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giovedì 26 aprile 2018

Il nazismo non è alle porte, ha già vinto

IL NAZISMO VITTORIOSO


Caso Alfie ecco "il nuovo demonio". Avviso ai manifestanti del 25 aprile il nazismo non è alle porte ha già vinto: nella forma tecnocratica del dominio neocapitalista e in quella del delirio antiumano della selezione della specie 
di Roberto Pecchioli  

 0 bimbo benedetto

Avviso ai manifestanti del 25 aprile, agli antifascisti e antinazisti, ai progressisti, ai moderati, ai conservatori e a tutti gli uomini di buona volontà: il nazismo non è alle porte, ha già vinto. Nella forma tecnocratica del dominio neocapitalista e in quella del delirio antiumano della selezione della specie. Eugenetica più dittatura tecnologica e finanziaria: ecco il nuovo demonio. Il caso del povero Alfie Evans, il bimbo inglese affetto da una malattia grave e sconosciuta che i tribunali inglesi e gli intellettuali di servizio delle oligarchie vogliono morto dovrebbe aprire gli occhi ad un’opinione pubblica drogata, che, come le tre scimmiette, non parla, non vede, non sente. Ringraziamo il coraggio dei genitori del piccolo se il caso sta iniziando a scuotere alcune coscienze. L’Italia ha attribuito ad Alfie la cittadinanza, l’ospedale romano Bambino Gesù è pronto ad accoglierlo, il Papa, bentornato tra noi, ha battuto un colpo a favore della vita. Hanno staccato le macchine, ma Alfie respira, non vuole morire.

Se siamo ancora persone e non bestioni selvaggi armati di telefonino e diritti, tutti ipocrisia, chiacchiere e finta umanità, dobbiamo reagire. I tribunali inglesi, dopo aver stabilito, come già fecero con il piccolo Charlie Gard, che per lui la “cosa migliore è morire”, ripristinando di fatto la pena di morte, negano ai genitori il diritto di trasportare il bimbo in Italia per un viaggio di disperata speranza, a loro spese, ovviamente. Dove è finito, signori della corte e orgogliosi britannici, l ‘ “habeas corpus”, ovvero il diritto di ciascuna persona di disporre di se stesso, antico vanto giuridico inglese?
No, il corpo di Alfie non è suo e dei suoi genitori che lo amano, ma è proprietà indisponibile di uno Stato violento, corroso all’interno, di fatto nazista. Se il nazismo è stato il male assoluto, è precisamente delle stesse aberrazioni materialiste e autoritarie che accusiamo il governo inglese e l’intero sistema di potere dell’Occidente liberale, liberista, libertario. Ebbe ragione Ida Magli nel suo ultimo libro, Figli dell’uomo, a smascherare la cosiddetta civiltà che odia i suoi figli più piccoli; e fu straordinario profeta Gesù di Nazareth a mettere in guardia con parole di fuoco: “chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi del mare.” (Matteo 18,6).
La verità è che corriamo a gran velocità verso la selezione della specie; lo sterminio degli esseri umani più fragili (bambini, feti indesiderati, anziani, malati) viene chiamato civiltà, nuovi diritti, addirittura dignità. Non è strano che sia la Gran Bretagna in prima linea. Furono le aberrazioni della rivoluzione industriale a portare il lavoro infantile nelle fabbriche, unitamente allo sfruttamento brutale degli adulti. Furono le carceri inglesi a riempirsi di bambini, così come fu il superbo impero di Sua Maestà a inventare l’eugenetica (Thomas Galton, gli Huxley). Tutto per il nostro bene, lo stesso che spingeva il reverendo protestante Malthus a invocare il drastico calo della popolazione, sempre a fin di bene, per contrastare la povertà.
Un’agenzia di stampa spagnola, Infocatòlica, ha rivelato che l’ospedale in cui giace Alfie espiantò in passato cuori e organi di cadaveri di migliaia di bimbi senza il consenso dei genitori. A provarlo ci sarebbe una corposa documentazione di fonte governativa, firmata dall’allora ministro della sanità Milburn. L’accusa è che l’ospedale Adler Hey non si limitava a estirpare gli organi, ma immagazzinava, stoccava, conservava (scusate, non troviamo il verbo giusto!) una specie di collezione di teste. Nazisti.
Si è anche appreso che il giudice britannico Anthony Hayden che ha condannato a morte il piccolo Alfie (passateci l’espressione non esatta in punto di diritto, il “loro” diritto), è un cospicuo membro di un’organizzazione omosessualista LGBT, autore di un libro sull’ “omogenitorialità”. Pare faccia parte della lobby forense Blaag, impegnata a difesa delle istanze degli omosessuali, anche in materia di paternità e maternità surrogata. Nessun diretto legame con le decisioni relative ad Alfie, naturalmente, ma è lecito rimanere sbalorditi e chiedersi in che mani sia capitato il povero piccino, nonché, più in generale da chi sia formata la classe dirigente dell’Occidente terminale.
Occorre proclamare alto e forte, finché non sarà vietato per legge e punito con il carcere, che la nostra è una (in)civiltà di morte, un obitorio a cielo aperto mascherato da diritti umani. Il trattamento riservato al bimbo Alfie avrebbe indignato gli animalisti se fosse toccato a un cavallo, avrebbe sollevato le ire di mille Boldrini e di santi parroci se Alfie fosse un immigrato. Al contrario, stimati (?) giuristi come Vladimiro Zagrebelsky e reputate filosofe “de sinistra” come Michela Marzano mostrano il pollice verso. Il bambino deve morire, certamente per il suo bene, che essi sanno giudicare meglio di ogni altro. Sostituti, a questo punto, non dei genitori, ma di Dio stesso. Perché la deriva disumana, anzi antiumana, ha bisogno di chierici a tariffa pronti a giustificare l’ingiustificabile, a celare, nascondere dietro la retorica dei “diritti” una verità indicibile: Alfie deve morire perché costa troppo allo Stato, alle assicurazioni, ai fondi di investimento che possiedono ormai i nostri corpi. I ragionieri esperti di matematica attuariale hanno fatto i loro conti ed emesso il verdetto. Questa è la libertà, quelli i loro sbandierati diritti, la disgustosa pantomima della democrazia.
Dobbiamo sopprimere un bel po’ di gente perché sono costi, passivi che i mercati – quelli che votano tutti i giorni- non si possono permettere. E’ per questo che hanno montato il circo dei diritti umani, la morte assistita, inventato concetti come il “fine vita”. Sempre per interesse economico pretendono che, morendo, lasciamo parti e pezzi del nostro corpo a lorsignori. E’ per il bene e la vita di qualcun altro, dicono, ma il timore è che si tratti di un altro disgustoso imbroglio, un immondo mercato come quello dell’utero in affitto.
Ci vergogniamo giustamente degli esperimenti del dottor Mengele sotto il nazismo, ma siamo andati ben oltre. Il segreto che il potere ha capito è semplice: diffondere la convinzione che tutto avvenga per nobili scopi, per la scienza, per nuovi diritti, per avanzate libertà. Il risultato è quello che sta vivendo Alfie e chi lo ama. Consolano le parole nette del presidente polacco Andrzej Duda in difesa della vita di Alfie e la mobilitazione, l’insorgenza morale di molti, uomini e donne dei più diversi orientamenti.
Ma, al di là della vicenda drammatica del piccolo inglese, anzi concittadino italiano, quel che serve urgentemente è una presa di coscienza contro il nazismo tecnocratico che si è abbattuto su di noi sotto forma di una incultura di morte, riduzione degli uomini a oggetti, denaro e mercato misura di tutte le cose, padroni e signori della vita e della morte. Se non ci ribelliamo in un sussulto di orgoglio, dignità e santa collera, sarà la nostra vita, quella di ognuno di noi a essere rubata e compravenduta. Se non ora, quando? 

CASO ALFIE. IL NAZISMO VITTORIOSO

di Roberto Pecchioli

ALFIE. VENEZIA HA UN PATRIARCA. DALLA GERMANIA, UN PEDIATRA: INCOMPRENSIBILE.

26 aprile 2018 Pubblicato da  14 Commenti


Marco Tosatti

La voce del Patriarca di Venezia si è levata oggi per il caso di Alfie Evans. Un comunicato articolato e pieno di umana passione; e vi invitiamo a confrontare queste parole con quelle pronunciate dall’arcivescovo di Liverpool, Malcom McMahon, che abbiamo pubblicato nel post precedente, che potete leggere qui.
Il comunicato integrale del Patriarca Moraglia invece lo potete leggere qui. Ne abbiamo riportato alcuni brani significativi.
“Queste mie parole sorgono dal cuore del vescovo ma anche dell’uomo e del cittadino.
La vicenda drammatica del piccolo Alfie non può lasciarci solo pensosi e tristi. Deve, piuttosto, portare ad una riflessione pacata e che aiuti a maturare una posizione per cui i diritti dei deboli – innanzitutto di un bambino e poi dei due giovani genitori – non siano “diritti deboli”.
La vicenda del piccolo e fragilissimo Alfie ha faticato a catturare l’attenzione di molti, ma, alla fine e contro tanti ostacoli, vi è riuscita. E questo bambino, anche grazie ai media, è diventato davvero “figlio nostro” e “figlio del mondo”.
La vicenda è molto triste perché chiama in causa la civiltà e la cultura, il diritto e la giustizia, le istanze etiche attorno a cui si fonda la vita di un intero Paese, di molti popoli, di una nazione e di un intero continente – l’Europa – che purtroppo, ancora una volta, ci lascia profondamente delusi per come non riesce a trattare una questione delicatissima e così lancinante. L’Europa si spende per l’euro, per le banche, per i parametri economici… ma sembra continuare a balbettare in altri fondamentali ambiti.
Il nostro Paese, l’Italia, concedendo ad Alfie la cittadinanza e offrendo la disponibilità ad accoglierlo e curarlo in alcune nostre strutture ospedaliere d’eccellenza (il Bambino Gesù di Roma e il Gaslini di Genova), ancora una volta – come per il salvataggio di migliaia di uomini in mare – ha saputo e soprattutto voluto cantare fuori dal coro, mostrando in tale vicenda un’attenzione, una sensibilità e, in una parola, un’umanità che, in fondo, da sempre appartiene all’Italia, alla sua storia e alla sua cultura e che viene continuamente attestata da varie e attuali situazioni contingenti e strutturali”.
E continua: “Anche chi non è credente può convenire sul fatto che nessun potere umano (politico) può arrogarsi il diritto di impedire che altri Stati ed istituzioni scientifiche riconosciute come eccellenze – nel campo della ricerca e della cura medica – si facciano carico del piccolo Alfie ed intervengano in luogo di chi non ha più nulla da dire o da dare.
Senza accanimento terapeutico, senza cioè trattamenti sproporzionati, ma anche senza abbandono terapeutico, cioè senza mai venire meno al dovere-diritto di prendersi cura e di accompagnare la persona malata e i suoi familiari con alta professionalità, con grande umanità e con… amore, veramente disinteressato e non ideologico.”
E infine un appello: “Affidiamo nella preghiera il piccolo Alfie e i suoi genitori alla Madonna – che è Madre di misericordia – perché non faccia mancare luce e speranza anche nei momenti più bui e continuiamo a chiedere ed invocare umanità perché finalmente, come ha detto ancora il Santo Padre, ‘venga ascoltata la sofferenza dei suoi genitori’”.
E poi vi offriamo – per coloro che leggono l’inglese – un’interessantissima intervista di un pediatra tedesco che ha visitato Alfie – come amico di famiglia, perché i medici dell’Alder si sono rifiutati di confrontarsi con lui – che giudica il comportamento dell’ospedale e dei giudici, e il divieto di lasciare l’ospedale e la Gran Bretagna totalmente incomprensibili. Il pediatra dice anche che quello che sta succedendo a Alfie ora, a causa di come il nazismo ha trattato i disabili, sarebbe impossibile. Qui sotto trovate una vignetta del 1940, che dice : “Anche tu porti il fardello”, accennando ai costi legati alle persone disabili.
E più sotto, una foto emblematica, delle due Kate. Una, è Reale, e il suo bambino ha tutte le migliori cure mediche possibili. L’altra, Kate James, non è Reale, e a suo figlio vengono negate.
Don Gabriele Brusco è il sacerdote dei Legionari di Cristo che, a partire da domenica scorsa, assiste spiritualmente Alfie e i suoi genitori nella loro camera di tortura all’interno del lager che va sotto il nome di “Alder Hey Hospital”.
È cappellano in una parrocchia di Londra, ma, colpito dalla vicenda di Alfie, ha deciso di prendere un treno per Liverpool. “Ho seguito da vicino fin dall’inizio sui media e i social l’eroica battaglia di Tom Evans e Kate James per salvare loro figlio, e mi sono commosso. Sapevo che cercavano un sacerdote cattolico e mi sono reso disponibile”.
Da quel giorno non ha mai lasciato la stanza del piccolo, sostenendo i genitori e pregando per Alfie.
Padre Gabriele ha amministrato al piccolo Alfie l’Unzione degli infermi e la Cresima e ha recitato le preghiere di accompagnamento. “Ho cercato in tutti i modi di evitare pubblicità, ma non ci sono riuscito” dichiara. “A me interessava il sacramento: volevo soltanto far arrivare ad Alfie la forza di Dio e dare coraggio ai genitori”. Riferisce che i genitori di Alfie “molte volte vogliono che metta una mano sulla testa del bimbo e mi chiedono di pregare per lui”. Di Tom Evans dice: “Mi sembra davvero un Davide contro il Golia dello Stato britannico”.
Ci sono molte altre prove del fatto che don Gabriele appartenga alla razza in via di estinzione dei sacerdoti cattolici. Le sue parole e i suoi gesti sulla incredibile vicenda della famiglia Evans sono sempre stati ispirati a chiarezza e verità, senza incrinature. “È visibile che Alfie voglia vivere” ha affermato in un’intervista a TV2000. “Umanamente parlando, fin dall’inizio sembrava una situazione impossibile. Sarebbe servito solo un miracolo. E fin dall’inizio ho pregato per il miracolo. Di fatto, ci sono stati tanti piccoli miracoli. Anche se noi ci aspettiamo il grande miracolo, cioè che venga in Italia o che comunque possa uscire da questo ospedale. Purtroppo lui è prigioniero. Forse è un termine pesante, ma di fatto l’ospedale non lo vuole far uscire vivo. Per loro potrà uscire solo da morto”.
Il sacerdote nei giorni trascorsi non ha mancato di rivolgersi anche al personale sanitario, illustrando la necessità dell’obiezione di coscienza quando si sia chiamati a collaborare a una procedura volta a porre fine a una vita umana.  “Le leggi umane si possono infrangere per seguire quelle di Dio: ho detto loro della banalità del male”. La reazione delle infermiere, riferisce don Gabriele, è apparsa stizzita e infastidita: “Questa è la sua opinione”, hanno risposto. “Io ho dovuto ribadire la verità, qualcuno forse avrà crisi di coscienza, forse questa notte non dormirà, ma era l’ultima cosa che potevo fare”.
Questo don Gabriele che – come si può ben comprendere, costituiva un fondamentale baluardo di fede e un grande aiuto concreto per la famiglia Evans nella battaglia contro il male allo stato puro che scatenatasi tra le mura dei quel dannato ospedale – è stato improvvisamente richiamato a Londra dal suo parroco, ieri sera, proprio quando, peraltro, gli era stata garantita una decisiva copertura diplomatica per esercitare liberamente il proprio ufficio. Nemmeno gli è stato permesso di salutare Thomas, Kate e il piccolo Alfie. Così Alfie e i suoi straordinari genitori sono stati privati del conforto di un vero ministro di Dio, quando tutto intorno a loro è pervaso ormai da una pervicace volontà di morte, divenuta a questo punto addirittura parossistica e disinibita.
In coincidenza temporale (ma è solo una coincidenza?) con l’ordine superiore per il quale don Gabriele è stato costretto a lasciare il suo presidio, guarda caso, l’arcivescovo di Liverpool Malcolm Patrick McMahon (che non si era più espresso sulla vicenda dopo il tremendo comunicato della conferenza episcopale a sostegno dell’ospedale e dei giudici inglesi) incontrava Bergoglio a seguito dell’udienza generale di ieri, mercoledì 25 aprile. Lo racconta lui stesso in un’intervista al giornale inglese “The Tablet”.
Curioso che dalla Santa Sede nessuno abbia parlato dell’incontro, magari cogliendo l’occasione per richiamare all’attenzione del mondo lo scandalo di Liverpool. Nessuna indiscrezione, nemmeno sui quotidiani nazionali italiani. L’arcivescovo di Liverpool – noto per essere un grande conservatore, che celebra persino la Messa Tradizionale – avrebbe riferito a Bergoglio che i cattolici di Liverpool sono “straziati” dal caso di Alfie Evans, ma che la squadra medica e la cappellania dell’ospedale “Alder Hey” hanno fatto tutto il possibile per aiutare il bambino. Di Bergoglio dice: “Sono rimasto colpito dal suo atteggiamento compassionevole nei confronti sia di Alfie che dei suoi genitori; ha promesso che continuerà a pregare per loro. Gli ho spiegato che il popolo cattolico di Liverpool ha il cuore spezzato per Alfie e i suoi”.
Ma al di là di questo fervorino di prammatica, neanche tanto convincente, ciò che realmente mostra quanto avviene dietro le quinte è il seguito delle dichiarazioni del vescovo di Liverpool.  monsignor Mc Mahon, infatti, non ha mancato di ringraziare tutti per “per le cure mediche e spirituali che Alfie sta ricevendo”. E ha aggiunto: “So che stanno facendo tutto quello che è umanamente possibile e la nostra preghiera in questo difficile momento è che il Signore possa dare a tutti la forza spirituale per affrontare l’immediato futuro”.
In sostanza, tutti sono messi al pari di tutti e, in forza del buonismo irradiato erga omnes dal buon pastoreanche sull’ospedale degli orrori è stesa una patina di rispettabilità e persino di umanità. L’unica parte che esce nemmeno troppo velatamente bastonata dalle dichiarazioni di Mc Mahon è il popolo italiano, la cui intraprendenza nel difendere le ragioni fondate sulla ragione non è stata troppo gradita: “Sono molto consapevole della compassione che caratterizza il popolo italiano verso i bisognosi – in questo caso Alfie – ma so che nel Regno Unito, i nostri apparati medici e legali si basano anche sulla compassione e sulla salvaguardia dei diritti del singolo bambino”.Come sempre, le dichiarazioni della gerarchia di questa chiesa, vanno vagliate con attenzione per capire che cosa vogliono dire veramente. E, più si sale, più si deve stare attenti.
Intanto, la polizia di stato britannica è al lavoro per zittire la fronda alla esecuzione pietosa del piccolo suddito di Sua Maestà. L’ispettore capo Chris Gibson ha infatti dichiarato che la polizia di Merseyside è stata messa al corrente di una serie di post sui social media riferiti all’Alder Hey Hospital e all’attuale situazione di Alfie Evans. «Vorrei avvisare le persone del fatto che questi messaggi sono monitorati – minaccia Gibson in un comunicato – e ricordare agli utenti dei social media che qualsiasi attacco, incluse le calunnie e le minacce, sarà esaminato e, ove necessario, si agirà di conseguenza».
Questo intervento censorio punta a soffocare la rabbia degli stessi inglesi contro l’Alder: sui social si leggono insulti di ogni genere, per la strada si vede gente inferocita. Le macchine che transitano davanti alla prigione del piccolo Alfie suonano il clacson secondo un segnale concordato tra gli abitanti di Liverpool, che in codice vuole dire “Alfie resisti, Alfie non mollare”. La furia omicida che si muove contro un innocente e la sua famiglia è oramai impossibile da coprire. Neanche i media ci riescono più.
Eppure i giudici continuano la loro agghiacciante pantomima. La continua anche l’arcivescovo “tradizionalista” di Liverpool. La parte di don Gabriele, evidentemente, non è prevista dal copione.


Il vescovo nega l'assistenza spirituale ad Alfie
L’arcivescovo di Liverpool va a Roma a rassicurare il Papa sulla bravura dei medici dell’Alder Hey Hospital e sulla correttezza dei giudici britannici che hanno condannato a morte Alfie Evans; e nel frattempo fa scacciare padre Gabriele Brusco dall’ospedale, lasciando Tom e Kate senza alcuna assistenza spirituale e testimonianza concreta di una vicinanza umana.

Neanche il più critico osservatore della Chiesa inglese (e non solo) avrebbe mai potuto immaginare uno scandalo del genere. L’immagine cara a papa Francesco del “pastore con l’odore delle pecore” mutata in “pastore che si macchia del sangue delle pecore”.
Al titolare cattolico dell’arcidiocesi di Liverpool, Malcom McMahon, in tutti questi mesi gli impegni pastorali hanno impedito di percorrere quei 7 chilometri che separano la sua residenza dall’Alder Hey Hospital; in compenso martedì sera ha trovato il tempo per andare a Roma per poter partecipare mercoledì all’udienza generale con papa Francesco, cui è seguito un breve incontro privato. Al Papa, monsignor McMahon ha così potuto ripetere quel mucchio di menzogne che va propagando da quando il caso di Alfie ha conquistato un’attenzione internazionale tale da non poter più fare finta di nulla.
Basterebbe rileggersi la nota dei vescovi di Inghilterra e Galles diffusa nel pomeriggio del 18 aprile, poche ore dopo l’udienza privata che il Papa ha concesso a Thomas Evans, il papà di Alfie. Ecco un estratto:
«Affermiamo la nostra convinzione che tutti coloro che hanno preso le decisioni strazianti che riguardano la cura di Alfie Evans agiscono con integrità e per il bene di Alfie, così come loro lo vedono.
La professionalità e la cura per bambini seriamente malati dimostrata all’Alder Hey Hospital deve essere riconosciuta e affermata. Sappiamo che le critiche pubbliche recentemente pubblicate sul loro lavoro non sono fondate così come l’attenzione della nostra cappellania per lo staff, e davvero offerta alla famiglia, è stata fornita in maniera consistente».
Come si vede, la prima parte ricalca l’inaccettabile posizione più volte espressa anche da monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita (clicca qui), che non a caso ha buoni rapporti con l’episcopato inglese.
Quanto al resto è evidente che McMahon ha sempre volutamente ignorato Alfie e i suoi genitori, e non solo lui (basti il racconto della settimana a Liverpool della nostra Benedetta Frigerio, clicca qui). Nel report dell’arcidiocesi di Liverpool sul caso Alfie Evans, pubblicato il 13 aprile 2018 a firma del portavoce della diocesi Peter Heneghan, si afferma che il vescovo ausiliare Tom Williams «ha offerto sostegno ai medici e allo staff». Quanto ad Alfie, «egli non ha incontrato i suoi genitori che – a quanto si sa – non sono cattolici».

Davvero curioso per chi si è costantemente prodigato per Alfie non sapere neanche che il bambino è battezzato cattolico come suo padre. Chissà come mai tutta la preoccupazione pastorale è per i sanitari (saranno tutti cattolici?) e niente per i pazienti. Dopo l’incontro con il Pontefice, al settimanale inglese The Tablet mons. McMahon ha riferito di aver espresso a papa Francesco quanto «i cattolici di Liverpool hanno il cuore spezzato per Alfie e i suoi genitori e continuano a offrire appoggio e preghiere».

Qualche cattolico può darsi, certamente non il loro vescovo. Il quale vescovo, mentre brigava per andare a raccontare al Papa quanto sono bravi i medici e giusti i giudici, esercitava pressioni insostenibili per cacciare dall'ospedale padre Gabriele Brusco, che dal 16 aprile è al capezzale di Alfie. Cosa che alla fine gli è riuscita oggi, grazie al sostegno combinato del cardinale Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster, diocesi in cui padre Brusco attualmente risiede.

Prima che McMahon si recasse a Roma, l'ausiliare di Liverpool monsignor Williams aveva convocato padre Gabriele nel suo ufficio: anticamera di 45 minuti e poi un'ora di confronto sul significato della sua presenza all’Alder Hey che – ricordiamolo – aveva solo lo scopo di sostenere la famiglia di Alfie stante l’indisponibilità di un qualsiasi prete cattolico locale.
Il colloquio non deve essere stato particolarmente amichevole, visti gli sviluppi. Certamente qualche sanitario non ha gradito il richiamo di padre Gabriele al diritto-dovere dell’obiezione di coscienza che ha fatto al personale incaricato di staccare la ventilazione ad Alfie. Del resto per chi sta uccidendo, il richiamo alla coscienza è intollerabile, e magari se ne deve essere lamentato con l’arcivescovo.

Comunque, dopo il colloquio padre Gabriele è restato al suo posto, al fianco di Tom, Kate e Alfie, sapendo anche di contare sul tacito sostegno della Segreteria di Stato (dopo l’intervento del Papa). Ma dopo la visita di ieri a Roma di McMahon deve aver cominciato a vacillare anche l’appoggio vaticano, e nello stesso tempo il cardinale Nichols – che, attraverso il suo ausiliare mons. Sherrington, aveva già inviato una mail a padre Gabriele – lo ha fatto richiamare a Londra, dal parroco dove da qualche tempo presta servizio. Visto il livello morale e spirituale dei personaggi coinvolti, non ci stupiremmo se a breve scoprissimo un padre Gabriele costretto ad abbandonare l’Inghilterra e trovarsi un’altra terra di missione. Ovviamente l'arcivescovo di Liverpool ha detto che l'assistenza spirituale verrà garantita dal cappellano, ma qualcuno è davvero disposto a credere a chi non fa altro che dire menzogne?
Alla fine comunque resta il fatto vergognoso di un arcivescovo cattolico che, in combutta con il cardinale primate d’Inghilterra, toglie anche il conforto spirituale e umano ai genitori di Alfie, dopo che medici e giudici hanno già tolto al piccolo bambino il diritto alla vita e ai suoi genitori la libertà di movimento. Una vergogna per tutta la Chiesa cattolica inglese, la cui tradizione ricca di martiri non merita successori tanto indegni.
E comunque ce ne è abbastanza per chiedersi che strani intrecci e interessi ci siano tra vescovi inglesi e l’establishment rappresentato dalla casta dei medici e dei giudici.
Riccardo Cascioli
Medici e giudici hanno già negato il diritto alla vita di Alfie e la libertà di movimento dei suoi genitori. Ora l'arcivescovo di Liverpool e il cardinale Nichols cacciano dall'ospedale padre Gabriele Brusco, il sacerdote italiano che il 16 aprile era corso al capezzale di Alfie, stante l'indisponibilità di qualsiasi prete locale.
-VEGLIE DI PREGHIERA STASERA ALLE 22: ROMA, MILANO,....
-MEGLIO CANI IN AFGANISTAN CHE CRISTIANI A LIVERPOOL di Rino Cammilleri
-ESCLUSIVO: IL VIDEO CHE INCHIODA L'ALDER HEY HOSPITAL
- ALLEANZA MEDICI-GIUDICI PER FAR MORIRE ALFIE, di Riccardo Cascioli
- QUELL'AMORE "INUTILE" CHE VINCE L'ODIO DEI POTENTI, di Costanza Signorelli
- L'INCOSISTENZA MORALE DI ELISABETTA IIdi Paolo Gulisano
- LO STRANO CASO DEL GIUDICE HAYDEN, di Marco Respinti
- PAGLIA E VESCOVI INGLESI, PASTORI INUTILI, di Stefano Fontana

Alfie Evans e la cultura della morte


Difendere la vita di Alfie Evans non è solo un nostro diritto, ma soprattutto un dovere, non in quanto credenti o atei, conservatori o liberali, ma in quanto esseri umani.

di Emanuel Pietrobon - 26 aprile 2018      
Giovanni Paolo II ci aveva avvertiti subito dopo la caduta del muro di Berlino e della cortina di ferro che, sconfitto il comunismo, la civiltà occidentale avrebbe dovuto fronteggiare un nemico ancora più temibile dei totalitarismi del Novecento: la cultura della morte. I preti hanno smesso di fare politica e dai loro sermoni domenicali è sparito ogni riferimento all’Inferno, i cristiani, invece, hanno smesso di essere tali, iniziando a manifestare per la legalizzazione delle droghe e della prostituzione, bene indottrinati dai maestri del liberalismo, dai quali hanno imparato a chiamare libertà e diritti qualsiasi loro capriccio e desiderio egoistico, parafrando Nicolas Gomez Davila. Ed è così che nelle società del malessere si riesce a malapena a trovare una folla da portare in piazza per protestare contro i tagli ai servizi pubblici e al sociale, mentre quasi chiunque è disposto a firmare una petizione o a scendere in strada per uno spinello o contro l’obiezione di coscienza.


Papa Giovanni Paolo II

Non è progressista una civiltà in cui si registrano più aborti che nascite, più divorzi che matrimoni, più cannabis club che sale giochi, dove non è possibile esercitare la libertà d’espressione dietro l’accusa di essere fascisti, o quella di riunione dietro la minaccia dei cosiddetti antagonisti (del buon senso). Soprattutto, non è realmente progressista una civiltà in cui non è possibile esercitare la libertà di movimento per fuggire da una condanna a morte e reclamare la difesa della vita di un figlio malato e bisognoso di cure urgenti quale diritto inalienabile di ogni essere umano – ogni riferimento ad Alfie Evans è puramente intenzionale. La cultura della morte ha vinto ed esteso i suoi tentacoli in tutto l’Occidente; a ricordarlo ci ha pensato la sentenza del giudice Anthony Hayden, che sarà prima o poi chiamato a rispondere dell’accusa di omicidio ai posteri (per i laici) o a Dio (per i credenti).

Huntington si sbagliava: non saranno la civiltà islamica, sinica od ortodossa a galvanizzare il crollo di questo (post-)Occidente da tempo incamminatosi sul viale del tramonto, ma il totalitarismo liberal-democratico. Un’ideologia nel cui nome vengono abbattuti governi ostili, vietati indumenti e simboli religiosi nei luoghi pubblici, censurati pensatori anti-sistema ed impedite manifestazioni, ma che napoleonicamente si è autoincoronata paladina dei diritti umani e della giustizia. La scienza come riflesso del potere ideologico dominante, una teoria del pensatore Michel Foucault oggi più che mai corroborata dalla piega che ha preso la medicina nei paesi occidentali, più interessata al profitto che alla salute. Gli ospedali e i centri di ricerca sono divenuti luoghi di business, nei quali i pazienti sono dei semplici numeri agli occhi di chi dovrebbe curarli.


                     Anthony Hayden

Parte tutto dalla manipolazione semantica: il diritto alla vita è inalienabile ed è irrimediabilmente legato al diritto alla salute, del quale è accessorio essenziale il divieto dell’accanimento terapeutico, ne consegue la possibilità di cessare le cure ad un malato terminale od incurabile o di aiutare a morire mediante suicidio assistito una persona afflitta da depressione. La ricerca costa troppo, i governi non vogliono assumersi l’onere di finanziarla e i cosiddetti filantropi, stile famiglia Rockefeller o Bill Gates, elargiscono generose quote dei loro personali averi esclusivamente su base ideologica, ossia ad istituti ed entità coinvolte nella promozione dei diritti lgbt o della genitorialità pianificata. Il capitalismo per sopravvivere ha bisogno di plasmare e trasformare in merce ogni sfera ed aspetto delle relazioni umane, dalla religione, al sesso, sino alla salute: lo mostra il caso di Alfie Evans, e lo ribadisce l’analisi “The Genome Revolution” di Goldman Sachs inerente la non-remuneratività della ricerca farmaceutica in cure definitive per le malattie. In breve, il rapporto giunge alla conclusione che lo sviluppo di farmaci e trattamenti di cura definitivi riduca nel lungo termine in maniera sensibile le possibilità di nuove infezioni, annullando il ritorno economico per i produttori. La ricerca farmaceutica dovrebbe quindi puntare a delle cure parziali, in modo tale da creare dei malati cronici, dipendenti dai farmaci o desiderosi di un costoso suicidio assistito?

Riflessioni ed invettive contro la mercificazione della salute a parte, difendere il diritto alla vita di Alfie Evans, un bambino affetto da un’epilessia mioclonica progressiva, non è solo un dovere che spetta ai suoi genitori, ma a tutti coloro che ritengono di possedere un’anima, o quantomeno una coscienza funzionante e non corrotta dalle dottrine liberal-progressiste. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sorta per vegliare sulla corretta applicazione ed il rispetto della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali, chiamata in causa dalla famiglia Evans, ha scelto di (non) intervenire, mostrando per intero la sua coerente inutilità.



Tom Evans e Kate James

Nessun paese comunitario ha protestato per il trattamento riservato dalla giustizia e dalla sanità inglese a questo cittadino in fasce colpevole soltanto di essere afflitto da un male per il quale la ricerca non ha ancora prodotto risultati. Nessuno è intervenuto per fermare l’omicidio in diretta di un bambino dato a più riprese come morto cerebralmente ed incapace di vivere senza l’aiuto delle macchine, eppure capace di aprire gli occhi, muovere gli arti superiori, respirare spontaneamente e, soprattutto, sopravvivere nonostante la disintubazione e la cessazione dell’idratazione e della nutrizione. Nonostante le accuse di inazione, il Vaticano ha abilmente sfruttato la propria influenza nella politica italiana per spingere il ministero dell’interno e degli esteri a concedere la cittadinanza a questo bambino in tempi straordinari, nell’aspettativa di convincere le autorità inglesi a permettere il suo trasferimento all’ospedale Bambino Gesù, dichiaratosi pronto ad ospitarlo e trattarlo con un protocollo sperimentale. L’intromissione italo-vaticana nella vicenda non è stata però gradita dalla corte d’appello che in data 25 aprile è stata chiamata per rivedere la sentenza del giudice Hayden: al bambino è stato negato il trasporto all’estero, è stata rifiutata l’eventualità di una giurisdizione di Italia e Vaticano sul caso, ed è stata ribadita la validità della precedente sentenza che ha difatto prevaricato la potestà genitoriale trasformando Alfie Evans in un bene privato la cui sorte è gestita dall’ospedale.

Ogni ricorso della famiglia Evans in sede nazionale e comunitaria è stato vano, come vani sono stati i riferimenti fatti dai legali della coppia alle libertà e ai diritti previsti dai documenti che formano la costituzione britannica, tra i quali l’Habeas Corpus Act. Michela Marzano, docente di filosofia morale all’Université Paris Descartes, in un editoriale per La Repubblica ha giudicato l’intervento della coppia Minniti-Alfano come un pasticcio incomprensibile di un governo dimissionario che dovrebbe occuparsi solo di ordinaria amministrazione, trovando anche il tempo per parlare di ius soli. Lo stesso governo che però è piaciuto molto ai liberali di tutto l’Occidente quando, seguendo il cordone angloamericano di rappresaglie nei confronti della Russia in reazione al caso Skipral, ha espulso due diplomatici russi.




I leader del mondo libero, Angela Merkel ed Emmanuel Macron, non sono stati pervenuti, fornendo una prova ulteriore della visione che l’Unione Europea ha della vita e dell’etica – la stessa Ue che oltre un decennio fa rifiutò di inserire ogni riferimento all’influenza cristiana nella storia europea nel progetto di carta costituzionale, facendo presagire quale direzione avrebbe preso il progetto europeista. È normale che una civiltà avente più riguardo per la morte dei suoi figli, che per la loro nascita e crescita, un bambino venga condannato a morte da un tribunale e che i connazionali di questo inconsapevole imputato siano maggiormente presi a festeggiare una nuova vita nella famiglia reale che a protestare per la morte di un figlio del popolo. L’Occidente è destinato al tramonto e non perché lo abbia detto Spengler, ma perché ha deciso di abbracciare la cultura della morte ed il relativismo culturale a detrimento del cristianesimo, ringraziato periodicamente e in maniera alquanto vaga per l’aiuto fornito nella realizzazione di una civiltà basata sulla giustizia e sullo stato di diritto.

Arthur Moeller van den Bruck diceva che il liberalismo fosse un cancro capace di colpire ogni aspetto dell’essere umano, pensiero, creatività, ingegno e spirito, un’ideologia da distruggere per mezzo di una rivoluzione conservatrice. Allo stesso modo, Alberto Ruiz-Gallardon, capofila del movimento antiabortista spagnolo e ministro della giustizia sotto il governo Rajoy, dichiarò ai tempi della proposta di riforma della legge sull’aborto quanto fosse importante combattere per


sfatare il mito della superiorità morale della sinistra.


Nel caso di Alfie Evans, proprio di sinistra e liberalismo si parla, perché i giudici che lo hanno condannato a morte hanno pubblicamente assunto posizioni di matrice liberale e progressista nei confronti di tematiche come il recupero sociale dei criminali e dei terroristi e i diritti lgbt. Hayden è il coautore di un libro intitolato “Children and Same Sex Families”, mentre Andrew McFarlane, il giudice della corte d’appello, ha assunto rilevanza internazionale nel 2015 per aver creato un precedente su un tema molto sensibile quale la surrogazione di maternità e il diritto di rescissione, dando ragione alla coppia omosessuale che aveva comprato un bambino, negando ogni diritto di potestà alla madre surrogata.



Il destino di un bambino, figlio di due persone che hanno ritrovato la fede in questi mesi di lotta legale per via dell’incredibile umanità proveniente e dimostrata dal mondo cattolico, tanto da causare un diretto interessamento del pontefice e, tramite esso, del governo italiano, è stato affidato a dei giudici noti per le loro posizioni estremamente progressiste, ma forse è solo una coincidenza. Lasciando le convinzioni etiche, religiose e politiche a parte, il caso di Alfie Evans interessa l’Italia anche da un punto di vista legale dal momento in cui gli è stata concessa la cittadinanza: ad un cittadino italiano viene impedito di tornare in patria per ricevere delle cure urgenti, tra l’altro negate nonostante il parere contrario della famiglia, e al governo italiano viene negata ogni possibilità di giurisdizione sulla vicenda da un tribunale inglese, un precedente gravissimo che in futuro impedirebbe ai governi di fornire cure a dei cittadini sequestrati illegalmente in paesi terzi. In ogni caso, Alfie non morirà invano: se dovesse sopravvivere o morire al protocollo sperimentale, allora la sua vita servirebbe alla ricerca medica come opportunità di crescita e conoscenza, e se fosse lasciato morire perché ritenuto una voce di spesa eccessiva per l’ospedale che teoricamente dovrebbe curarlo ed impeditagli ogni possibilità di cura altrove, allora il suo omicidio lo trasformerebbe in un martire, la cui storia forse servirà alla massa per capire quanto atroce e brutalmente incoerente sia il liberal-progressismo.
http://www.lintellettualedissidente.it/societa/alfie-evans-e-la-cultura-della-morte/
I membri della neo-costituita Accademia Giovanni Paolo II per la Vita e la Famiglia rilasciano una dichiarazione sul “caso Alfie”
I membri della neo-costituita Accademia Giovanni Paolo II per la Vita Umana e la Famiglia (JAHLF), che è stata in parte fondata da ex membri della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), hanno deciso di pubblicare una dichiarazione in difesa di Alfie Evans e dei suoi genitori, Tom Evans e Kate James. I seguenti membri – che sono o membri del Board, dell’Advisory-Board o semplici membri dell’Accademia – hanno firmato il seguente testo:
Dame Colleen Bayer, Judie Brown, John Bruchalski, Paul A Byrne, Carlos Augusto Casanova, Anca Maria Cernea, Virginia Coda Nunziante, Christine de Marcellus Vollmer, Roberto de Mattei, Richard Fitzgibbons, Luke Gormally, Maike Hickson, Pedro Luis Llera, Maria Madise, Stéphane Mercier, Steven W. Mosher, Doyen Nguyen, Claude Edward Newbury, Paul von Oldenburg, Claudio Pierantoni, Philippe Schepens, Josef Seifert, Jeanne Smits, Gerard van den Aardweg, Thomas Ward, John-Henry Westen, Mercedes Wilson.

Questa la dichiarazione:
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Per Alfie Evans

Nessun uomo e donna di buona volontà può rimanere indifferente guardando la difficile situazione di Alfie Evans e dei suoi genitori – la loro eroica battaglia contro la tirannia di una coalizione medico-legale.
Il bambino, di 23 mesi, è rimasto in vita per due giorni respirando da solo dopo che il 22/04/18 il supporto del respiratore artificiale gli era stato tolto. Gli è stata concessa la cittadinanza italiana, e un’ambulanza medica aerea era pronta a portarlo all’ospedale Bambino Gesù di Roma per continuare le appropriate cure di supporto.
Eppure l’Alta Corte di Manchester ha decretato il 23/04/18 che al bambino non sarà permesso di essere trasferito in Italia!

La domanda più ovvia che dovrebbe pungolare la nostra coscienza collettiva è: chi ha il diritto naturale di prendersi cura di Alfie e salvaguardare il suo migliore interesse? È lo Stato o sono i genitori del bambino? È evidente che i genitori, in virtù della relazione genitore-figlio, hanno il diritto naturale di agire nel miglior interesse e benessere del loro bambino; e l’esercizio di questo diritto non può essere negato ingiustamente dall’interferenza dello Stato coercitivo, tranne nei casi di abuso e negligenza.

La seconda domanda che dovrebbe tormentare la nostra coscienza collettiva è questa: a cosa si riferisce “il miglior interesse”? Agire nell’interesse di qualcuno significa volere il suo bene. Il bene più fondamentale in questa vita terrena non è altro che la vita stessa, di cui la dimensione più fondamentale è la vita biologica (vegetativa). Chi è l’autore della vita se non il Dio Creatore stesso? Nessun essere umano è l’autore della propria vita. Il diritto umano più elementare è il diritto alla vita, e quindi il dovere più fondamentale di tutti gli uomini e donne di buona volontà è salvaguardare la vita umana dal suo inizio fino alla sua fine naturale. Il diritto alla vita di Alfie e il diritto dei suoi genitori a fare ciò che è nel miglior interesse del loro figlio significa che devono essere autorizzati a trasferirsi all’ospedale Bambin Gesù.
Tenendo conto delle summenzionate considerazioni, sembra evidente che l’azione dell’Alta Corte sia una chiara violazione dei diritti umani fondamentali, sia del diritto alla vita sia del diritto naturale dei genitori. In che modo quindi la Corte svolge la sua funzione di strumento di giustizia?
Qualsiasi uomo e donna di buona volontà può riconoscere che il disprezzo del diritto alla vita e il non rispetto del diritto naturale dei genitori siano atti di ingiustizia.
Pertanto, come uomini e donne di fede, noi membri dell’“Accademia Giovanni Paolo II per la Vita Umana e la Famiglia” siamo solidali con i genitori di Alfie Evans. Sollecitiamo vivamente le autorità giudiziarie (la Corte d’appello) a permettere il trasferimento di Alfie all’ospedale Bambin Gesù, dove potrebbe ricevere cure e trattamenti adeguati. Chiediamo rispettosamente anche a Sua Santità Papa Francesco di rinnovare il suo sostegno ad Alfie, e che anche Sua Maestà la Regina Elisabetta II intervenga a nome di Alfie, e che ogni medico al capezzale di Alfie non faccia nulla per provocarne la morte o abbreviarne la vita.