ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 5 aprile 2018

Realizzato il sogno del diavolo?

L'UOMO A DUE DIMENSIONI


Realizzato il sogno del diavolo? Parafrasando Marcuse si potrebbe definire l'uomo contemporaneo, o "moderno" come l'uomo a due dimensioni, che è intimamente scisso e diviso. Come il cattolico moderno che è un "cattolico scisso" 
di Francesco Lamendola  

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Parafrasando Marcuse, si potrebbe definire l'uomo contemporaneo come l'uomo a due dimensioni. Egli è intimamente lacerato, scisso, diviso. All'inizio della modernità, cioè con l'Umanesimo, si tratta essenzialmente di una scissione morale fra l'uomo vecchio, attaccato alle cose del mondo, e l'uomo nuovo, che vorrebbe lasciarsi quelle cose dietro le spalle e cercare i beni dello spirito: lo vediamo esemplarmente in Petrarca, il quale, di se stesso, dice (nella lettera sull'ascensione al Monte Ventoso): quel doppio uomo che è in me. Poi, col progredire della modernità, la scissione diventa soprattutto ideologica: fra il razionalismo, il materialismo, l'oggettivismo di matrice illuminista e la passionalità, la spiritualità (sovente morbosa) e il soggettivismo di matrice romantica. L'uomo illuminista, e poi quello positivista e quello neo-positivista, suoi eredi diretti, sono freddi, sicuri di sé, fiduciosi nel progresso, nella scienza, nella ragione; l'uomo romantico, e poi quello decadentista, e poi quello esistenzialista, suoi eredi diretti, sono appassionati, viscerali, emotivi, insicuri, scoraggiati. 

L'uomo illuminista ha occupato, ed occupa tuttora, il piano nobile del palazzo della cultura contemporanea e della psicologia individuale; l'uomo romantico è stato respinto nelle cantine, ma, da là sotto, non cessa di agitarsi e di levare i suoi lamenti. Gli psico-analisti parlano di inconscio e di super-io; noi preferiamo parlare del livello superiore e di quello inferiore della coscienza. Ciò che viene respinto in cantina è oggetto di pubblico disprezzo, ma di segreta attrazione: perciò l'uomo contemporaneo indossa la divisa illuminista al mattino, quando va al lavoro, e si abbandona ai suoi disordini romantici la sera, quando rimane solo con se stesso. Di giorno è un uomo freddo, razionale, che ride di tutto ciò che la ragione non sa spiegare e che avanza sicuro della meta, sebbene non sappia lui stesso quale essa sia; la notte esce di casa come un ladro e si spinge nei quartieri malfamati di periferia, cerca emozioni proibite, vuol sentirsi vivo, e sia pure infrangendo tutti i codici di comportamento che si è dato egli stesso. Forse non lo fa materialmente; lo fa in spirito, ad esempio quando indulge nell'alcol, o nella droga, o nei rapporti sessuali promiscui, oppure, assai più timidamente, lo fa con la fantasia, scorrazzando tra i film dell'orrore e i giochi elettronici a base di sadismo e sesso estremo. A quest’uomo notturno, dei sotterranei, piace aver paura: gode immensamente di sentirsi minacciato, in pericolo: è il suo modo, profondamente distorto, di reagire alle paure vere e alle minacce vere della sua vita reale: da quella di perdere il lavoro a quella di essere abbandonato dalla moglie, fino a quella di essere aggredito in casa dai malviventi e derubato, picchiato, violentato.
Ci si faccia caso. La letteratura del terrore nasce col pre-romanticismo, alla fine del Settecento; gli storici del genere ci parlano delCastello d’Otranto di Horace Walpole, del 1764, e del Monaco di Matthew Gregory Lewis, del 1796. L’uomo romantico ama la paura, adora aver paura: è una droga di cui non potrebbe fare a meno. Nel suo profondo, egli crede ai mostri, ai diavoli e all’inferno. Però l’uomo illuminista che è in lui non ci crede; e allora li respinge, anch’essi, nel sottosuolo, dove li va a sbirciare quando il suo geloso custode dei piani superiori abbassa la guardia. Li va a sbirciare, però con cattiva coscienza, e quindi, per vincere il senso di colpa (nei confronti della ragione, non in quelli dell’etica!) degrada la cosa al livello di un film o di un romanzo horror: e così concede a se stesso di guardarli da vicino, ma senza prenderli sul serio; ed elude la serietà della cosa – se il diavolo esiste e se l’inferno esiste, allora dovrebbe pur farsi qualche domanda sulla sua vita – abbassando il tutto al livello di una fuga dalla realtà. Invece, il bello è che anche l’uomo illuminista crede al diavolo; ma non ci crede nel senso che ne ha paura, bensì nel senso che è pronto e disposto ad adorarlo, non solo nei suoi strumenti – il denaro, il potere, il sesso – ma anche in se stesso, come se fosse il suo dio. Il satanismo è più diffuso di quel che non si creda comunemente e i satanisti, quelli veri – non i ragazzi drogati e sbandati che giocano, si fa per dire, a fare i servi del demonio – sono persone colte, razionali, che occupano posizioni elevate nella società. Per fare un esempio, gli atroci delitti a sfondo sessuale del cosiddetto mostro di Firenze, fra il 1968 e il 1985, portano la sua firma. È gente seria che fa maledettamene sul serio: la sua fede nel diavolo è più salda e convinta di quella di molti cristiani in Gesù Cristo. Non che gli uomini illuministi siano tutti così, beninteso; ma ciò che conta è che nella forma mentis dell’uomo illuminista vi è una disponibilità a inchinarsi davanti al diavolo (vedi Faust), e ciò per ragioni meramente razionali: dato che l’uomo illuminista si sente un piccolo dio in virtù della sua ragione, ma si accorge che i suoi poteri sono pur sempre limitati, allora sente il bisogno di cercare un alleato potente, un signore da servire, ma, in cambio di un maggior potere da esercitare sulle cose. Situazione paradossale: l’uomo illuminista, che dice di credere solo nella ragione e nella scienza, è disposto non solo a credere, ma anche ad adorare il diavolo; l’uomo romantico, con tutta la sua “spiritualità” (posto che non la esaurisca nelle sedute spiritiche o nella lettura dei Tarocchi) non ha il coraggio di crederci sino in fondo e si limita a giocare con la paura che gliene deriva, attraverso lo schermo della letteratura, del cinema o dei giochi elettronici. È come se si scambiassero i ruoli, per poter continuare a convivere senza darsi troppo fastidio l’un l’altro. Quel doppio uomo che è in lui, appunto.
Questa duplicità, questa ambivalenza lo accompagnano in ogni ambito della sua vita. Di fronte a tutti i problemi, pratici e teorici, nei quali s’imbatte, appare la sua divaricazione, la sua doppia natura, che lo induce ad assumere atteggiamenti schizofrenici. Prendiamo il caso dei cosiddetti migranti e dei cosiddetti profughi, i quali, a decine e centinaia di migliaia, sbarcano sulle nostre coste o penetrano entro i nostri confini. L’uomo illuminista, che non è solo razionalista, ma anche cosmopolita e filantropo, erede dei philosophesfrancesi i quali sognavano un mondo più bello e intanto glorificavano il “buon selvaggio”, sogna, a sua volta, un mondo ove tutto è di tutti, non vi sono più egoismi, né attaccamenti, e la terra è talmente generosa da poter ospitare qualsiasi quantità di esseri umani nei loro spostamenti da un continente all’altro. Colore della pelle, cultura, religione, usanze e tradizioni sono bazzecole, solo dati irrilevanti, di fronte alla sola, luminosa verità che sono tutti membri della stessa famiglia umana e tutti figli dello stesso dio (con la minuscola), la coscienza cosmica, versione aggiornata del grande architetto dell’universo, raggiungibile per cento e cento strade diverse, dalla meditazione trascendentale alle pratiche New Age. Avanti, dunque, perché c’è posto per tutti: che saranno mai alcuni milioni di africani di fede islamica, in un continente come l‘Europa, laico e pluralista, erede della tradizione della Encyclopédie? Viceversa, l’uomo romantico non è affatto persuaso da simili argomenti: è legato alle identità, alle tradizioni, ai valori, alla storia, e concepisce la libertà innanzitutto come libertà di auto-determinarsi: mentre l’invasione travestita da emergenza umanitaria gli sa un po’ troppo di forzatura e d’imposizione. La priorità, per lui, è difendere ciò è l’Europa; per l’altro, salvare le vite umane (messe in pericolo da chi, e perché? non si sa): sono due visioni opposte e inconciliabili. Al tempo stesso, si noti che vi è, anche qui, uno scambio di ruoli: rientra dalla finestra quel che è stato cacciato dalla porta. L’uomo illuminista cede al richiamo del sentimentalismo, dell’emotività; si scorda delle sue convinzioni maltuhusiane e si commuove per la sorte di quelle persone, di quei bambini, sballottati sulle onde del mare. L’uomo romantico, per quanto passionale ed emotivo, ritrova la sua parte razionale e si domande se, dietro lo spettacolo pietoso dei barconi in balia del mare, non si celi un disegno planetario, che mette in pericolo tutte le identità e tutte le appartenenze, per instaurare il regno della mercificazione assoluta delle persone. Ed ecco che l’Europa, divisa in se stessa, sta scivolando velocemente verso la guerra civile. La guerra civile è l’esito inevitabile di una società che è scissa fra due anime opposte e inconciliabili. L’uomo diviso in se stesso scivola verso la nevrosi e, nei casi più gravi, la schizofrenia; la società divisa in se stessa scivola verso quella forma di pazzia furiosa che è la guerra civile. La guerra civile è il punto di non ritorno di una società che non riesce più a trovare un collante ideale per tener insieme i suoi membri. Se la società si riduce a una somma aritmetica d’individui egoisti e preoccupati solo di far valere ciascuno i propri diritti, inevitabilmente si disgrega e implode; e se il partito degli intransigenti e quello dei possibilisti, divenuti entrambi rigidi, si polarizzano intorno alle rispettive certezze, la guerra civile è inevitabile. Essa è l’esito finale di una società, anzi, di una civiltà, che lungamente, tenacemente, ha coltivato nei singoli individui i germi della divisione e degli opposti unilateralismi. 

L’uomo a due dimensioni

di Francesco Lamendola

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La notizia – che abbiamo letta qua e là durante la settimana santa – è che l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha dato il via libera all’inserimento della triptorelina (principio attivo che inibisce lo sviluppo ormonale) nell’elenco dei medicinali erogabili ai bambini a carico del Servizio Sanitario Nazionale in presenza di una diagnosi di “disforia di genere” (che significa identificazione nel sesso opposto a quello biologico), allo scopo di bloccare la pubertà e preparare la strada alla cosiddetta “riassegnazione del sesso” in via chirurgica.
Il minore cosiddetto “gender variant” potrà dunque esercitare fino in fondo la propria autodeterminazione (ecco il vero volto dei “diritti dei bambini”!) e il contribuente pagherà per lui. Troverà tanti bravi “esperti” a sostenerlo e guidarlo lungo l’iter entusiasmante dell’alterazione irreversibile dei propri connotati corporei, e della propria psiche, in spregio al disegno indelebile tracciato per lui da madre natura.
La carriera faustiana del famigerato dottor Money prosegue implacabile post mortem la sua ascesa trionfale. I protocolli partoriti dalla mente perversa e criminale del medico di Baltimora diventano pratica seriale nell’intero orbe terracqueo per un fenomeno, immane e incredibile, di psicosi collettiva e contagiosa.
E sarà un’altra strage di Stato, una modalità alternativa per massacrare gli indifesi. L’accanimento contro la vita innocente è dappertutto fuori controllo. Abbiamo appena inaugurato l’eutanasia nostrana, lugubre eredità di un governo necrofilo che assicurerà presto anche all’Italia i suoi Charlie, Isaiah, Alfie, piccole vite inidonee a superare il controllo di qualità della commissione tecnico-scientifica che stabilisce chi deve vivere e chi deve morire. Ma non bastava. Il sacrificio umano legalizzato – e barbaramente perpetrato anche contro la pietasfamigliare, violando il cordone protettivo dei legami di carne e di sangue, e di amore vero – va declinato anche nella chiave della intima manipolazione dei fanciulli, manipolazione fisica e mentale: e alla teoria del gender, programma obbligato di lavaggio del cervello nelle scuole, fa seguito la pratica del gender, sempre a spese del contribuente e, sempre, a prescindere dalla volontà dei genitori, se ci sono.
Il placet dell’AIFA, tuttavia, non fa altro che vidimare usi e costumi già diffusi, e non solo in Olanda, nel Regno Unito, in Australia; anche in Italia. Per dirla con il solito Overton, si tratta di pratiche già “popolari” pure dentro casa nostra. Non soltanto perché sgravate ormai del disagio dell’anomalia – compensata dal fascino invincibile della moda inoculata per via mediatica – ma anche perché bel che organizzate in un meccanismo poderoso, pronto per l’uso, programmato su vasta scala e realizzato con dovizia di uomini e di mezzi.
La filiera è completa e senza nemmeno una smagliatura. È articolata in una serie di corpi intermedi al lavoro da tempo nei gangli vitali delle istituzioni, centrali e periferiche, e sincronizzati con corporazioni potentissime. L’UNAR, ente arcobaleno annidato presso la presidenza del Consiglio dei Ministri, sovrintende le operazioni e impartisce le linee di indirizzo. Tanto fondamentale il compito dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (dove “razziali” sta abusivamente per: “sessuali e di genere”) che Gentiloni, con uno dei tanti colpi di coda del mostro esecutivo di cui era a capo, ha provveduto in articulo mortis a rinnovarne le cariche di vertice, dopo la figura non troppo lusinghiera di Spano, beccato in flagranza dalle Iene a foraggiare con soldi pubblici le orge gay.
Ma l’esercito addestrato alla realizzazione del piano eversivo a suon di corsi “di aggiornamento” è sparpagliato un po’ dappertutto, e in buona parte non sa neanche per cosa sta combattendo e al servizio di chi. Come i giornalisti vanno rieducati all’uso di un linguaggio inclusivo, gli insegnanti formati alla lotta continua contro gli stereotipi sessuali e sociali per formare a loro volta i discepoli alla fluidità permanente, così le forze di polizia devono anteporre l’allarme-discriminazione al meno impellente, quasi trascurabile, allarme-criminalità. Soprattutto, le truppe cammellate degli psicologi di regime devono infiltrare capillarmente ogni struttura pubblica e privata che si rispetti.
Il tutto compone una rete radicatissima che si autosostiene e si autoalimenta e il cui terminale è l’industria farmaceutica, dispensatrice provvidente di “cure” costosissime per gente sanissima: del resto, creare malattie per vendere medicine ai sani è un affarone senza pari.
Come dice Mario Adinolfi, si sono inventati i bambini trans e la loro “disforia di genere”, e ora puntano a monetizzare la scoperta, rovinando la vita a bambini che avrebbero tranquillamente superato una naturale fase di transizione identitaria proprio grazie a quella pubertà che si pretende di inibire chimicamente.
La rete stesa – dicevamo – non lascia scampo, ed esercita una forza adescatrice straordinaria su giovani corpi messi a fluttuare in mezzo alle correnti senza saper nuotare, figli persi di genitori più persi di loro.
Mi è capitato per caso, l’anno passato, a margine di una delle mie conferenze sul gender, di raccogliere lo sfogo di una nonna.
Il suo nipote maschio, adolescente, si era convinto di voler vivere da femmina. Lei se ne è accorta per i capelli sempre più lunghi (e passi..), poi per le unghie laccate di rosso, e da lì è partito un flash back di mesi e mesi trascorsi, durante i quali a sua insaputa la macchina sanitaria e socio-assistenziale aveva cucinato a fuoco lento il contorno, oltre alla vittima. Eppure non è effemminato – mi dice la nonna – si sta sviluppando in modo del tutto normale, è grande e grosso, gode di ottima salute, cresce bene, è bravo a scuola; solo, è un po’ chiuso e ha sempre privilegiato la compagnia delle coetanee femmine (circostanza che la nonna aveva interpretato in modo diametralmente opposto a quello rivelatosi corretto). La mamma – continua la signora – lo ha accompagnato subito in un centro specializzato da cui è uscito con la diagnosi di “disforia di genere” in mano; da qui è stato reindirizzato presso una équipe di psicologi, psicoterapeuti ed endocrinologi preposta a gestire il transito, tutto compreso. Gli hanno consigliato di frequentare regolarmente il circolo dell’Arcigay con tanti nuovi amici tutti molto arci, che lo hanno accolto benissimo, lo hanno messo a proprio agio, arciaccettato e arcisostenuto. È seguito in particolare da una psicologa, che lo riceve tassativamente da solo e nessun altro può essere presente alle sedute. Intanto, fa gli esami clinici propedeutici alla terapia ormonale, che – come ha spiegato il ragazzino alla nonna – gli procurerà alcuni effetti collaterali ma di lieve entità, tipo rossore al volto qualche sbalzo di umore o altri piccoli fastidi, tutti innocui.
La mamma appoggia risolutamente il figlio in questa sua scelta, si fida ciecamente degli “esperti” che lo hanno preso in carico e che, soprattutto, lo fanno sentire bene. Hanno studiato per questo, e si vede, sanno di scienza.
La nonna invece, da quando è stata messa al corrente della faccenda, non si dà pace e si chiede cosa può fare, lei, prima che gli apprendisti stregoni alterino l’assetto ormonale del nipote e ne intacchino l’integrità fisica. A lui, sano come un pesce. Non si può stare a guardare questo film surreale – mi dice, tra il titubante e l’arrabbiato – senza provare a suggerire al protagonista un altro finale. Ma la regia è troppo forte. Non sapendo dove sbattere la testa, è persino andata a sua volta a colloquio da una psicologa, per sentirsi dire, come da copione, che deve rispettare le scelte del ragazzo e deve volergli bene per quello che è (appunto..).
Ma in tutto il racconto di questa povera nonna, un racconto lucido, accorato, sofferto, di una storia vera di straordinaria follia – probabilmente una delle tante storie che si stanno apparecchiando in giro per l’Italia, sicuramente una delle innumerevoli considerando anche il resto del mondo, dove l’esplosione delle disforie è dirompente e le vittime dell’epidemia non si contano più – in tutto questo, dicevamo, manca qualcuno.
“E il padre, signora?” – chiedo – “C’è un padre? Dov’è?”.
Sì, mi risponde, certo. Ma mio nipote ha sempre avuto un rapporto privilegiato con la mamma, si confida solo con lei, tant’è che di tutta la prima parte del percorso nessun altro era stato messo a parte. E mio figlio – dice la signora, quasi a volerlo proteggere, o giustificare – sta volutamente ai margini, desidera evitare tensioni, accetta. Penso gli dispiaccia un po’ per il figlio, ma non lo dice, non vuole creare scompiglio in casa, se ne è fatto una ragione.
Ecco, la soluzione del caso si scopre alla fine. L’abdicazione paterna.
Credo che la chiave di lettura non solo di questa vicenda – una tra le tante che fa irruzione sotto i nostri occhi e dentro le nostre vite – ma del delirio fattosi norma e della sua vittoria sulla realtà, stia proprio qui: nella assenza del padre. Da decenni, ma forse da secoli risalendo alle origini del processo rivoluzionario, si lavora giorno e notte per demolire la figura paterna e questo è il risultato: l’annientamento del maschio, per la precisione del pater familias.
Viviamo ormai in una società svirilizzata che non sa più chi è il padre e che, infatti, ha perduto il senso di Dio. O viceversa. Con il padre – con il Padre – viene meno l’autorità che egli incarna, si cancella dall’orizzonte il lògos, la ragione, il Verbo, la verità; si cancella tutto ciò da cui discendono, devono discendere, l’azione, l’amore, la carità. Se l’azione, l’amore, la carità, si staccano dalla guida naturale e razionale su cui misurarsi, l’ordine delle cose è sovvertito ed è imboccata la via maestra verso la barbarie senza fine.
E allora un bambino, privo per definizione della capacità di intendere e di volere, ma titolare di molti diritti, può ficcarsi in un infernale imbuto a senso unico, magari con la complicità unilaterale di una madre che ha perduto il lume della ragione identificando il bene del figlio con il benessere fallace e passeggero che discende dall’assecondare pulsioni e mode del momento.
Eppure l’alternativa ci sarebbe, e sarebbe pure tanto più semplice della strada tortuosa, cruenta, dolorosa, mutilante, irreversibile, che i soloni della scienza ci indicano come obbligata: basterebbe aiutare questo bambino ad affrontare le proprie paure e le proprie insicurezze, a vincere la propria supposta inadeguatezza; a crescere sviluppando l’uomo che è in lui, o che lui già è. Basterebbe fare quello che ogni vero padre dovrebbe fare.
Ma, prima di questo, bisognerebbe cominciare a ricostruire nelle menti e nei cuori il senso stesso della paternità demolita. Ed è lavoro immane, perché comporta risalire una corrente impetuosa da cui tutti, chi più chi meno, siamo trascinati perché ci siamo nati dentro.
Intanto, non ci resta che guardare l’inferno trasferito sulla terra e riflesso nelle immagini dissonanti dei volti di questi bambini. Su di loro l’AIFA ha solo apposto l’ennesimo timbro dell’ennesima falsa Autorità venduta alla più orrenda delle ideologie.
La chiesa tace e acconsente. Il Padre Nostro ha fatto il suo tempo.

– di Elisabetta Frezza