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venerdì 27 dicembre 2019

La frenesia anti-cattolica del mondo “progressista”

Pell, tutte le tappe di una condanna senza fondamento

A marzo il cardinale condannato per abusi sulla sola parola dell’accusatore, malgrado più di 20 testimoni a discolpa. Ad agosto, il rigetto dell’appello con il voto di 2-1 e il parere del giudice dissenziente, secondo cui le evidenze rendono «impossibile accettare» l’accusa. Nel 2020 l’esame dell’Alta Corte. E l'Australia è spaccata tra pregiudizio anticattolico e laici che parlano di malagiustizia.



Nei prossimi mesi l’Alta Corte australiana esaminerà il ricorso del cardinale George Pell, condannato in primo e secondo grado per presunti abusi, che sarebbero stati commessi in una domenica imprecisata di metà anni Novanta, poco dopo essere stato nominato arcivescovo di Melbourne.

La speranza di molti è che l’Alta Corte renda finalmente giustizia a un uomo che molto probabilmente è stato condannato ingiustamente; e che sicuramente è stato messo al centro di una situazione di linciaggio mediatico e non solo, al colmo di una frenesia anti-cattolica del mondo “progressista” australiano.

È interessante notare, e fa sperare, che negli ultimi mesi diverse voci si sono levate non solo e non tanto in difesa del cardinale, ma anche per muovere dubbi sul corretto funzionamento della macchina giudiziaria australiana (vedi per esempio qui e qui). Quella stessa macchina in cui Pell ha avuto tanta fiducia da scegliere di lasciare il Vaticano (era a capo della Segreteria per l’Economia e le Finanze), dove avrebbe potuto godere di immunità diplomatica, per affrontare a viso aperto un’accusa di cui si è sempre dichiarato innocente.

Ma il clima in cui si sono svolti i processi - con Pell e i suoi avvocati insultati da una folla urlante di attivisti fuori dal tribunale, e gran parte dei mass media impegnati ad alimentare un clima di odio e di caccia alle streghe - testimonia della difficoltà di ottenere un processo equo in quel Paese.

LE TAPPE GIUDIZIARIE

Nel marzo del 2019, il giudice Peter Kidd ha condannato il cardinale Pell a sei anni di prigione, con la possibilità, dopo tre anni e otto mesi, di ottenere la libertà su cauzione. Pell è stato ritenuto responsabile dalla giuria di cinque atti di aggressione sessuale (quattro dei quali contemporanei) contro due ragazzi del coro che nel 1996, all’epoca della sua nomina ad arcivescovo di Melbourne, avevano 13 anni. Secondo l’accusa, Pell, subito dopo una solenne Messa domenicale, ancora vestito con i paramenti liturgici, avrebbe assaltato sessualmente in una sacrestia non isolata due ragazzini del coro, sorpresi a bere il vino da usare per la consacrazione, obbligandone uno alla fellatio e usando l’altro per masturbarsi. Il tutto in cinque-sei minuti. In un’altra occasione avrebbe spinto una delle vittime contro un pilastro toccandogli i genitali.

Da rimarcare che questi sarebbero stati gli unici abusi commessi dall’imputato in tutta la sua vita. E già questo appare singolare. Chi è esperto di questi casi sa che i responsabili reiterano le aggressioni; anche in luoghi diversi e a distanza di tempo, con diverse vittime. Non si fermano certo a un singolo episodio.

La prima condanna è stata pronunciata da una giuria popolare, composta di 12 persone. Ora, è interessante osservare che la condanna è venuta in un secondo processo (di primo grado). Infatti, una prima giuria si era espressa - dieci contro due - a favore del proscioglimento dell’accusato. Ma il giudice aveva poi scelto, in mancanza dell’unanimità, di aprire un secondo giudizio.

Da ricordare anche che, sin dal 2014, la Polizia dello Stato di Vittoria aveva aperto un’inchiesta “open ended per cercare testimonianze e prove per eventuali reati di abuso commessi dal cardinale Pell; e questo anche in assenza di denunce o segnalazioni. L’impressione - e anche più di un’impressione - è che nella polemica lanciata contro la Chiesa cattolica per gli abusi si sia cercato un bersaglio eccellente. E che questo sia stato identificato nel porporato, inviso all’opinione pubblica progressista per le sue posizioni in fatto di omosessualità, gender e matrimonio gay.

La squadra legale di Pell ha presentato appello. Ha detto che il verdetto, emanato dalla (seconda) giuria di 12 persone, è “irragionevole”, perché si basa “unicamente sulla parola del denunciante”. E in effetti, vista dall’esterno, questa circostanza appare assolutamente incredibile: che cioè, a circa vent’anni di distanza da un fatto presunto, chiunque possa essere condannato in base a un’accusa priva di testimonianze di appoggio o di qualsiasi altra prova. Il ricorso affermava poi che “in base a tutta l’evidenza, compresa l’evidenza a discolpa e non contrastata di più di venti testimoni della Corona, non era possibile per la giuria essere soddisfatta oltre ogni ragionevole dubbio unicamente sulla parola dell’accusatore”. La difesa aveva preparato anche un filmato per mostrare alla giuria come fosse impossibile compiere attività sessuale nei luoghi e nei modi descritti dall’accusatore - nella cattedrale e in quel momento della mattina - subito dopo la Messa principale celebrata da Pell: ma la proiezione di questo filmato non è stata permessa dal giudice. Una decisione che viste le circostanze - un’accusa senza testimoni - non appare comprensibile, se non nell’ottica di un pregiudizio contro Pell.

Il ricorso di Pell è stato rigettato nell’agosto 2019, con due voti contro uno. Ma uno dei tre giudici, Mark Weinberg, ha scritto una memoria di duecento pagine per spiegare perché secondo lui esiste “una possibilità significativa” che il cardinale non abbia commesso l’abuso per cui è in galera. Weinberg avrebbe liberato Pell, e ha detto di non poter escludere che alcune parti della denuncia dell’ex ragazzino del coro fossero “costruite”.

Da notare fra l’altro che la seconda presunta vittima, morta per overdose di eroina nel 2014, aveva detto a sua madre di non aver mai subito abusi. Se fosse stata in vita, probabilmente, tutta l’accusa sarebbe caduta. Secondo Weinberg c’era tutto un corpo di evidenze che “rendevano impossibile accettare” il racconto del denunciante. “C’erano inconsistenze, discrepanze, e un certo numero di risposte semplicemente non avevano senso”, ha scritto Mark Weinberg. E continua così: “Un elemento inusuale di questo caso era che dipendeva interamente dall’accettazione del denunciante, al di là di ogni dubbio ragionevole, come di un testimone credibile e affidabile. Tuttavia la giuria è stata invitata ad accettare la sua versione senza che ci fosse nessuna conferma indipendente per essa”.

Per cui Pell è stato condannato a sei anni di prigione in base alla testimonianza della stessa persona che ha sporto la denuncia. Di recente Andrew Bolt di Sky News ha svolto un’inchiesta, ricostruendo, in base all’accusa, i movimenti dei personaggi in quella - non specificata - domenica del 1996 ed è giunta alla conclusione, documentata con un filmato, che semplicemente Pell non avrebbe potuto compiere ciò per cui è stato condannato. Ora, dopo il nuovo ricorso del cardinale, la parola spetta all’Alta Corte.

Marco Tosatti

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