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domenica 18 dicembre 2016

Non cambiano le parole, ma i fatti!

DIGNITATIS HUMANAE

    Dignitatis Humanae e libertà religiosa: è davvero una questione filologica? Uno dei documenti conciliari più controversi e dirompenti è stato proprio l’ultimo la Dichiarazione Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa 
di Francesco Lamendola  
  

Come è noto, uno dei documenti conciliari più controversi e dirompenti è stato proprio l’ultimo, la Dichiarazione Dignitatis Humanae, sulla libertà religiosa: che, per i teologi progressisti e per i nuovi indirizzi pastorali, apre la stagione “gloriosa” del dialogo inter-religioso e dell’ecumensimo, mentre, per i suoi critici, inaugura una stagione di relativismo e di grave confusione dottrinale.
Quale delle due interpretazioni è più vicina al vero? Per tentar di rispondere a questo scomodo interrogativo – scomodo, per le enormi conseguenze che ne derivano, anche sul piano dell’attualità, circa la Chiesa e la fede dei cattolici - ci sembra necessario riportare tutto il Proemio e la prima parte del secondo capitolo della Dignitatis Humanae, pubblicata il 7 dicembre 1965, cioè alla vigilia della chiusura ufficiale del Concilio Vaticano II da parte di Paolo VI (da: I documenti del Concilio Vaticano II, Milano, Edizioni Paoline, 2002, pp. 579-581):

1. Nell’età contemporanea gli esseri umani divengono sempre più consapevoli della propria dignità di persone e cresce il numero di coloro che esigono di agire di  loro iniziativa, esercitando la propria responsabile libertà, mossi dalla coscienza del dovere e non pressati da misure coercitive. Parimenti,  gli stessi esseri umani postulano una giuridica delimitazione  del potere delle autorità pubbliche, affinché non siano troppo circoscritti i confini alla onesta libertà, tanto delle singole persone, quanto delle associazioni. Questa esigenza di libertà nella convivenza umana riguarda soprattutto i valori dello spirito, e in primo luogo il libero esercizio della religione nella società. Considerando diligentemente tali aspirazioni e proponendosi di dichiarare quanto e come siano conformi alla verità e alla giustizia, questo Concilio Vaticano  rimedita la tradizione sacra e la dottrina della Chiesa, dalle quali trae nuovi elementi in costante armonia con quelli già posseduti. Anzitutto, il sacro Concilio professa che Dio stesso ha fatto conoscere al genere umano la via attraverso la quale gli uomini, servendolo, possono in Cristo trovare salvezza e pervenire alla beatitudine. Questa unica vera religione crediamo che sussista nella Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore Gesù ha affidato la missione di comunicarla a tutti gli uomini, dicendo agli apostoli: “Andate dunque, istruite tutte le genti battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutti quello che Io vi ho comandato” (Mt 28, 19-20). E tutti gli esseri umani sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ciò che concerne Dio e la sua Chiesa, e sono tenuti ad aderire alla verità man mano che la conoscono e a rimanerle fedeli.
Il sacro Concilio professa pure che questo doveri attingono e vincolano la coscienza degli uomini, e che la verità non si impone che per la forza della verità stessa, la quale si diffonde nelle menti soavemente e insieme con vigore. E poiché la libertà religiosa, che gli esseri umani esigono nell’adempiere il dovere di onorare Iddio, riguarda l’immunità dalla coercizione nella società civile, essa lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo. Inoltre il sacro Concilio, trattando di questa libertà religiosa, si propone di sviluppare la dottrina del sommi Pontefici più recenti intorno ai diritti inviolabili della persona umana e all’ordinamento giuridico della società. […]
2. Questo Concilio Vaticano II dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti,  di agore in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata. Inoltre dichiara che il diritto alla libertà  religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana quale l’hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la stessa ragione. Questo dirotto della persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell’ordinamento giuridico della società.

In questo documento, si articola il seguente ragionamento:
Nel mondo moderno, gli esseri umani sono sempre più consapevoli della loro dignità di persone, e sentono la libertà delle proprie scelte di vita come un’esigenza irrinunciabile, per cui non potrebbero accettare nulla che venga loro presentato sotto la forma di una imposizione o di una coercizione (capitolo primo). 
Tutte le persone, dotate di ragione e volontà, sono tenute a cercare la verità, per loro natura e per obbligo morale: dunque, il diritto alla liberà religiosa si fonda sulla natura stessa della persona (capitolo secondo).
L’uomo coglie e riconosce gli imperativi della legge divina attraverso la sua coscienza, ed è essa che lo guida naturalmente verso Dio; quindi, se gli si negasse la libertà religiosa, si farebbe ingiuria sia a lui, sia all’ordine stabilito da Dio (capitolo terzo).
La stessa libertà religiosa che viene riconosciuta ai singoli individui, deve essere riconosciuta ai gruppi religiosi viventi all’interno delle nazioni, ciascuno dei quali deve poter seguire le proprie credenze religiose e vederle rispettate in ogni ambito della vita pubblica, a cominciare da quello dell’insegnamento (capitolo quarto).
La libertà religiosa, come fatto interpersonale e sociale, parte dalla famiglia; pertanto, all’interno della famiglia deve vigere il principio della libertà dei genitori a educare i loro figli secondo le proprie convinzioni religiose; e la potestà civile deve riconoscere questo principio, curando, inoltre, che esso non venga violato da azioni esterne, ad esempio da una formazione scolastica che si ponga in contrasto con tale obiettivo educativo (capitolo quinto).
Il bene comune della società si fonda sulla salvaguardia dei diritti della persona umana e sull’adempimento dei rispettivi doveri; pertanto, ogni potere civile ha il dovere essenziale di tutelare e promuovere gli inviolabili diritti dell’uomo, fra i quali spicca quello alla libertà religiosa (capitolo sesto).
L’esercizio della libertà religiosa è sottoposto ad alcuni limiti: che derivano sia dal rispetto della legge morale, e dei doveri verso se stessi e verso gli altri, sia dal diritto della società a proteggersi contro eventuali disordini che prendano a pretesto la religione; tuttavia, in quest’ultimo caso, il potere civile deve astenersi nel modo più assoluto dal favorire una delle parti, ma attenersi sempre alle norme dell’ordine morale obiettivo (capitolo settimo).
Oggi gli esseri umani sono sottoposti a molteplici pressioni che tendono a sottrarre loro l’esercizio della vera libertà, per cui è necessario che tutti, e specialmente coloro i quali rivestono compiti educativi, si impegnino affinché sia rispettata la libertà di ciascuno, specie nel processo di formazione della personalità, e perché la libertà concorra al perseguimento del bene comune (capitolo ottavo).
La dottrina della libertà religiosa affonda le sue radici nella Rivelazione, come si vede dal fatto che Cristo  mostra sempre di rispettare la libertà degli esseri umani nell’adempimento del dovere di credere alla parola di Dio (capitolo nono).
L’atto di fede è, per sua stessa natura, un atto volontario, quindi nessuno può essere costretto ad aderirvi mediante la coercizione (capitolo decimo).
Dio chiama gli esseri umani a servirlo in spirito e verità, per cui essi sono vincolati a rispondere alla loro vocazione, ma non coartati: come si vede, appunto, nel modo di agore di Cristo, che ha invitato gli apostoli a seguirlo, con pazienza e umiltà di cuore, senza esercitare su di essi alcuna coercizione (capitolo undicesimo).
La Chiesa segue le tracce Cristo e degli apostoli e, anche se, talvolta, in passato,  nei suoi comportamenti pratici se ne è allontanata, vi è rimasta però sempre fedele a livello dottrinale, affermando, conformemente all’insegnamento evangelico, che nessuno può essere costretto con la forza ad abbracciare la fede (capitolo dodicesimo).
Così come lo chiede per tutti, la Chiesa domanda anche per se stessa e per i propri seguaci la più completa libertà di seguire la dottrina di Cristo e i precetti della fede cristiana; vi è quindi concordia fra la libertà della Chiesa e la libertà religiosa, che deve essere riconosciuta a tutti gli esseri umani (capitolo tredicesimo).
La missione della Chiesa è quella di  diffondere la parola di Dio e far sì che venga glorificata, per obbedire al divino mandato: “La Chiesa esorta quindi ardentemente i suoi figli affinché “anzitutto si facciano suppliche,  orazioni, voti, ringraziamenti per tutti gli uomini… Ciò infatti è bene e gradito  al cospetto del Salvatore e Dio nostro, il quale vuole che tutti gli uomini si salvino  ed arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2, 1-4).
“È [...] manifesto che tutte le genti si vanno sempre più unificando, che si fanno sempre più stretti i rapporti fra gli esseri umani di cultura e religione diverse, mentre si fa ognora più viva in ognuno la coscienza della propria  responsabilità personale. Per cui, affinché nella famiglia umana si instaurino e si consolidino relazioni di concordia e di pace, si richiede che ovunque  la libertà religiosa sia munita  di una efficace tutela giuridica e che siano osservati i doveri e i diritti supremi degli esseri umani attinenti la libera espressione della vita religiosa nella società” (capitolo quindicesimo).
In tutto questo ragionamento - conformemente alla svolta antropologica il cui maestro riconosciuto è stato quel Karl Rahner che, del Concilio, è stato il massimo ispiratore (e il cattivo genio) dal punto di vista teologico – l’accentuazione viene messa sulla libertà dal punto di vista umano, e precisamente dei diritti umani, e non dal punto di vista soprannaturale. Insistendo sul concetto di libertà come “diritto”, o, peggio, come “esigenza” (l’esigenza non è nemmeno un bisogno, ma vien fatta passare per tale), si dà l’impressione che la cosa più importante, in assoluto, sia il fatto che l’uomo la eserciti, appunto, liberamente, anche in ambito religioso, ossia nella ricerca di Dio: ma non è questa, oltre che una impostazione del problema di tipo prettamente giusnaturalistico (l’uomo ha dei diritti naturali, che gli appartengono e lo caratterizzano fin dalla nascita, e il diritto alla libertà religiosa è uno di essi: una semplice estensione del pensiero di Grozio, o meglio ancora di Locke), anche una contraddizione in termini puramente logici? Come si fa ad essere liberi di esercitare la propria libertà, se non si definisce cosa sia la libertà? Si dice che il diritto alla libertà religiosa si fonda sulla dignità della persona, come l’ha fatta conoscere Dio per mezzo delle Scritture e come la rivela la ragione stessa. Ma come si fa a sapere quando una scelta di libertà è anche una libera scelta, cioè una scelta che scaturisce da condizioni di libertà, non solo esteriori (come l’assenza di coercizione), ma anche interiori? Non c’è niente da fare, questo è un vicolo cieco: e i padri conciliarci ci si sono cacciati da soli. Il Magistero, prima del Concilio, aveva una risposta ben precisa a questa domanda: Extra ecclesiam nulla salus; concetto risalente già ai primi concili ecumenici e ribadito dal Concilio di Trento con la seguente, testuale formula: Quanti vogliono conseguire la salute eterna devono aderire alla Chiesa, non diversamente da coloro che, per non perire nel diluvio, entrarono nell’arca.
In altre parole: per essere liberi, bisogna cercare la Verità; chi cerca la Verità con retta coscienza e con spirito di umiltà, incontra Dio: ma non un dio qualunque, bensì il Dio annunciato dal Vangelo di Gesù e, dopo di lui, dalla Chiesa cattolica. Chi, pur avendo udito l’annuncio del Regno di Dio, lo rifiuta; chi adora un dio diverso dal Dio vero, cioè un idolo, o degli idoli; chi si oppone alla Verità e combatte contro il suo annuncio, cioè contro il Vangelo e contro la Chiesa: costui è escluso dalla salvezza - salvo, beninteso, che si penta sinceramente e profondamente - e, nella vita ultraterrena, è destinato alla eterna esclusione dalla beatitudine della comunione con Dio, gli Angeli e i Santi del Paradiso: cioè, tanto per essere chiari, è destinato all’Inferno. Questo linguaggio, oggi, non piace più; e non piace nemmeno la teologia ad esso sottesa: nondimeno, essa è la teologia di sempre, la teologia cattolica che ha istruito, confortato, sostenuto nelle prove della vita e nei dubbi della fede, generazioni e generazioni di cristiani. Forse che, a partire dal Concilio Vaticano II, le cose sono cambiate? Forse che il Paradiso non è più il Paradiso, cioè l’eterna comunione e l’eterna beatitudine con Dio, e l’Inferno non è più l’Inferno, cioè l’eterna separazione ed esclusione dalla sua santa e ineffabile presenza? Forse che chi rifiuta il Vangelo di Gesù può pervenire ugualmente alla salute dell’anima e alla vita eterna?
Il passaggio chiave della Dignitatis Humanae è al cap. 1, in cui si afferma: Questa unica vera religione crediamo che sussista nella Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore Gesù ha affidato la missione di comunicarla a tutti gli uomini; e, ancora più precisamente, in quel subsistit in (neanche si trattasse d’una questione filologica). Dicendo che l’unica vera religione sussiste nella Chiesa cattolica, s’intende dire che essa è presente solo in essa, o anche in essa? E, in quest’ultimo caso, ciò significa che può essere presente anche nelle altre religioni: il giudaismo, l’islamismo, il buddismo? O nelle persone che rifiutano Dio, scegliendo l’ateismo radicale? Non si può fare a meno di osservare che i padri conciliari, nell’adoperare quella espressione, sono stati o molto abili, astuti e gesuitici, in modo da creare una voluta ambiguità, così da non scontentar nessuno, né i progressisti, né i conservatori; oppure che hanno ecceduto in disinvoltura, o in ingenuità, o in una vaghezza forse non deliberata, ma tale da generare opposte interpretazioni. E così, infatti, è stato. Si sono create due vere e proprie scuole di pensiero: quella della discontinuità e quella della continuità, ovviamente con riferimento al Concilio Vaticano II rispetto al Magistero della Chiesa antecedente: quella, in particolare, uscita dal Concilio di Trento e dal Concilio Vaticano I. In modo speciale, tre articoli del Sillabo di Pio IX ribadivano la formula Extra Ecclesiam nulla salus: la XVI, che condanna la sua negazione; la XVII, che condanna anche una semplice attenuazione; e la XVIII, che condanna la sua negazione con uno specifico riferimento al protestantesimo (con buona pace del moderno ecumenismo…). Secondo l’ermeneutica della discontinuità, la vera religione potrebbe sussistere anche in altre chiese o religioni, e così, anche la salvezza eterna; secondo l’ermeneutica della continuità, invece, si dà una interpretazione restrittiva di quella frase: solo la Chiesa cattolica rappresenta la vera religione e la via della salvezza. Papa Benedetto XVI, come è noto, sosteneva questa seconda posizione; anzi, prima ancora di venire eletto sulla cattedra di san Pietro, egli, da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, emetteva la Dichiarazione Dominus Iesus, il 6 agosto del 2000, nella quale ribadiva, nella maniera più chiara ed esplicita, la pienezza e la definitività della Rivelazione di Gesù Cristo; l’unicità e l’universalità del mistero salvifico di Gesù Cristo; il dovere della Chiesa di annunciare Cristo e il suo Vangelo, pur nel rispetto delle altre fedi e religioni. Nel capitolo sesto della dichiarazione, infatti, è scritto:
Con la venuta di Gesù Cristo salvatore, Dio ha voluto che la Chiesa da Lui fondata fosse lo strumento per la salvezza di tutta l’umanità. Questa verità di fede niente toglie al fatto che la Chiesa consideri le religioni del mondo con sincero rispetto, ma nel contempo esclude radicalmente quella mentalità indifferentista improntata a un relativismo religioso che porta a ritenere che “una religione vale l’altra”[…]. Come esigenza dell’amore a tutti gli uomini, la Chiesa annuncia, ed è tenuta ad annunciare, incessantemente che Cristo è la via, la verità e la vita (Gv 14, 6) […].
Se ne facciano una ragione i vari Enzo Bianchi, i vari Hans Küng, i vari Walter Kasper: questo è il magisteri cattolico di ieri, di oggi e di sempre. Le cose, per chi è in buona fede, sono chiare: chi tenta di complicarle, evidentemente, ha il suo interesse nel farlo. Bisogna evitare lo scandalo, la confusione, il turbamento dei credenti; e bisogna che i giovani, nati o cresciuti dopo il Vaticano II, sappiano che, su questo punto, la Chiesa cattolica non ha mai cambiato opinione, né mai potrà farlo. Oppure sì? E allora che lo dicano, coloro i quali vorrebbero cambiare la dottrina cattolica; coloro i quali contrabbandano gl’incontri inter-religiosi di Assisi per una parificazione teologica e morale delle diverse religioni esistenti al mondo; e lo dicano quei pastori e quei (cattivi) maestri i quali vorrebbero trascinare il gregge di Cristo nell’errore: dicano apertis verbis quali sono le loro intenzioni, cioè che si propongono di rovesciare il sacro Magistero, s’intende con la scusa della “vera” interpretazione delle Scritture. Che le cose siano messe in chiaro, una volta per tutte. E la smettano, costoro, di tirare il sasso e nascondere la mano sotto l’ampio mantello di papa Francesco. Gesù non dice: Io sono una delle vie; bensì: Io sono la via, la verità e la vita. E ancora: Chi crede e verrà battezzato, sarà salvo; ma chi non crede, sarà condannato. Vogliono cambiare le Sue parole?

Dignitatis Humanaee libertà religiosa: è davvero una questione filologica?

di

Francesco Lamendola


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