ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 26 aprile 2018

"Un miracolo della preghiera"

La Pasqua di Alfie e il sepolcro vuoto


Il piccolo Alfie doveva morire nell'arco di pochi minuti, una volta staccato il respiratore. Con i "conforti" medici del caso. "Posizionato con cura sui grembi di Mr Evans e Ms James, se lo desiderano". E "dopo che la morte sarà stata confermata, la famiglia potrà lavarlo, vestirlo e passare del tempo con lui".
Così c'era scritto nel "protocollo" per la morte di Alfie, notificato ai suoi genitori Tom e Kate dall'Alder Hey Children's Hospital di Liverpool.
Ma così non è avvenuto. Perché anche senza più il tubicino dell'ossigeno, staccato alle 22.17 di lunedì 23 aprile, Alfie ha continuato a respirare. Da solo. Per ore e ore. Al punto che il giorno dopo i medici dell'ospedale – clamorosamente smentiti dai fatti – hanno dovuto ridargli ossigeno, acqua e cibo. "Un miracolo della preghiera", ha detto Francesco Cavina, il vescovo che il 18 aprile aveva accompagnato il padre di Alfie dal papa, per "un piccolo guerriero che vuole vivere".

Quel lunedì della quarta settimana di Pasqua si erano mossi in tanti per fermare chi voleva far morire Alfie. A Roma l'ospedale pediatrico del Bambino Gesù, di proprietà della Santa Sede, era pronto ad accoglierlo e curarlo. La segreteria di Stato vaticana era all'opera già da diversi giorni, per ordine esplicito del papa. Il governo di Roma aveva dato al bambino la cittadinanza italiana e aveva attivato la propria ambasciata e i consolati nel Regno Unito. La presidente del Bambino Gesù, Mariella Enoc, si era recata di persona a Liverpool, mentre un aereo speciale era pronto a decollare da Roma con a bordo una équipe medica. Lo stesso papa Francesco si era nuovamente espresso a sostegno di Alfie, con un tweet: "Rinnovo il mio appello perché venga ascoltata la sofferenza dei suoi genitori e venga esaudito il loro desiderio di tentare nuove possibilità di trattamento".
Il giorno dopo, martedì 24 aprile, visto come la stupefacente vitalità di Alfie contraddiceva clamorosamente chi lo voleva morto, le pressioni in difesa del bambino si sono fatte ancora più forti. Al punto che il giudice inglese che fin dall'inizio si è occupato del caso e che la sera prima aveva dato l'ordine di farlo morire, si è trovato costretto a riconvocare le parti in udienza, a Manchester, nel pomeriggio.
Anthony Hayden, il giudice, è stato titolare fino a tre giorni fa della Family Division dell'alta corte britannica, oltre che attivista LGBT e autore del libro "Children and Same Sex Families". La sua tesi è sempre stata che ad Alfie doveva essere procurata la morte, in quanto essa coincideva con "his best interest", con il suo migliore interesse. E questa era anche la tesi dall'Alder Hey Children's Hospital di Liverpool in cui il bambino era ricoverato. Contro il parere opposto dei genitori. Giovanissimi, lei anglicana e lui cattolico, di famiglie operaie, già più volte umiliati dai medici dell'ospedale, ignorati dalla grande stampa britannica, e ora anche fatti segno di giudizi sprezzanti – "illusi", "fanatici" – nell'udienza convocata dal giudice Hayden.
Al termine dell'udienza il giudice ha respinto la richiesta degli avvocati di Tom Evans di autorizzare la partenza immediata di Alfie per Roma. Ma ha dato mandato all'Alder Hey Children's Hospital di decidere se e come dimettere il bambino – ora cittadino sia inglese che italiano –, con la conseguente, ipotetica, facoltà per i genitori di portarlo dove ritenessero opportuno.
L'ospedale, però, ha chiuso anche questo spiraglio. Ha rifiutato di liberare Alfie prima di "tre o cinque giorni di discussioni approfondite", dall'esito fatto presagire negativo. Un rifiuto che Mariella Enoc, presidente del Bambino Gesù di Roma, si aspettava, dopo che i dirigenti dell'Alder Hey Children's Hospital nemmeno avevano voluto incontrarla, quando si era recata a Liverpool, e dopo aver visto compiere, durante la sua visita a quell'ospedale, "troppi movimenti non utili al bambino". "Hanno ingannato la famiglia", è oggi il suo giudizio. "Si sono messi contro. E credo che ciò sia il risultato di una battaglia ideologica".
È questo anche il giudizio del professor don Roberto Colombo, genetista della facoltà di medicina e chirurgia dell'Università Cattolica di Roma, membro ordinario della pontificia accademia per la vita:
"Come già con il piccolo Charlie Gard, anche con Alfie si è in presenza di un 'accanimento tanatologico', ossia di una ostinazione ideologica e priva di ragionevole fondamento clinico ed etico nel porre fine all'esistenza del bambino. Gli inglesi chiamano l’accanimento terapeutico con il termine ‘therapeutic obstinacy’, ma in questo caso si potrebbe parlare di ‘ostinazione anti-curativa’. Questo è il contrario delle autentiche cure palliative, che prevedono di prendersi cura del paziente inguaribile fino all’ultimo istante della sua vita, senza procurare anzitempo la sua monte con una eutanasia omissiva. La medicina ha bisogno di essere liberata da una ideologia mortale che nega in radice la sua vocazione al servizio della vita".
In Vaticano e nella gerarchia cattolica, però, le voci non sono unanimi. Papa Francesco si è espresso con parole chiare in difesa della vita di Alfie, specie dopo l'udienza accordata a suo padre la mattina di mercoledì 18 aprile. Ma il suo pupillo Vincenzo Paglia, presidente della pontificia accademia per la vita – già autore lo scorso 9 marzo di un'intervista nella quale dava completamente ragione al giudice Hayden –, ha emesso domenica 22 aprile, al culmine dello scontro tra i genitori del bambino e le istituzioni giudiziarie e sanitarie britanniche, una dichiarazione fortemente ambigua, nella quale la ricerca del consenso, qualunque sia la soluzione adottata, è fatta prevalere sulla verità e la giustizia della soluzione stessa:
"Date le soluzioni comunque problematiche che si prospettano nell’evoluzione delle circostanze, riteniamo importante che si lavori per procedere in modo il più possibile condiviso. Solo nella ricerca di un’intesa tra tutti, un’alleanza d’amore tra genitori, famigliari e operatori sanitari, sarà possibile individuare la soluzione migliore per il piccolo Alfie".
Per non dire della latitanza dell'arcidiocesi di Liverpool e – cosa ancor più grave – della pilatesca dichiarazione del 18 aprile della conferenza episcopale dell'Inghilterra e del Galles, presieduta dal cardinale Vincent Nichols, che dà ragione contemporaneamente a tutti e a nessuno:
"Noi affermiamo la nostra convinzione che tutti coloro che stanno prendendo decisioni angosciose riguardanti la cura di Alfie Evans agiscono con integrità e per il bene di Alfie, secondo come lo vedono".
Mercoledì 25 aprile i genitori di Alfie hanno presentato un ennesimo ricorso, questa volta contro il divieto emesso il giorno prima dal giudice Hayden di trasferire il bambino in un altro ospedale. L'udienza si è svolta a Londra, nel pomeriggio, davanti a tre giudici, presieduti dal nuovo titolare della Family Division dell'alta corte d'Inghilterra e Galles, Andrew McFarland.
A sera, la corte ha respinto sia il ricorso di Tom Evans contro il divieto di trasferire Alfie in Italia, sia l'appello di Kate James alla libertà di movimento garantita dalla convenzione europea sui diritti dell'uomo, e ha confermato che l'Alder Hey Children's Hospital può procedere secondo quanto deciso dalle precedenti sentenze:


Intanto il "piccolo guerriero" Alfie respira, è vivo. È battezzato e cresimato. La sua vita e il suo futuro, ha detto papa Francesco, sono nelle mani di Dio, non di chi gli si vuole sostituire. È tempo di Pasqua e per questo bambino il sepolcro è vuoto. Come quello di Gesù.


Settimo Cielo di Sandro Magister 26 apr 



LIVERPOOL
L'alleanza tra giudici e medici per far morire Alfie

C’è una sola certezza in quanto sta avvenendo dalle 22.17 del 23 aprile, quando ad Alfie Evans è stato tolto il supporto del ventilatore: i medici dell’Alder Hey Hospital, dove il bambino di 23 mesi è ricoverato, e i giudici vogliono Alfie morto. E il più presto possibile.




Sui medici sappiamo già: da almeno nove mesi conducono una battaglia spietata per impedire il trasferimento di Alfie in un altro ospedale e per porre termine alla sua vita “in loco”. All’ultimo momento è spuntato fuori un nemico che non avevano considerato: la realtà. Nelle loro previsioni, servite ai giudici già tre mesi fa per comminare la sentenza di morte, Alfie non avrebbe dovuto sopravvivere che pochi minuti dal momento in cui sarebbe stato staccato dal ventilatore. Macché, Alfie ha cominciato a respirare da solo, e senza convulsioni pur in assenza di farmaci. Passano le ore e Alfie continua a vivere; a quel punto il padre chiede almeno l’ausilio dell’ossigeno e l’idratazione. I medici cercano di evitare, il protocollo non lo prevede. Certo, per il protocollo Alfie doveva essere già morto. Allora l’ossigeno arriva da fuori. Ma guarda un po’, un cordone di polizia impedisce l’ingresso ai soccorritori che, su mandato dell’avvocato degli Evans, devono solo consegnare la mascherina per l’ossigeno che l’ospedale nega. Un muro di poliziotti divide i soccorritori da Thomas; allora la mascherina viene lanciata oltre quel muro umano e Thomas è lesto a raccoglierla e risalire da Alfie.


Alfie ha l’ossigeno, ma non la nutrizione: i medici contavano su questo per chiudere la partita. Ma Alfie va avanti, ostinato, e ieri – per evitare denunce – i sanitari ristabiliscono la nutrizione ma non senza altri tentativi di uccidere il bambino. In tarda mattinata, infatti, si inventano che devono togliere la mascherina dell’ossigeno perché non è un presidio dell’ospedale. «Allora datemene una dell’ospedale», replica Tom. «No, il protocollo non lo prevede», è la risposta. Ancora un braccio di ferro, ancora avvocati e ancora minacce. Alla fine l’ossigeno resta.

Ma poi i medici vanno davanti al giudice a frignare perché nei loro confronti ci sarebbe un clima di ostilità. Ostilità? I forconi ci vorrebbero per questa gente, altro che ostilità.

E non è che i giudici siano da meno. Dopo la sentenza di martedì del giudice dell’Alta Corte  Anthony Hayden - per il quale come si sa la vita di Alfie è “futile” – ieri è toccato alla Corte d’Appello di Londra pronunciarsi sul ricorso contro il divieto di trasportare Alfie in un ospedale italiano. Il fatto che a presiedere il terzetto di giudici fosse il nuovo presidente della Divisione Famiglia della Corte d’Appello, sir Andrew McFarlane, aveva suscitato all’inizio qualche speranza. Magari un giudice nuovo, che non ha già trattato il caso, potrebbe avere un occhio diverso. Poi nella sua biografia spunta il particolare che possiede un asino, molto richiesto a Natale per i presepi viventi. Un buon auspicio?

Basta iniziare a seguire il dibattimento e il briciolo di speranza passa in fretta. Si capisce ben presto che non c’è grande empatia con i legali che per la prima volta difendono separati gli interessi del padre di Alfie, Thomas, e della madre, Kate James. Dichiara subito che il punto centrale è il “best interest”, il migliore interesse di Alfie che ormai già una sequela di sentenze ha sancito essere la morte. Si chiede se la libertà di movimento garantita dalla Convenzione europea sui diritti umani potrebbe intaccare il “miglior interesse”, ma evidentemente è una domanda retorica.

Infatti assorbe senza battere ciglio le clamorose menzogne dei legali dell’Alder Hey: «Nessuno ha mai detto che la morte di Alfie sarebbe stata immediata dopo il distacco dalla ventilazione», dice l’avvocato. Strano, perché dagli archivi dei giornali spuntano decine e decine di interviste a medici dell’Alder Hey e resoconti di deposizione in tribunale, in cui è chiaro che i medici hanno sempre sostenuto che Alfie avrebbe resistito pochi minuti senza ventilazione e che questo dato è stato decisivo per le decisioni dei giudici lo scorso febbraio. Poteva sir McFarlane non sapere o aver dimenticato questo particolare? A rispondere positivamente si farebbe torto alla sua professionalità.

Ma sir McFarlane è andato oltre: ha anche accettato che nel giudicare un fatto non sia necessario tenere conto della realtà. È infatti passata liscia l’affermazione dell’avvocato dell’ospedale secondo cui il fatto che Alfie continui a respirare da solo dopo due giorni «non cambia le circostanze». Cioè, il fatto che un bambino sia vivo quando doveva essere morto da almeno 36 ore non fa la differenza. Non fa venire neanche qualche dubbio, neanche un supplemento d’indagine per capire come mai. Vivo o morto è la stessa cosa, il protocollo viene prima. Insomma siamo sempre lì: se la realtà smentisce l’ideologia, tanto peggio per la realtà. Il potere ha già deciso che Alfie deve morire e il fatto che continui a vivere non cambierà le cose.

E infatti nella sentenza sir McFarlane dirà che «siamo nel mezzo di un programma di cure palliative» e non c’è motivo di interromperlo. Strana concezione di cure palliative: si nega ossigeno, idratazione e alimentazione a un bambino di 23 mesi in un ospedale tenuto sotto controllo da un plotone di poliziotti, con i genitori puniti per le loro proteste e costretti a stare in ospedale in condizioni degne di un paese del Terzo mondo.

Insomma: abbiate pazienza che lo finiamo in fretta. E meno male che nel Regno Unito è ancora vietata l’eutanasia.
Riccardo Cascioli

- RIVIVI LA DIRETTA DELL'UDIENZA IN CORTE D'APPELLO
- QUELL'AMORE "INUTILE" CHE VINCE L'ODIO DEI POTENTI, di Costanza Signorelli
- L'INCOSISTENZA MORALE DI ELISABETTA IIdi Paolo Gulisano
- LO STRANO CASO DEL GIUDICE HAYDEN, di Marco Respinti
- ASSASSINI, NON CI SONO ALTRE PAROLE, di Riccardo Cascioli
- PAGLIA E VESCOVI INGLESI, PASTORI INUTILI, di Stefano Fontana
- LA DIGNITA' DI ALFIE CHE DONA SPERANZAdi Benedetta Frigerio

http://www.lanuovabq.it/it/lalleanza-tra-giudici-e-medici-per-far-morire-alfie

ALFIE. IL VESCOVO DI LIVERPOOL DAL PAPA. MA APPOGGIA GIUDICI E OSPEDALE.


Marco Tosatti

La buona notizia della giornata ce la da Steadfast Onlus, e la riportiamo così come l’abbiamo trovata su Twitter:
Vogliamo aprire la giornata rassicurando che dalla famiglia ci dicono che la situazione di  è stabile. Continuiamo insieme a pregare e a combattere per lui!
Dalle nebbie di Liverpool è riemerso l’arcivescovo di Liverpool, Malcom McMahon. Ce ne informa il giornale progressista cattolico “The Tablet”. L’arcivescovo si è recato a Roma e alla fine dell’udienza ha incontrato brevemente il Pontefice, a cui ha detto che i cattolici a Liverpool “hanno il cuore spezzato” per il caso di Alfie Evans. Al Tablet McMahon ha detto che la squadra medica e la cappellania dell’Alder Hey Hospital stanno facendo tutto quello che è “umanamente possibile” per aiutare il bambino.
McMahon ha detto al Tablet: “Ho visto il Santo Padre dopo l’udienza generale del mercoledì, e abbiamo parlato di Alfie. Sono stato colpito dal suo atteggiamento pieno di compassione sia verso Alfie che verso i suoi genitori, e mi ha promesso che sta continuando a pregare per loro”.
Continua il presule: “Gli ho spiegato che i cattolici di Liverpool hanno il cuore spezzato per Alfie e i suoi genitori e continuano a offrire appoggio e preghiere”. “Sono grato per la cura medica e di cappellania che Alfie sta ricevendo – ha detto l’arcivescovo. – So che stanno facendo tutto ciò che è umanamente possibile. La nostra preghiera in questo difficile momento è che il Signore dia a ciascuno la forza spirituale per fronteggiare l’immediato futuro”.
L’arcivescovo poi continua sostanzialmente dicendo: grazie per l’offerta italiana, ma in UK siamo per i diritti del singolo bambino. Cioè appoggiando – se sbagliamo ditecelo – Hayden & C: Ecco cosa dice: “Sono cosciente della compassione che il popolo italiano dimostra in maniera così caratteristica verso chi è nel bisogno, e in questo caso per Alfie. Ma so che i sistemi legali e medici in UK sono anche basati sulla compassione e la salvaguardia dei diritti del singolo bambino”.
Il Tablet poi dà una bacchettata sulle dita a padre Gabriele Brusco, dei Legionari di Cristo, che ha amministrato l’unzione degli infermi a Alfie. “L’unzione di coloro che sono malati o in uno stato di salute grave è offerto per consolare e aiutare ma anche in base al presupposto che l’individuo abbia peccato in qualche modo”.

Don Gabriele coi genitori "Qui è un prigioniero Ma non è ancora finita"

Don Gabriele Brusco è la persona più vicina, se si escludono i genitori, al piccolo Alfie Evans, il bambino di 23 mesi affetto da una malattia neurodegenerativa, che rischia di morire perché i giudici hanno disposto il distacco dai macchinari che lo tenevano in vita.
Il sacerdote italiano che è parroco al santuario di Nostra Signora a Londra non ha mai lasciato la stanza del piccolo, sostenendo i genitori e pregando per Alfie.
Il telefono di don Gabriele squilla in continuazione; «Alfie sta bene, è stazionario dice al Giornale ma ora stiamo attendendo con ansia la sentenza». Passano poche ore e la sentenza arriva: respinto il ricorso dei genitori che chiedevano ai giudici di poter portare Alfie in Italia. Una doccia fredda. «Non è di certo quello che ci aspettavamo risponde don Gabriele interpellato nuovamente ma ancora non è finita. Devono fornire le motivazioni e non è detta ancora l'ultima parola. Noi ce la mettiamo tutta».
Il sacerdote non perde la speranza e confida in un miracolo. «Quando è stato disintubato, praticamente Alfie doveva morire. Avevano 6 ore di tempo nel sistema inglese per farlo morire. E lui non è morto dice in una intervista a TV2000 -. Per questo sono stati obbligati a ridargli l'alimentazione e l'acqua. Ora Alfie sta lì, sta bene ma è debole poiché non è stato abituato a respirare da solo per vari mesi perché attaccato al respiratore artificiale. Si sta riallenando a respirare».
«Per nessuna persona aggiunge don Gabriele questo sarebbe un trattamento degno. Anche se i medici e gli infermieri si comportano con molta professionalità, cercano di essere sereni, sono sorridenti, parlano a voce bassa. Cercano di comprendere con la ragione, dove la ragione è impossibile da comprendere».
«Umanamente parlando prosegue il sacerdote fin dall'inizio sembrava una situazione impossibile. Sarebbe servito solo un miracolo. E fin dall'inizio ho pregato per il miracolo. Di fatto ci sono stati tanti piccoli miracoli. Anche se noi ci aspettiamo il grande miracolo cioè che venga in Italia o che comunque possa uscire da questo ospedale. Purtroppo lui è prigioniero. Forse è un termine pesante ma di fatto l'ospedale non lo vuole far uscire vivo. Per loro potrà uscire solo da morto».
Poi il racconto si fa ancora più commovente. Lui, don Gabriele, ha impartito la cresima e l'unzione degli infermi ad Alfie. «I genitori racconta - molte volte vogliono che metta una mano sulla testa del bimbo e mi chiedono di pregare per lui. Nella sua stanza ci sono tanti orsacchiotti, croci e rosari». La telefonata si chiude con una richiesta di preghiera. È l'unica arma a cui Alfie può ancora aggrapparsi.

ALFIE. NON È IN STATO TERMINALE. APPELLO RIFIUTATO. LONDRA COME LA BERLINO DEL MURO.



Marco Tosatti

Aggiornamento: la Corte ha rifiutato l’appello presentato dai genitori di Alfie Evans. 

Mentre alla Corte di Londra, ancora una volta, si combatte contro la volontà dell’ospedale e della burocrazia britannica di sopprimere Alfie Evans, e mentre emergono dettagli inquietanti che portano a pensare che l’Alder Hey Hospital voglia nascondere qualcosa, come si evince da questo video della Nuova Bussola Quotidiana, dalla Polonia giunge una testimonianza importante. La dottoressa che ha visitato Alfie afferma:
“Non ci sono segni di danni al tronco encefalico nel test di risonanza cerebrale. Ciò conferma che il bambino non è in uno stato terminale ha detto il dottore Izabela Pałgan di Bydgoszcz in una conversazione con Radio Wnet, che ha aiutato i genitori di Alfie.
Il dottor Płongan, su richiesta dei suoi genitori, si occupava del piccolo Alfie.
“Le persone che sostenevano questa famiglia stavano cercando altri medici che avrebbero potuto esaminare Alfie perché non erano del tutto d’accordo con le opinioni dei medici a Liverpool. I genitori di Alfie mi hanno chiesto se potevo vedere il bambino e valutare le sue condizioni”.
Il medico spiega in quale stato Alfie era nel momento in cui i medici britannici decisero di rivolgersi al tribunale per ottenere il permesso di staccare il bambino dall’apparato.
I medici dell’ospedale di Liverpool hanno chiesto al tribunale di consentire al bambino di essere separato dall’attrezzatura medica, poiché il motivo è che sarà nel miglior interesse del bambino. “Il bambino non è un bambino morente. Questo non è uno stato di morte cerebrale. Il bambino reagisce alla voce di suo padre, periodicamente apre gli occhi, stringe la bocca quando somministra la tettarella. I genitori dicono che si mette in contatto con loro. Quando gli parlano, sentono che il bambino prova emozioni. Certamente non un bambino morente. In Polonia e in altri paesi europei, questi bambini sono coperti da cure palliative, a casa o in hospice”.
I medici dell’Alder Hey Hospital erano convinti che Alfie sarebbe morto poco dopo il distacco degli apparecchi. Così non è; ormai da oltre due giorni, e questa sola evidenza sarebbe sufficiente, in un Paese civile, e in un apparato statale che non si voglia arroccare nella difesa di un malinteso orgoglio nazionale e di casta, a ridare libertà di azione e spostamento ai genitori e al bambino. Mentre scriviamo non sappiamo ancora come si concluderà l’udienza; ma sia Il giudice Lord McFarlane che il giudice Lady King hanno detto che l’unico elemento è il miglior interesse del bambino; il che ormai nel gergo di questa vicenda può essere tradotto come: sopprimiamolo. E che “tutto quello che potrebbe fargli apprezzare la vita, anche il semplice tocco di sua madre, è stato distrutto irrevocabilmente”. Il che è tutto da dimostrare.
Ma il problema vero è che il caso di Alfie non è un caso privato: è un problema di Stato, in gran Bretagna, e di conseguenza anche da noi. Dove si sono mobilitati personaggi letterari e politici come la Marzano, e giudici – anch’essi politicamente ben identificabili – come Zagrebelsky per riaffermare il diritto delle autorità statali, medici o giudici, a decidere il diritto di vita o di morte sui singoli.
Non a caso il giudice Lord Mc Farlane ha detto all’avvocato Paul Diamond, legale di Tom: “Il suo cliente ha preteso di portare avanti una denuncia verso tre dottori accusati di delitto come cospirazione per uccidere. Quelle denunce sono state notificate ai dottori e adesso lei dice che non c’è ostilità verso il National Health Service”. Ed è proprio questo delitto di lesa maestà, del socialistico National Health Service, con il suo milione e mezzo di dipendenti, che rende densa di ostacoli la via verso la speranza per Alfie.
Chi ne è in grado può leggere questa analisi spassionata e acuta.
Ne traduciamo una parte: “…Quando una nazione vota per un sistema di cura socialista vuole dire che è d’accordo nel permettere che il governo tratti le loro vite come algoritmi. Quando la linea di fondo è misurata in dollari piuttosto che in vite, il rischio che una società corre è illustrato in casi come quelli di Alfie. Il NHS semplicemente non può permettersi la prospettiva estremamente costosa di tenere in vita un bambino che non vivrà molto più a lungo a causa di una malattia incurabile…È crudele, ma logico, il risultato inevitabile di un sistema in cui c’è un solo pagatore”.
Quello che non sembra logico, e quasi incomprensibile, è la decisione di non permettere che Alfi possa essere curato altrove, a spese di altri. Ma l’articolista ricorda l’intervista di un ingegnere che aveva costruito il Muro di Berlino, e che lo difendeva (dopo la caduta), dicendo che era necessario, perché se no troppi sarebbero fuggiti, e non sarebbe stato possibile costruire il socialismo. “Questo è esattamente il punto nella decisione del NHS e dei tribunali di impedire ai loro liberi cittadini di lasciare il Paese. Se a loro è permesso di sfuggire alle conseguenze laceranti del socialismo, altri vorranno fare lo stesso. E come può un sistema socialista funzionare senza la cooperazione di tutti? E come fai a obbligare la gente a partecipare a quel sistema socialista quando scoprono che il sistema può uccidere loro, o le persone amate? Costruisci un muro. La Gran Bretagna non ha ancora costruito un muro per tenere dentro i suoi cittadini dentro, ma i tribunali ne hanno costruito uno con la legge…La Gran Bretagna non può tollerare la defezione di quelli che potrebbero trovare altrove cure migliori”.
E infatti il leader dell’UKIP, Gerard Batten ha detto che “Alfie Evans dovrebbe avere un diritto alla vita, e non il dovere di morire per ordine dello Stato. Questo giudizio del tribunale e la decisione medica sono come la porta verso il totalitarismo. Lo Stato non ha il diritto di dire ai genitori: non avrete indietro il vostro bambino neanche per una cura alternativa, finché non siamo sicuri che sia morto”.
E Alfie è cittadino italiano. Un elemento che è stato ricordato durante l’udienza a Londra. Il Centro Studi Rosario Livatino, formato da magistrati, docenti universitari e avvocati, ha reso pubblico questo comunicato:
La decisione del Consiglio dei ministri di ieri di riconoscere la cittadinanza italiana al piccolo Alfie è un gesto di coraggio e di civiltà. Ora si tratta di fare in modo che non resti un pur importante passo politico, producendo le auspicate ricadute giuridiche. I dati certi della vicenda sono che:
1. nei confronti di Alfie i genitori non invocano alcun “overtreatment” (o, come si dice impropriamente, accanimento terapeutico), bensì il mantenimento vitale attraverso supporti tecnici. Ciò accade ovunque vi sia un disabile grave, che non può essere ucciso o lasciato morire solo perché disabile e solo perché rappresenta un costo per il sistema sanitario;
2. se il Regno Unito non intende garantire tale mantenimento, Alfie – attraverso i suoi genitori – ha il diritto di recarsi altrove, e in particolare nello Stato di cui è diventato cittadino per fruire del trattamento. Lo tutelano in tal senso gli articoli 2 della Convenzione EDU, 56 del Trattato sul funzionamento dell’UE, 2 13 e 32 della Costituzione;
3. né Alfie né i suoi genitori hanno commesso reati per i quali possa loro essere interdetta con atto del giudice alcuna libertà, e in particolare la libertà di circolazione.
Poiché è immaginabile che il Governo italiano non intenda limitarsi al gesto simbolico, ma punti a conseguire il risultato, le norme sui poteri dell’autorità consolare italiana, contenute nel decreto legislativo n. 71/2011 – che recepisce decisioni comunitarie – offrono delle possibilità al riguardo. Soprattutto permettono, in caso di pervicace diniego da parte dei giudici inglesi, di ricorrere con urgenza alla Corte di Giustizia europea: la cui pronuncia nel caso specifico potrebbe salvare la vita ad Alfie evitando diatribe diplomatiche fra Stati amici. Tutti gli italiani di buon senso vorrebbero estendere l’apprezzamento sincero manifestato sul punto verso il Governo italiano al raggiungimento dell’obiettivo di far vivere un bambino.