ma con una sentenza capitale.
Ritroviamo in questa posizione la più grande offesa alla persona umana e la più orrenda cosificazione della vita.
E’ disumano staccare un figlio “inesorabilmente difettoso” dalle braccia dei genitori.
E’ insopportabile interrompere e impedire quell’abbraccio d’amore tenace dei genitori nei confronti dei figli.
E’ assolutamente insopportabile l’arroganza dei sani verso gli ammalati vulnerabili e bisognosi.
Vanno respinte con forza quelle visioni totalitaristiche e riduzionistiche che smembrano la definizione di persona.
I medici cattolici levano alta la loro voce, affinché ogni società civile, in ogni parte del mondo, recuperi la visione integrale e completa dell’essere umano, oggi totalmente calpestata in tutta la sua dignità.
L’ingresso della tecnica nell’area degli affetti, della famiglia e della filiazione non può trasformarsi in una macchina sociale, perversa e violenta, che nemmeno più risponde delle conseguenze delle proprie azioni.
Quel che oggi sta accadendo scardina il rapporto diretto e univoco tra genitorialità e figliolanza e dissolve l’assoluto diritto dei fragili di avere diritti.
Il dominio dell’uomo sull’altro uomo rappresenta il più grande sopruso che la società dei sani sta disponendo sulla vita dei fragili.
Sono necessari massimi interventi sociali perché si rimediti sul senso del rispetto della vita e si ostacoli questa deriva che non accetta più mediazioni, ma produce e realizza imperative applicazioni di morte.
Nessuno ha l’autorità di decidere o di definire “vite degne o non degne di essere vissute”:
I bisogni e le vulnerabilità dei fragili vanno sostenuti!
Tutti abbiamo la responsabilità e l’obbligo di affrontare, con coraggio e determinazione, tutte le possibili sfide che contrastino ogni welfare imperfetto e ogni economica ragione di Stato che, travalicando ogni limite, decreta la morte dei suoi cittadini.
Prof. Filippo M. Boscia, Presidente Nazionale AMCI
E questo invece è di Antonio Marziale, Presidente dell’Osservatorio sui diritti dei minori
Milano, 27 aprile 2018 – “L’articolo 6, comma 1 e 2, della Convenzione Onu sui Diritti del Fanciullo, contempla che “Gli Stati parti riconoscono che ogni fanciullo ha un diritto inerente alla vita, ed assicurano in tutta la misura del possibile la sopravvivenza e lo sviluppo del fanciullo”. Le modalità di trattamento riservate al piccolo Alfie Evans dimostrano che l’Inghilterra si sia posta fuori dalla Convenzione”: è quanto dichiara il sociologo Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori.
“Secondo i dettami dell’articolo 24 della Convenzione: “Gli Stati parti riconoscono il diritto del minore di godere del miglior stato di salute possibile e di beneficiare di servizi medici e di riabilitazione. Essi si sforzano di garantire che nessun minore sia privato del diritto di avere accesso a tali servizi”. L’avere staccato dal respiratore Alfie, senza riconoscere ai genitori il diritto di fruire del servizio medico offerto dall’Italia, rende l’Inghilterra omissiva – conclude Marziale – e pertanto è auspicabile che l’Onu provveda a omettere il Regno Unito dai paesi firmatari”.

Vorremmo che i clericali mediatici in carriera leggessero e meditassero. Così come dovrebbe forse porre delle domande il fatto che l’Economist critichi l’appoggio dato dal Pontefice a Alfie e alla sua famiglia proprio usando le loro argomentazioni, e cioè la bugia dell’accanimento terapeutico. Che non c’è stato.
Mentre forse dovrebbero meditare anche su questo articolo dello Spectator, di cui traduciamo solo l’incipit:

“Lo scandalo Alfie Evans è accaduto in un ospedale del National Health Service con una lunga storia di negligenze clinica, fra cui il peggiore scandalo del National Health Service. La maggior parte dei media hanno coperto il caso Alfie con caratteristica disonestà, come una tragedia che è cominciata prima che il bambino fosse portato all’Alder Hey Children Hospsital. Ma secondo le testimonianze rese in tribunale dai medici del NHS che hanno accolto Alfie, la sua diagnosi iniziale riguardava una condizione piuttosto comune: “Bronchiolite virale e una possibile convulsione febbrile prolungata”. La malattia cerebrale non diagnosticata che si dice abbia ucciso Alfie non è apparsa se non dopo che è entrato in questo pericoloso ospedale”.

Marco Tosatti




Il Regno Unito ancora una volta può vantare un primato assoluto a livello mondiale, quello della dittatura statalista che ha a cuore una sola cosa: lo sterminio del debole indifeso, simbolo insopportabile dell’essenziale limitatezza dell’essere umano.
Le vicende drammatiche susseguitesi nell’ultimo anno in Inghilterra non sono che l’espressione dello scandalo dinanzi al dolore e alla sofferenza umana, la quale è il chiaro distintivo del limite che la condizione umana manifesta a ogni piè sospinto.
Nell’arco di un solo anno ben tre innocenti sono stati sacrificati sull’altare del nuovo moloch rappresentato dallo slogan “una vita di sofferenza non è vita”. Charlie Gard giustiziato il 28 luglio 2017, Isaiah Haastrup giustiziato l’8 marzo 2018 e il piccolo Alfie Evans colpito a morte ieri notte 28 aprile 2018.
La sera del 23 aprile scorso i “medici” (un vero medico dovrebbe curare e assistere non uccidere) dell’Alder Hey Hospital di Liverpool hanno interrotto la respirazione artificiale che aiutava il piccolo Alfie nell’attività polmonare, e mentre gli “esperti” avevano già decretato la sua morte certa in breve tempo ecco il miracolo: il bambino ce la faceva anche da solo. Questo smacco insopportabile, prova dell’incompetenza medico-scientifica oltreché dell’iniquità di una sentenza irragionevole, ha smascherato il volto luciferino celato dietro quei camici e toghe così compassionevoli. È chiaro che ciò che sta a cuore ai governanti del Regno Unito (dal male) non è il bene di queste creature, ma di mantenere il punto su un principio veramente inviolabile, ossia che non c’è spazio a questo mondo per la sofferenza, vale a dire, per l’essere umano.
Negli antichi culti a Moloch, Baal, Crom Cruach e Dioniso le vittime più gradite alla divinità erano proprio i bambini, specialmente maschi. Soltanto il Cristianesimo mise fine all’abominio dello sterminio degli innocenti immolati a satana di cui tutte quelle divinità non erano che maschere di terrore che soggiogavano tutta la terra. E ora dopo cinque secoli di scristianizzazione violenta e capillare l’Inghilterra ha ripreso l’antico culto al “dio della morte” però non più in maniera esplicita ma sotto il pretesto umanitario falsamente pietoso dell’“inutile sofferenza”.
Alfie Evans come i due innocenti Charlie e Isaiah ha dovuto attraversare il coltello e le fiamme mentre i tamburi e le trombe coprivano le loro grida nel recinto sacrificale. Queste anime pure sono diventate ormai più che semplici vite innocenti da difendere. Alfie era e rimarrà il simbolo dell’uomo, di ogni uomo, la cui esistenza è inseparabile dalla sofferenza. La verità che grida dinanzi ai nostri occhi mentre questi piccoli vengono immolati è che se si vuole eliminare il dolore dalla vita dell’uomo si deve eliminare l’uomo stesso poiché la sua vita è impastata di gioia e dolore, di vino e lacrime, di gloria ed ignominia.
La Rivelazione cristiana non propone all’uomo l’eliminazione di ogni sofferenza e frustrazione, né di esorcizzarla dall’orizzonte della sua esistenza ma a fortiori di farsene carico, non di fuggirla ma di abbracciarla strettamente. Questi piccoli innocenti sofferenti Alfie Evans, Charlie Gard e Isaiah Haastrup, sono l’icona del Cristo Crocifisso “l’uomo dei dolori che ben conosce il patire” (Is 53,3). La finestra che la Morte e Risurrezione del Figlio di Dio hanno spalancato sul mondo non è l’avvento del Paradiso in terra, ma la possibilità di raggiungerlo nell’altra vita. Il Vangelo perciò non viene incontro all’uomo come un analgesico spirituale, come un’alienazione dalla realtà, come un rifiuto della condizione umana né tantomeno come un ottimistico messaggio di allegria a buon mercato ma come la risposta unica e definitiva al dolore e alla morte. “Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato” (Eb 4,15). Alfie riproduceva nel proprio corpicino sofferente i patimenti dell’Agnello di Dio venuto non a cancellare la sofferenza e la morte ma a santificarle e a renderle mezzo necessario di salvezza, per questo la sua esistenza era insopportabile.
Al contrario il transumanesimo gnostico che la massoneria (non a caso nata in Inghilterra) propugna con violenza, attraverso la cultura al contempo somatolatrica ed eutanasica, vorrebbe creare un superuomo scevro da ogni dolore, sano, perfetto e senza limite alcuno, tutti attribuiti che nella loro perfezione essenziale si trovano solo in Dio.
Un’utopia quella dell’homunculus che la gnosi e la cabbala ebraica perseguono fin dagli albori della civiltà cercando di carpire i segreti della vita per diventare i datori della vita e della morte, come i giudici inglesi hanno ancora una volta chiaramente dimostrato contro ogni giustizia e ragionevolezza.
Questa prospettiva molte volte è detta antropocentrica, tuttavia è errato affermare che al centro di questo mondo senza Dio ci sia l’uomo poiché in effetti quando sugli uomini non interviene più l’autorità della legge di Dio l’uomo finisce, come vediamo, per sacrificare altri uomini non a sé stesso ma a colui che odia l’uomo seducendolo con l’antico inganno “eritis sicut dii”. Eliminando Dio dalla società, dalla politica, dalla scuola e da ogni ambito pubblico quindi non si avrà come alcuni ingenuamente credono un’autentica valorizzazione dell’umano nella sua interezza (l’uomo puro) poiché non esiste vero umanesimo senza cristianesimo, ma si otterrà soltanto l’instaurazione della legge del più forte, della plutocrazia statale sul popolo indifeso.
Anche in questo caso dobbiamo ricondurre il motivo di queste esecuzioni di Stato alle radici filosofiche dell’Inghilterra moderna e in particolare ad un noto pensatore, il filosofo e matematico britannico Thomas Hobbes. Educato in un ambiente vivacemente protestante Hobbes aveva assimilato fin da piccolo la convinzione che l’uomo nasca irrimediabilmente corrotto e incapace di compiere il bene, la sua condizione naturale sarebbe quindi di homo homini lupus. È necessario dunque uno Stato etico, coercitivo, assoluto e onnicomprensivo al di fuori del quale non c’è che la barbarie. In quest’ottica lo Stato “Leviatano” assorbe le libertà dei singoli e le redistribuisce secondo il proprio arbitrio imponendo doveri e divieti insindacabili perché lo “Stato è buono”.
Con l’apostasia della corona e del clero inglesi operata da Enrico VIII Tudor e dalla figlia illegittima Elisabetta, in Inghilterra venne sostituito il culto di Dio con il culto dello Stato, per questo nell’isola un tempo cattolica è ancora fortemente radicato certo conservatorismo incapace di slegarsi da quell’esiziale giuspositivismo che ispirò l’ideologia politica di Karl Marx. La cerimoniosa ed effimera venerazione per la corona inglese che ancora sopravvive oggi non è altro che l’anacronistica e fallimentare reliquia di uno statalismo sacralizzato oltre il limite che la fede e la ragione impongono all’uomo. Nella prospettiva della fede Cattolica invece il re non è al di sopra della legge, ma è il primo a esservi sottoposto e a doverla fortiori osservare. Non esiste il concetto di autorità absoluta nel Cristianesimo, nemmeno il Papa è al di sopra della Legge e del Vangelo. Per questa e altre ragioni i governanti e i giudici inglesi non possono piegarsi all’evidenza dell’ingiustizia che stanno commettendo poiché la convinzione che l’autorità sia insindacabile ed ogni sua decisione irrevocabile è troppo forte nella superba mens anglicana. Forse sono molte altre le motivazioni profonde che si celano dietro questa tragica vicenda, forse i dettagli che ancora non ci è dato conoscere potranno svelare il piano dei malvagi, ma di certo l’esito che comunque sono riusciti ad ottenere (la morte di un innocente indifeso) è l’espressione dell’imbarbarimento di una civiltà nel pieno del suo declino morale, giuridico e umano preludio alla sua immanente autodistruzione.
All’inizio di quest’anno la piattaforma globalista Sky ha lanciato una nuova serie televisiva intitolata “Britannia” ambientata nell’Inghilterra del I secolo dopo Cristo all’epoca della conquista romana. Il sottotitolo della serie (No one wants to be civilized – “Nessuno vuole essere civilizzato”) è la sintesi e l’espressione esplicita del rifiuto da parte delle società democratiste occidentali, di cui l’Inghilterra è l’araldo testa di ponte, dei valori cristiani e filosofici dell’antichità classica. Il diritto e i costumi romani santificati dal Vangelo in questo senso costituirono la risposta alla barbarie dell’Inghilterra pagana oggi tornata in gran pompa dopo aver cancellato ogni traccia di civiltà cristiana dalla propria terra e dall’Europa tutta.
Ma ciò che più importa è che la posta in gioco in questa battaglia, solo apparentemente conclusa, per la vita di Alfie è molto più alta di quanto non si creda. Intorno a questa vicenda drammatica infatti non si decide soltanto la credibilità di una nazione, né soltanto la salvezza di una singola vita ma la vittoria o la sconfitta del diritto naturale, baluardo irrinunciabile contro l’eutanasia di Stato che si avvicina a grandi passi anche qui in Italia e nel mondo intero. Il sogno degli antichi catari ossia l’endura di massa (il suicidio rituale per fame e sete) ha cominciato ad essere applicato in maniera sistematica: le prime vittime del programma di sterminio pietoso dell’essere umano sono i bambini e i cerebrolesi incapaci di difendersi.
L’establishment inglese dalla prima ministra Theresa May alla regina Elisabetta e alla decadente casa reale dei Windsor fino ai giudici e i medici dell’Alder Hey Hospital con la loro indifferenza alle suppliche, agli inviti e alle proposte di aiuto offerto a questa creatura e alla sua famiglia dichiarano la verità di questo slogan “No one wants to be civilized”. Non c’è civiltà in questa Inghilterra, non c’è più alcuno Stato di diritto in un paese sordo alle sofferenze del suo popolo e noncurante dei diritti dei suoi cittadini. Ma non si creda che l’Inghilterra sia un caso isolato, ciò che è avvenuto a questi innocenti sul suolo inglese presto potrà avvenire anche in tutto il resto delle democrazie occidentali, paesi dove la persona umana stessa sta subendo una decostruzione antropologica senza precedenti. Presto non saremo che carne da macello, esseri asessuati senza identità né storia, senza passato quindi senza futuro, senza famiglia né legami duraturi autentici, individui subumani spersonalizzati senza raziocinio, prede di medici senza scrupoli e di giudici prezzolati. Davvero si apre dinanzi a noi la fine di ogni rimasuglio di civiltà cristiana e l’inizio della vera barbarie, quella in cui eliminato Dio, fonte e garante di ogni diritto, lo Stato è il lupo per gli altri uomini.
– di Isacco Tacconi

https://www.riscossacristiana.it/linghilterra-di-charlie-ed-alfie-e-la-fine-della-civilta-occidentale-di-isacco-tacconi/

Quella volta che Ashya fu “rapito”

    Un bambino malato, un ospedale inglese che non vuole lasciarlo curare all’estero, due genitori determinati. Sembra il copione visto nel caso di Alfie Evans. Invece riguarda un’altra storia, quella di Ashya King.
Nell’estate del 2014 Ashya, cinque anni, è ricoverato, in Inghilterra, presso il Southampton General Hospital. I chirurghi hanno rimosso un medulloblastoma, tumore cerebrale maligno particolarmente frequente nei bambini fra i due e i sette anni, ma Ashya, assai debilitato, non è in grado di parlare, mangiare o bere e dipende dall’alimentazione assistita. Il tumore è infatti molto resistente sia all’intervento chirurgico sia a i farmaci
Che cosa fare? Secondo i genitori, che si sono informati, la scelta più adeguata è la terapia protonica, un tipo di radioterapia che utilizza un fascio di protoni per irradiare il tessuto biologico malato: una specie di «cecchino», come dice il papà di Ashya, Brett, in grado di colpire ed eliminare le cellule malate.
C’è però un problema:  il General Hospital della città inglese non dispone delle attrezzature necessarie e il cancro al cervello di cui soffre Ashya non è incluso nella lista dei tumori che possono essere curati all’estero a spese del servizio sanitario nazionale britannico. Dunque?
I King prendono una decisione clamorosa: determinati a tentare il tutto per tutto, portano via il bambino. In pratica è una fuga, perché non c’è alcuna autorizzazione da parte dei medici.
A bordo di un traghetto la famiglia (oltre ad Ashya, i King, all’epoca, hanno altri tre bambini) varca la Manica, poi prosegue in auto lungo la Francia e infine raggiunge la Spagna, dove papà Brett e mamma Naghemeh si rivolgono a una clinica privata di Marbella.
Intanto però a Southampton è scattato l’allarme, con conseguente caccia alla famiglia King per mezza Europa. L’accusa? Niente meno che rapimento.
La polizia inglese chiede aiuto all’Interpol e la coppia, individuata, è messa in arresto, mentre Ashya è affidato a un ospedale spagnolo.
Il capo d’accusa è pesante e l’Inghilterra rivuole indietro i King per processarli. I loro avvocati riescono però a chiarire: sebbene i genitori abbiano portato via il bimbo senza permesso, di certo non l’hanno rapito. Vengono così liberati, il che permette loro, finalmente, di sottoporre il figlio alla cura desiderata, il trattamento a protoni, in una clinica specializzata di Praga.
Oggi Ashya risulta guarito. Tornato in Spagna e sottoposto ad analisi, non mostra più tracce del tumore. Anche se non perfettamente, ha ripreso a parlare, si muove e cammina: un miracolo, rispetto alle condizioni successive all’intervento chirurgico.
«Se lo avessimo lasciato nell’ospedale inglese – commenta papà Brett – non penso che sarebbe sopravvissuto: il risultato giustifica tutto quello che abbiamo passato».
«È un miracolo al quale non avremmo mai pensato di assistere», dice la mamma, Naghemeh.
I King oggi hanno sette figli e Ashya frequenta regolarmente la scuola, senza particolari problemi. Riferisce il padre: «È entusiasta di tutto. L’abbiamo visto depresso, incapace di parlare e quasi incapace di muoversi, invece ora è pieno di vita».
Poiché i King sono testimoni di Geova, movimento religioso che tra le sue norme annovera il rifiuto delle trasfusioni di sangue, qualcuno ha cercato di derubricare la vicenda sotto il capitolo «fanatismo religioso», ma il problema è un altro e riguarda, ancora una volta, i parental rights, i diritti dei genitori rispetto a un National Helath Service che, come nel caso di Alfie Evans e tanti altri, impone le proprie scelte in modo irrevocabile.
Aldo Maria Valli