ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 4 novembre 2016

Grazie a Dio non sono teologa..

Cara Lucetta, della salvezza eterna i cattolici si preoccupano eccome

Tradizione e perdizione. Replica non teologica a Scaraffia

(immagine di Ian Britton via Flickr)
Grazie a Dio non sono teologa, per cui non ci provo neanche a pesare col bilancino le parole che sono state dette dalle due parti in Svezia. Siccome sono cattolica, mi fido del Papa, e finché non cambia il Catechismo dormo come un bimbo svezzato in braccio a mia madre, la chiesa. Una. Santa. Cattolica. Apostolica. Se cambia il Catechismo, avvisatemi (citofonate ore pasti). Ma dire che non mi preoccupo, anzi mi fido delle scelte pastorali del Papa, non significa dire che non mi interessa ogni singolo iota del patrimonio che mi è stato tramandato. Non mi riconosco pertanto nell’incredibile articolo uscito sul Corriere della Sera a firma di Lucetta Scaraffia: “Oggi molti dei profondi dissensi che hanno causato la scissione della chiesa non hanno più ragion d’essere: il problema della salvezza non assilla più nessuno”.


ARTICOLI CORRELATI Cosa ci insegna il terremoto L’abisso e la fede Siamo nell’èra della credulità senza DioIo non so quali cattolici frequenti Lucetta, ma quelli che conosco io della salvezza si preoccupano eccome. Sono quelli che vanno a messa, che affollano i santuari, che pregano (non perché siano bigotti ma perché c’è scritto nel Vangelo di pregare senza interruzione, e non l’ha detto mia nonna, ma Gesù), che digiunano, che scommettono seriamente la vita su Gesù, perché hanno trovato la felicità con lui solo. Che non vivono obbedendo a se stessi ma cercano di vivere la vita del battesimo, quindi la croce, scandalo per gli uomini, perché hanno scoperto che quella vita è meglio di quella del mondo. Sono quelli che hanno passato le Porte sante perché sanno che il Giubileo non è una convention ma la possibilità della salvezza eterna per noi e per i morti a cui teniamo, contrariamente a quanto scritto: “Così come le indulgenze sono scomparse dal nostro orizzonte, e pure l’aldilà sembra da decenni dileguato”.

Non so come la risolvano gli intellettuali, ma alle persone che frequento io, tante, la morte rappresenta ancora un problema, il problema, per l’esattezza. Come possiamo non fare i conti con questo? Nonostante la nostra cultura rimuova il tema dall’immaginario (la morte non si dice, i morti non si fanno vedere ai bambini) o al contrario lo spettacolarizzi (altro modo di esorcizzarlo), il fatto che dobbiamo morire, e che non sappiamo né come, né quando, e che dopo c’è un’altra vita, ci riguarda tutti. Io per me, mio marito, i nostri figli e quelli a cui voglio bene, spero solo che ci salviamo, e che ci ritroveremo in cielo tutti. Non voglio figli di successo, né geni, né ricchi (il pericolo pare abbastanza remoto, peraltro), ma salvi, cioè vivi in eterno. Personalmente un Dio che mi ha predestinata a una sorte che ha deciso lui non mi sembra somigliare tanto a un Padre che mi ama alla follia, ma non voglio entrare nel merito. Forse l’articolo intendeva solo dire che pochi sono consapevoli delle verità della fede, mi sono detta. E questo è vero, è sotto gli occhi di tutti, anche dei miei.

Ma l’assenza di speranza è talmente spaventosa che in genere si preferisce rimuovere il problema della salvezza o della perdizione eterna. Per esempio, quando ho lanciato dal mio blog l’idea di prendere ciascuno l’indulgenza plenaria per ognuna delle vittime del terremoto di Amatrice ho passato le successive 24 ore a rimuovere migliaia di insulti e bestemmie dal mio profilo (e molte altre ad assegnare a ogni lettore un nome per cui pregare: alla fine ogni vittima ha avuto tre o quattro che hanno passato una porta santa a suo nome). Forse la cattolica Lucetta vorrà anche lei lanciare l’allarme, sarà come me preoccupata. E invece no. Perché prosegue: “Perché allora litigare ancora su tutto questo? E come litigare ancora sul libero accesso ai testi sacri, se oggi anche i cattolici sono abituati a leggere la Bibbia nelle edizioni che preferiscono, in gruppi di lettura e di commento animati dalla più grande vivacità?” Io tengo alla Tradizione, che i luterani non riconoscono, cioè al deposito della fede tramandato in duemila anni di martiri, apostoli, padri della chiesa, teologi e santi, e il Concilio ci ha invitato a riprenderci la Bibbia, sì, ma tenendo con una mano il capo di questa lunga cordata di intelligenze e geni che non si è mai interrotta nei secoli.

“Certo, rimangono questioni teologiche aperte, come i sacramenti – ridotti di numero dai luterani – ma queste sono per lo più questioni che non toccano molto i fedeli”. I sacramenti trasfigurano completamente la realtà, e qui si gioca tutta la nostra fede, che non è un’ideologia, ma l’intervento attivo e personale di Dio sulla nostra vita, una presenza che cambia tutto. La confessione mi ridà l’intimità con Dio, e vorrei che lo facesse di più, perché “a chi non rimetterete i peccati resteranno non rimessi”, e io ne avrei sul groppone troppi. Sul matrimonio come sacramento ho scommesso tutta la mia vita. Con la cresima sono diventata adulta (a 19 anni). L’estrema unzione spero tanto di poterla avere, per questo mi auguro di non morire all’improvviso. Meglio soffrire ma potermi preparare all’incontro.

Quanto al sacerdozio, l’altro sacramento non riconosciuto dai protestanti, è ciò che permette il più grande prodigio della terra: il pane per noi è sostanza di Dio. O quel pane è davvero Dio o siamo tutti pazzi. Miliardi di pazzi hanno popolato il pianeta negli ultimi duemila anni? Di fronte a questa domanda, mi sembrano quisquilie i temi che secondo il Corriere ci dividono dai luterani: “Il divorzio, il controllo delle nascite, l’omosessualità, cioè sulle questioni bioetiche nelle quali le chiese protestanti, nel Novecento, hanno preso una posizione quasi sempre opposta a quella cattolica”. Sinceramente, chi se ne importa di queste cose se non le misuriamo sulla vita eterna? Non me ne importa niente di essere una brava persona, mi importa di non rompere la relazione con il più bello tra i figli dell’uomo. Se non è per quello, della bioetica si occupino pure i filosofi.
di Costanza Miriano | 04 Novembre 2016 

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