Una scomoda inquietante domanda: "Il futuro appartiene a coloro che sanno odiare"? Il mondo in cui noi viviamo oggi si può ancora definire “Civiltà cristiana”? Perchè della Civiltà moderna "post-cristiana" non resterà più nulla
di Francesco Lamendola
È per caso l’odio che tiene in piedi le civiltà, che le alimenta, le sostiene e dà loro la forza morale e i mezzi materiali per affermarsi, per sconfiggere le minacce, per superare gli ostacoli?
È la tesi, originale ma, a ben guardare, niente affatto peregrina, del celebre storico francese Fernand Braudel (1902-1985), autore dell’ormai classico Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II (La Méditerranée et le monde méditerranéen a l’époque de Philippe II, 1949; decima edizione, 1966), uno dei massimi esponenti della Scuola degli Annales che ha profondamente innovato il concetto stesso della storiografia, spostando l’attenzione dello studioso dagli avvenimenti specifici, politici, economici, militari, ecc., alle costruzioni e alla trasformazioni che si verificano sui lunghi periodi e che coinvolgono, necessariamente, il concetto stesso di civiltà, e mobilitando numerose scienze ausiliarie, dall’antropologia alla sociologia, dalla statistica alla finanza e dalla geografia alla storia della cultura e delle idee.
Una scomoda, inquietante domanda: "Il futuro appartiene a coloro che sanno odiare"? Perchè della Civiltà moderna "post-cristiana" non resterà più nulla!
Ma ecco la pagina in questione, nella quale ci siamo imbattuti, dobbiamo confessarlo, per caso, pur sapendo che sovente si trovano delle perle di filosofia della storia non tanto presso i filosofi, quanto presso gli storici, i quali, più vicini alla realtà concreta dell’essere umano nel suo vivo manifestarsi, anche se non hanno, in genere, gli strumenti per elaborare e sviluppare le loro intuizioni, nondimeno sanno cogliere nel segno con maggiore forza e chiarezza concettuale dei loro astratti e un po’ trasognati “colleghi” (da: F. Braudel, Lo spazio, la storia, gli uomini, le tradizioni; titolo originale: La Méditerranée; Paris, Flammarion, 1985; traduzione dal francese di Elena De Angeli, Milano, Bompiani, 1987, pp. 111-112):
Nell’urto reciproco esse [le civiltà] trovano la loro stessa ragion d’essere. Roma, il cui trionfo coincide con i soli secoli in cui il mare fu unito, non è tuttavia riuscita a eliminare le comunità ostili che la fronteggiano; si è limitata a tenerle a bada, valorizzando e spingendo avanti, intanto, la propria civiltà, la propria lingua, la propria arte. Ma le lotte sono continuate sotto l’apparenza e lo schema della “pax romana”, che però riesce a fatica a dissimularle.
Il libro del celebre storico francese Fernand Braudel: "Lo spazio, la storia, gli uomini, le tradizioni"
Le civiltà sono dunque intrise di guerra e di odio, una immensa zona d’ombra, che le divora quasi per metà. L’odio se lo fabbricano, se ne nutrono, ne vivono. La Grecia detesta la Persia ancor più di quanto gli stessi persiani (notoriamente tolleranti) detestino i greci. I romani odiano a morte i punici, che rendono loro la pariglia. La cristianità e l’Islam non hanno niente da invidiare l’una all’altro. Al tribunale della storia i due colpevoli sarebbero entrambi condannati, nessuno di loro scamperebbe. Ma è poi sempre possibile dire chi è colpevole e chi è innocente? Secondo Sabatino Moscati, ad esempio, i punici sarebbero popolazioni assolutamente pacifiche, che si difendono, certo, e con coraggio, ma soltanto per reagire all’attacco. Alcuni storici sostengono anche che Bisanzio, sopravissuta all’impero romano fino alla presa di Costantinopoli, non sarebbe stata capace, per quanto la concerneva, di scatenare una guerra santa (una crociata, se vogliamo) confacente ai suoi mezzi. Se tale considerazione corrisponde a realtà saremmo tentati di rallegrarci di una simile carenza. Un bel giorno, però, Bisanzio non ha forse finito per pagare tale assenza di odio costruttivo? Il che porterebbe ad affermare che il futuro appartiene a coloro che sanno odiare. Troppo spesso, infatti, le civiltà non sono altro che incomprensione, disprezzo ed esecrazione degli altri. Ma non soltanto questo. Sono anche sacrificio, irradiazione, accumulazione di beni culturali, eredità di intelligenza. Se alle civiltà delle due sponde il mare ha dovuto le guerre che lo hanno sconvolto, è stato loro debitore anche della molteplicità degli scambi (tecniche, idee e anche credenze), nonché della variopinta eterogeneità di spettacoli che oggi offre ai nostri occhi. Il Mediterraneo è un mosaico di tutti i colori. Per questo, passati i secoli, possiamo vedere senza indignarcene (tutt’altro) tanti monumenti che un tempo rappresentarono dei sacrilegi, pietre miliari che indicano i progressi e le ritirate di epoche lontane: Santa Sofia, con il suo corteggio di alti minareti; San Giovanni degli Eremiti a Palermo, il cui chiostro è racchiuso tra le cupole rosse o rossastre di un’antica moschea; a Cordoba, tra gli archi e i pilastri della più bella moschea del mondo, l’affascinante chiesetta gotica di Santa Cruz, costruita per ordine di Carlo V.(…)
Alla fin fine, però, la civiltà per ampi che ne siano dominio, ripercussioni e durata, non rappresenta da sola l’intera storia degli uomini, né, nel caso che ci interessa, l’intera storia del mare Interno.
Che la politica continui a dire la sua è un fatto lampante. Quante volte ha imposto la propria volontà, relegando in secondo piano tutte le altre forze e forme della storia? È quanto avviene, per secoli, finché dura la preponderanza di Roma, che vede per molto tempo la violenza al servizio della politica: il suo imperialismo si placa solo dopo aver ridotto all’ubbidienza tutto il Mediterraneo. E Roma, prima di tale scadenza, ha colpito senza pietà: nello stesso anno, il 146 a. C., vengono distrutte sia Cartagine sia Corinto…
Per Braudel i capitalisti sono stati tipicamente dei monopolisti, ma non, come si ritiene normalmente, degli imprenditori che operano in mercati dove vale la libera concorrenza. Egli disse che i capitalisti hanno avuto dalla loro parte il potere e l'astuzia, e con queste armi si sono schierati contro la maggioranza della popolazione. Nell’opera “Grammatica delle civiltà” Braudel descrive in modo preciso le mentalità, le identità e le particolarità specifiche di ogni civiltà nel mondo: civiltà arabo-islamica, cinese, mongola, indiana, africana, europea e sembra aver ispirato Samuel Huntington per il suo celeberrimo: "La scontro delle civiltà".
Sì, è vero: fa impressione vedere quel che è diventata, ormai da cinque secoli e mezzo, la basilica di Santa Sofia a Costantinopoli, gemma della cristianità, anzi no, a Istanbul; fa impressione pensare che Istanbul era Costantinopoli, cioè la capitale dell’Impero romano d’Oriente e della cristianità medievale; che da Costantinopoli erano partiti i missionari che convertirono e cristianizzarono i Balcani, la Russia, perfino una parte dell’Asia centrale e dell’Impero cinese (sia pure nella forma del cristianesimo nestoriano); mentre ora è una città della Turchia, o meglio è stata per cinque secoli la capitale dell’Impero ottomano; e che Santa Sofia fu trasformata in moschea, prima di essere adibita a museo. E fa impressione pensare che in tutta la Turchia, che fu l’Asia Minore, abitata un tempo da una popolazione greca e cristiana, e la cui evangelizzazione era iniziata ad opera di san Paolo, oggi a stento si troverebbero poche migliaia di cristiani. Fa impressione pensare che la Palestina, la Siria, l’Egitto, tutto il Nord Africa fino all’Atlantico, furono terre cristianissime, per secoli, e diedero all’Occidente alcuni dei santi e dei padri della Chiesa più grandi, da Tertulliano a san Cipriano a san’Agostino.
Il cristiano sa che è Dio, e Dio solo, il padrone della storia. La storia non è una creazione umana, ma il campo di battaglia in cui svolge lo scontro incessante tra le forze del bene e quelle del male!
E fa impressione pensare che, se proseguirà l’attuale invasione dell’Europa mascherata da migrazione e da accoglienza umanitaria e “cristiana”, nel giro di pochissime generazioni tutto il nostro continente subirà la sorte dell’Asia Minore, della Palestina, della Siria, dell’Egitto e del Nord Africa: ossia che verrà islamizzato e che perfino le sue popolazioni verranno, più che convertite, sostituite, sicchédella civiltà europea e cristiana non resterà più nulla, neanche il ricordo, se non qualche chiesa, forse, benevolmente trasformata in moschea o in museo. E quindi, lo notiamo fra parentesi, ha torto il Braudel nel mettere sullo stesso piano le lotte incessanti e l’odio reciproco di cristiani ed islamici nel corso dei secoli passati, perché fu l’Islam a dichiarare guerra alla cristianità, fu l’Islam ad invadere vastissime regioni che erano cristiane da secoli, e fu ancora l’Islam a far pesare la spada di Damocle della conquista implacabile sull’Europa occidentale, dalla strage dei martiri di Otranto nel 1480 al secondo assedio di Vienna nel 1683. E tuttavia, indipendentemente dal chi attaccò chi, e chi invece si limitò a difendersi, resta la scomoda, inquietante domanda: è vero che una civiltà, per sopravvivere alle sfide della storia, che sono anche sfide di tipo militare, oltre che politico, economico e culturale, deve saper odiare? È vero, in altri termini, che il futuro appartiene a quanti sono capaci di odiare di più? Ad esempio, è plausibile la tesi che l’Impero bizantino finì per soccombere sotto la spada degli ottomani, nonostante il valore con cui i suoi sovrani lo difesero fino all’estremo, fino a quando l’ultimo imperatore Costantino XI Paleologo cadde combattendo sulle sue mura, nel 1453, per la ragione che non fu capace di nutrire e alimentare un odio proporzionato a quello dei suoi nemici islamici, ben decisi a conquistarlo e distruggerlo completamente, così come già avevano fatto, a suo tempo, con l’Impero sassanide?
Una targa commemorativa del celebre storico francese Fernand Braudel
Attenzione: Braudel non affaccia l’ipotesi che le civiltà vivano e si alimentino esclusivamente di odio: ciò sarebbe assurdo; suggerisce che l’odio per il nemico è, forse, una componente essenziale della loro capacità di rigenerarsi, di superare i momenti difficili, di vincere le sfide che le mettono in pericolo. Quanto all’odio, Braudel si chiede se esso non nasca dal disprezzo, dall’incomprensione e dal rifiuto dell’altro e se questi fattori non siano necessari, per così dire, a quelle civiltà che vogliono sopravvivere il più a lungo possibile – civiltà eterne, o perenni, che si sappia, nessuno le ha mai viste; anche se al povero Spengler ne hanno dette di tutti i colori solo per aver suggerito che nemmeno la civiltà occidentale può pretendere di esserlo – in una prospettiva globale che sa di darwinismo planetario. D’altra parte, Braudel osserva molto opportunamente che le civiltà non sono tutto; che non coincidono con l’insieme della storia umana; che esse corrispondono a un dato momento storico di un dato popolo, o un dato insieme di popoli, ma che accanto alle civiltà vi sono altre forme di organizzazione sociale, economica, politica, culturale. Ed è questo l’aspetto che ci sembra meritevole di approfondimento. Una tribù di boscimani del Kalahari, oppure una minuscola comunità di Negritos delle isole Andamane o Nicobare, senza dubbio, non solo non rappresentano una civiltà, ma non fanno nemmeno parte di una civiltà: a meno di adoperare la parola “civiltà”, come fanno alcuni antropologi, nel senso più ampio del termine; talmente ampio da perdere ogni contorno preciso e pertanto qualsiasi utilità pratica. Una civiltà è, in senso proprio, anche uno stile, o meglio corrisponde a uno stile: in questo senso, si può parlare di una civiltà medievale, di una civiltà rinascimentale, di una civiltà barocca, di una civiltà illuminista; e così via. E di una civiltà cristiana, si può parlare? Certamente: tale espressione designa non solo l’ambito dell’arte, ma abbraccia tutti gli aspetti della vita, materiali e spirituali, che caratterizzano la storia europea fra gli ultimi bagliori del mondo antico e l’alba della modernità. Pertanto una civiltà non coincide con un impero o con una forma precisa di organizzazione politico-sociale; non coincide nemmeno con la storia di un popolo o con diversi popoli in qualche modo federati o collegati. Alla civiltà cristiana, per esempio, appartenevano sia i sistemi feudali dell’Europa occidentale, sia le culture e le forme artistiche generate dall’incontro con altri popoli, come gli arabi in Spagna e in Sicilia, o i Normanni in Inghilterra e nell’Italia meridionale; sia la filosofia, la teologia, le arti, la letteratura e la scienza dei secoli compresi fra il IV e il XIV, un millennio esatto.
La modernità si è sostituita alla cristianità fin dall’Umanesimo e perciò da sei secoli l’Europa non è più cristiana, anche se qualcosa delle sue origini cristiane sopravvive ancora. Di fatto, modernità e cristianità sono mescolate in un unico stampo. Parlando in generale, la stragrande maggioranza degli europei e degli occidentali moderni non sono più cristiani, ma "Post cristiani", e quindi non esprimono una civiltà cristiana, ma semmai anticristiana!
Il futuro appartiene a coloro che sanno odiare?
di Francesco Lamendola
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