ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 19 giugno 2018

Bisogna che qualcuno le dica

IO VI ACCUSO


E' la sindrome di Caffarra? Accusiamo il neoclero, i neoteologi, i neopreti, i neovescovi e tutti i neocattolici di aver provocato la morte di quel santo sacerdote di 97 anni e di aver provocato la morte di molti altri come lui 
di Francesco Lamendola  

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In linea generale, non ci piacciono, né mai ci sono piaciuti, quelli che puntano il ditino contro qualcun altro e lo accusano di questo e di quello. Non ci piace personalizzare oltremodo le discussioni di carattere universale, e non ci piace la saccenteria della maestrina che vuole sempre aver ragione, anche se non è neppure in grado di capire tutta l’ampiezza e la profondità di ciò di cui si sta parlando. E quindi non ci piace il J’accuse di Émile Zola, e non ci piacciono gli articoli di Pier Paolo Pasolini, nei quali scriveva: Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti. E avanti di questo passo per un bel pezzo, ad libitummeravigliosa onnipotenza dell’intellettuale “contro” (ma è davvero “contro”, poi?), che può scagliare strali in qualsiasi direzione, fin che gli pare e piace, e che va sempre a segno, perché, anche se facesse collezione di querele – e Pasolini ne aveva collezionate parecchie – i suoi lettori sono comunque milioni, e quindi le sue parole restano impresse a fuoco nella coscienza di un’intera generazione, con tutto il carico di odio e disprezzo che producono, e forse anche per più di una. Per la stessa ragione, non ci piace don Lorenzo Milani e non ci piace la Lettera a una professoressa, uno dei libri più ingiustamente celebri e uno di quelli che hanno fatto più male alla coscienza delle persone, e specialmente dei cattolici, come è provato dal fatto che don Milani, oggi, oltre a essere stato pienamente riabilitato da papa Francesco e dalla sua neochiesa, viene insegnato dalle cattedre universitarie come il non plus ultra del pensiero pedagogico dell’ultimo millennio, di fronte al quale la pedagogia di un san Giovanni Bosco o di un san Filippo Neri sono bazzecole, per giunta venate d’un certo qual conservatorismo.

Ciò non toglie che, in casi estremi, accusare e puntare il dito è non solo un diritto, ma un preciso e ineludibile dovere. In casi estremi, ripetiamo: chi lo fa con superficialità non possiede alcuna autorevolezza, come chi grida sempre al lupo non può aspettarsi di esser preso sul serio dagli altri. Ebbene, quello in cui si è venuta a trovare la nostra generazione è un caso estremo. È un caso estremo quello di una nave che fila dritta verso gli scogli, perché il capitano e gli ufficiali si sono ubriacati e non si curano più né di tenere la rotta, né della sicurezza delle persone e dei beni; ed è un caso estremo quello che sta vivendo oggi la Chiesa cattolica, la Sposa di Cristo, che un papa eletto a nome e per conto della massoneria ecclesiastica, attorniato da cardinali e da vescovi che nutrono le sue stesse intenzioni, vuol stravolgere ed usare come un’arma per distruggere la fede nel cuore dei credenti. Sono parole gravissime, queste che abbiamo ora scritto: lo sappiamo; ci sono costate molti mesi, anzi, alcuni anni di profonda sofferenza interiore; ci siamo chiesti, più e più volte, dapprima se per caso non ci stessimo, noi, sbagliando, e poi se avessimo il diritto di comunicare agli altri la nostra profonda convinzione, una volta giunti alla conclusione che, purtroppo, non ci stavamo sbagliando affatto. E ci siamo da ultimo persuasi che non solo chi ha compreso quel che sta accadendo nella Chiesa, oggi, lo deve dire con voce forte e chiara, affinché lo odano tutti; ma che se non lo facesse, verrebbe meno a un preciso dovere: si comporterebbe come un vile, come un traditore, allo stesso modo che una sentinella, se vedesse il nemico entrare di notte, silenziosamente, nella cittadella, e non lanciasse l’allarme, agirebbe da vile e da traditrice, e si caricherebbe sulle spalle una responsabilità immensa: quella del destino dei suoi compagni. Noi, infatti, possiamo anche scegliere di suicidarci, benché il suicidio sia un gravissimo peccato davanti a Dio; ma certo non abbiamo il diritto di esporre alla rovina quelli che non sospettano la gravità e l’imminenza del pericolo che incombe su tutti.

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 Il "santo"ditino di Bergoglio: il suo sciagurato pontificato sta mettendo a dura prova l'intera Cristianità e molti dei suoi "santi" sacerdoti

Conoscevamo un sacerdote della vecchia generazione: un sant’uomo. Tutti quelli che l’hanno conosciuto, che l’hanno avvicinato, sono rimasti colpiti dalla sua purezza, dalla sua lucidità, dalla sua ricchezza umana, dalla sua fede. Aveva novantasette anni e ancora officiava la santa Messa, conduceva una vita attiva; aveva guidato l’automobile fino a pochi mesi prima. Aveva visti gli orrori della guerra civile, impartito la benedizione ai cadaveri, accompagnato i morituri verso il loro tragico destino. Mai dalla sua bocca erano uscite parole d’odio o di rancore; sempre aveva benedetto, sempre aveva esortato alla riconciliazione: ma sulla base della verità. Onesto intellettualmente come pochi, chiamava le cose col loro nome, non ci girava attorno. La sua vita era un libro aperto, uno specchio trasparente: nessuno poteva scorgervi il minimo iato fra ciò che diceva e quel che faceva. Lui non predicava la bontà, la comprensione, l’aiuto morale e materiale verso i bisognosi: lui queste cose le faceva, con semplicità, ogni santo giorno, come cose assolutamente normali, parte integrante del suo ministero sacerdotale. Non andava continuamente in televisione, come don Fabio Corazzina, a parlare di politica, o a fare il gigione, come certi preti del pomeriggio domenicale, che da anni ci perseguitano dal piccolo schermo, proclamandosi “preti di strada” e facendo a gara coi laici nel mostrarsi spigliati e disinvolti, per non dire narcisisti e sconvenienti, sulle cose di Dio. Eppure ne avrebbe avute, di cose da dire. Ma la sobrietà, la misura, la discrezione, il parlar sottovoce, erano il suo abito mentale: non avrebbe potuto essere altrimenti. Il suo carisma, la sua autorevolezza, venivano proprio da lì: da quella sobrietà, da quella discrezione, da quel parlar sottovoce, ma tuttavia chiaro e senza giri di parole. Era una persona schietta e detestava l’ipocrisia; pure, non è mai caduto nella tentazione dell’amarezza, della negatività: le sue parole erano sempre positive, d’incoraggiamento, di sostegno morale a tutti quanti, di profonda umanità: ma una umanità illuminata e trasportata in alto dalla fede.
È morto all’improvviso, così, da un giorno all’altro. Stava bene, aveva un fisico integro e una salute ammirevole; un giorno si è sentito male, è stato ricoverato e si è spento, nel giro di poche ore. Avevamo parlato con lui non molto tempo prima, e aveva espresso il desiderio di riprendere e approfondire alcune questioni; e anche noi ne avevamo un profondo desiderio. Il destino, o piuttosto la provvidenza, ha deciso altrimenti: riprenderemo il discorso lassù, forse, quando Dio vorrà (il dubbio, se c’è, riguarda noi, non lui, che certo è volato in Cielo senza neanche passare per il Purgatorio). Ebbene: lasciateci dire una cosa: a uccidere quel santo prete, ne siamo profondamente convinti, è stato quel che i neopreti e il neoclero stanno facendo, da alcuni anni a questa parte; è stato il dolore di vedere il pervertimento della vera Sposa di Cristo, trasformata, giorno per giorno, in una meretrice bistrata e imbellettata, sfacciata e lasciva nei suoi atteggiamenti; sono stati i Paglia, con le loro lodi a Pannella; i Galantino, con le loro lodi a Lutero; i Sosa, con la loro negazione del diavolo; i De Kesel e i Martin, con la loro proposta che la Chiesa riconosca le unioni omosessuali; e i Bergoglio, soprattutto, con la loro opera diabolica, scientifica, implacabile, di demolizione della fede nel cuore dei credenti. Per questo, noi accusiamo: accusiamo il neoclero, i neoteologi, i neopreti, i neovescovi e tutti i neocattolici, di aver provocato la morte di quel santo sacerdote; e di aver provocato la morte anche di altri come lui - ne conosciamo almeno tre o quattro, ma chissà quanti ce ne sono, nel mondo - ai quali costoro hanno voluto strappare la cosa più preziosa, la loro (e nostra) ragione di vita: la giusta prospettiva religiosa, il giusto rapporto con Dio, la giusta trasmissione della Parola di Dio, per sostituirli con una falsa chiesa bugiarda e apostatica, che è solo la diabolica contraffazione di quella vera. E qui ci fermiamo, facciamo un grosso respiro e rileggiamo le ultime frasi. Di nuovo, sono terribili: ci sembra quasi impossibile che qualcuno possa dire simili cose. E quel qualcuno siamo noi. Eppure, quelle cose sono vere: bisogna dirle; bisogna che qualcuno le dica. Non avremmo mai creduto che, un giorno, avremmo detto e scritto simili cose; che avremmo espresso simili concetti, formulato simili accuse. Se qualcuno ce lo avesse profetizzato, allorché, bambini, andavano a servir Messa, o ascoltavamo il prete sui banchi del catechismo; se qualcuno ce lo avesse detto, non ci avremmo creduto, ci sarebbe parsa una cosa impossibile, inimmaginabile. E invece è accaduta: sta accadendo. Noi diciamo quelle frasi, le ripetiamo, e continueremo a ripeterle sinché avremo fiato; non taceremo mai, non permetteremo a quei signori di proseguire nella loro opera sinistra, senza opporci in tutte le maniere possibili.

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 L'ex arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra, uno dei 4 firmatari dei Dubia a cui Bergoglio non ha mai risposto: morì improvvisamente la mattina del 6 settembre 2017

Vogliamo che lo sappiano. Vogliamo che sappiamo che li abbiamo riconosciuti, che abbiamo compreso chi sono e quel che stanno facendo, e siamo ben decisi a gridarlo a gola spiegata, affinché tutti ci sentano, e tutti lo sappiano e scelgano come regolarsi. E tanto per cominciare, accusiamo quei signori di aver provocato la morte del santo sacerdote di novantasette anni. Qualcuno penserà che a novantasette anni è ben naturale morire, e che Dio ha chiamato a sé quell’anima buona, per darle il premio meritato. Certo, è così. Ma la vita umana non si misura in termini quantitativi: causare la morte di un centenario non è cosa meno grave di causare la morte di un bambino, o di un nascituro. Forse lui sarebbe morto comunque entro poche settimane, o forse avrebbe vissuto ancora per qualche anno. Era sano, forte, apparentemente indistruttibile. Ma il punto non è questo. Il punto è che, secondo noi, una terribile tristezza deve essere entrata nel suo cuore, vedendo incrinarsi e crollare tutto ciò in cui aveva creduto, e quella Chiesa che aveva santamente servito, per così tanti decenni, con fede incrollabile e con ammirevole coerenza. Siamo perciò convinti che è stato ucciso: è stato ucciso dalla tristezza, anche se si sforzava di tenerla per sé, dato che mai, nella sua vita, aveva messo se stesso davanti agli altri; e quella tristezza è stata causata dal comportamento, deliberatamente contrario al Vangelo, dei neopreti e di tutto il neoclero. Ne renderanno conto a Dio, nell’altra vita: renderanno conto anche di questo.  
Io vi accuso

di Francesco Lamendola

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Clamoroso dono mistico di Padre Pio: recitava più di 100 corone del Rosario ogni giorno!


È fuori dubbio che se Padre Pio viveva con le stigmate, conviveva pure con la corona del rosario. Ambedue questi elementi misteriosi e indissolubili sono manifestazioni del suo mondo interiore. Concretizzano sia il suo stato di concrocifisso con Cristo, sia il suo stato di «uno» con Maria.

Padre Pio non predicava, non teneva conferenze, non faceva scuola in cattedra, ma quando si arrivava a San Giovanni Rotondo si era colpiti da un fatto: si vedevano uomini e donne, che potevano essere professori, medici, insegnanti, impresari, operai, tutti senza umano rispetto, con la corona in mano, non solo in chiesa, ma spesso pure per la strada, in piazza, di giorno e di notte, in attesa della messa del mattino. Tutti sapevano che il rosario era la preghiera di Padre Pio. Solo per questo potremmo definirlo il grande apostolo del rosario. Egli ha fatto di San Giovanni Rotondo «la cittadella del rosario».

Padre Pio recitava incessantemente il rosario. Si trattava di un rosario vivente e continuato. Era solito, ogni mattina, dopo il ringraziamento della messa, confessare, iniziando dalle donne.

Un mattino, tra le prime a presentarsi al confessionale, fu la signorina Lucia Pennelli di San Giovannni Rotondo. Ella sentì Padre Pio chiederle: «Quanti rosari hai detto questa mattina?». Rispose che ne aveva recitati due interi: e Padre Pio: «Io ne ho già recitati sette». Erano circa le sette del mattino e aveva già celebrato la santa messa e confessato un gruppo di uomini. Da ciò si può dedurre quanti ne dicesse ogni giorno fino a mezzanotte!

Elena Bandini, scrivendo a Pio XII, nel 1956, testimonia che Padre Pio recitava 40 rosari interi al giorno. Padre Pio recitava il rosario ovunque: in cella, nei corridoi, in sacrestia, salendo e scendendo le scale, di giorno e di notte. Richiesto quanti rosari recitasse fra il giorno e la notte rispose lui stesso: «Alle volte 40 e altre volte 50». Richiesto come facesse, all'interrogante rispose: «Come fai tu a non recitarli?».

Vi è un episodio sul tema dei rosari che vale la pena di ricordare: padre Michelangelo da Cavallara, emiliano di origine, figura di spicco, predicatore di fama, uomo di profonda cultura, era però anche un «caratteraccio». Dopo la guerra, fino al 1960, fu predicatore del mese di maggio (dedicato a Maria), di giugno (dedicato al sacro Cuore) e di luglio (dedicato al preziosissimo sangue di Cristo) nel convento di San Giovanni Rotondo. Coabitava perciò con i frati.

Fin dal primo anno rimase colpito da Padre Pio, ma non gli mancava il coraggio per discutere con lui. Una delle prime sorprese fu la corona del rosario che vedeva e rivedeva nelle mani di Padre Pio, per cui una sera lo abbordò con questa domanda: «Padre, dimmi la verità, oggi, quanti rosari hai detto?».

Padre Pio lo guarda. Attende alquanto, poi gli dice: «Senti, la bugia non te la posso dire: una trentina, trentadue, trentatré, e forse qualcuno in più».

Padre Michelangelo rimase scioccato e si chiedeva come si potesse trovare spazio nella sua giornata, tra messa, confessioni, vita comune, per tanti rosari. Cercò, allora, chiarimento dal direttore spirituale del Padre, che si trovava nel convento.
Lo incontrò nella sua cella e spiegò bene, riferendo domanda e risposta di Padre Pio, sottolineando il particolare della risposta: «La bugia non te la posso dire...».

Per tutta risposta il padre spirituale, padre Agostino da San Marco in Lamis, scoppiò in una sonora risata e aggiunse: «Se tu sapessi che si tratta di rosari interi!».
Padre Michelangelo, a questo punto, alzò le braccia per rispondere a modo suo... ma Padre Agostino aggiunse: «Tu vuoi sapere... ma spiegami prima chi è un mistico e poi ti risponderò come fa Padre Pio a dire, in un giorno, tanti rosari!».

Un mistico ha una vita che va oltre le leggi dello spazio e del tempo, per cui si spiegano le bilocazioni, le levitazioni e altri carismi, di cui era ricco Padre Pio. A questo punto diventa chiaro che la richiesta di Cristo, per chi lo segue, di «pregare sempre», per Padre Pio era divenuta «rosari sempre», cioè Maria sempre nella sua vita.

Sappiamo che il vivere per lui era preghiera contemplativa mariana e se contemplazione significa vivere — come insegna san Giovanni Crisostomo — dobbiamo concludere che il rosario di Padre Pio era trasparenza della sua identificazione mariana, del suo essere «uno» con Cristo e con la Trinità. Il linguaggio dei suoi rosari proclama all'esterno, cioè, la vita mariana vissuta da Padre Pio.

Resta da chiarire il mistero sul numero dei rosari quotidiani di Padre Pio. Una spiegazione ce la offre lui stesso.

Le testimonianze sulla cifra delle corone recitate da Padre Pio sono molteplici, specie tra i suoi intimi, ai quali il Padre riservava le sue confidenze. Racconta la signorina Cleonice Morcaldi che Padre Pio, un giorno, scherzando con un suo figlio spirituale, il dottor Delfino di Potenza, un caro nostro amico, uscì in questa battuta: «Che ne dite voi medici: può un uomo fare più di un'azione nello stesso tempo?». Rispose: «Ma, due credo di sì, Padre». «Beh, a tre io ci arrivo», fu la controrisposta del Padre.

Ancora più chiaramente, in altra occasione, padre Tarcisio da Cervinara, uno dei cappuccini più intimi di Padre Pio, racconta che il Padre gli confidava di fronte a tanti rebus: «Io posso fare tre cose insieme: pregare, confessare e andare in giro per il mondo».

Nello stesso senso si espresse un giorno, chiacchierando in cella con padre Michelangelo. Gli disse: «Senti, hanno scritto che Napoleone faceva quattro cose insieme, che ne dici? Tu ci credi? Fino a tre ci arrivo anch'io, ma quattro...».
Dunque Padre Pio confida che contemporaneamente prega, confessa e sta in bilocazione. Pertanto, quando confessava, era pure concentrato nei suoi rosari e inoltre era trasportato in bilocazione, in giro per il mondo. Che dire? Siamo su dimensioni mistiche e divine.

Ancor più sorprendente poi è che Padre Pio, lo stigmatizzato, il concrocifisso, si sentisse costantemente vincolato a Maria in una continuità così intensa di preghiera.
Non dimentichiamo, però, che anche Cristo, mentre saliva il Calvario, trovò sostegno nella sua umanità dalla presenza di sua Madre.

La spiegazione ci viene dall'alto. Scrive il Padre che, in uno dei suoi dialoghi con Cristo, un giorno si sentì dire: «Quante volte — mi ha detto Gesù poc'anzi — mi avresti abbandonato, figlio mio, se non ti avessi crocifisso» (Epistolario I, p. 339). Pertanto Padre Pio proprio dalla stessa Madre di Cristo aveva bisogno di attingere sostegno, forza, conforto per consumarsi nella missione che gli era affidata.
Proprio per questo, in Padre Pio tutto, proprio tutto, poggia sulla Madonna: il suo sacerdozio, il pellegrinaggio mondiale delle folle a San Giovanni Rotondo, la Casa Sollievo della Sofferenza, il suo apostolato a raggio mondiale. La radice era lei: Maria.

Non solo la vita mariana di questo sacerdote è fiorita offrendoci meraviglie sacerdotali singolari, ma ce lo presenta come modello, con la sua vita, con tutto il suo operato.

A quanti guardano a lui, Padre Pio ha lasciato la sua immagine con quel suo sguardo continuamente fisso in Maria e il rosario sempre tra le mani: l'arma delle sue vittorie, dei suoi trionfi su satana, il segreto delle grazie per sé e per quanti a lui si rivolgevano da tutto il mondo. Padre Pio fu apostolo di Maria e apostolo del rosario con l'esempio!

L'amore a Maria, crediamo, sarà uno dei primi frutti della sua glorificazione davanti alla Chiesa, e additerà la marianità come radice della vita cristiana e come lievito che fermenta l'unione dell'anima con Cristo.

Fonte:
www.agesupermaria.it/…/un-santo-con-il…