ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 20 febbraio 2017

Le preoccupazioni della gerarchia catto-globalista

Lo scorso 13 febbraio, nel corso di un’intervista televisiva concessa al TG1 delle ore 20, il Segretario di Stato Vaticano, Cardinale Pietro Parolin, ha espresso viva preoccupazione nei confronti dell’avanzata del cosiddetto populismo e dei rinascenti nazionalismi. Una dichiarazione in sintonia con quelle che sono le preoccupazioni del sistema di potere mondialista, scosso dai recenti successi della Brexit in Gran Bretagna e di Donald J. Trump negli Stati Uniti, nonché dalla costante avanzata dei movimenti patriottici ed anti-globalisti un po’ in tutta Europa.
Stando alle parole di Parolin, dunque, la Chiesa sarebbe preoccupata dalla ribellione dei popoli al diktat mondialista, la cui connotazione massonica e progressista dovrebbe, invece, costituire la massima fonte di preoccupazione per una gerarchia ecclesiastica fedelmente ancorata alla natura ed alla missione della Chiesa.

Se ci dichiarassimo sorpresi da una simile presa di posizione – espressa da uno dei più influenti membri della diplomazia vaticana – saremmo degli sprovveduti. Sappiamo fin troppo bene, infatti, in virtù di quali ragioni l’attuale gerarchia cattolica esprima i medesimi timori che oggi caratterizzano i fautori della globalizzazione. È lo stigma del Concilio Vaticano II, che – per volontà della influentissima ed eretica setta modernista – ha decretato la resa della Chiesa al mondo moderno ed alle forze che ne rappresentano l’espressione culturale e politica.
L’errore madornale che troppi uomini di Chiesa stanno commettendo, è quello di scavare un solco profondo tra i popoli – che non vogliono perdersi nella dissoluzione morale e fisica imposta dalla globalizzazione – e la Chiesa stessa, vista come un’istituzione complice delle forze fautrici di tale dissoluzione. Una complicità del tutto innaturale, s’intende, la cui realizzazione presuppone il tradimento totale del magistero tradizionale cattolico, ma che nei fatti si sta consumando con un’impressionante accelerazione verso gli esiti più infelici.
In relazione alla firma dei Patti Lateranensi – di cui lo scorso 11 febbraio è stato ricordato l’ottantottesimo anniversario – che sancirono la pace fra la Santa Sede e lo Stato italiano, dopo il travagliatissimo periodo post-unitario, abbiamo spesso sentito muovere alla Chiesa l’accusa di aver ceduto alle lusinghe del fascismo ed essere diventata “chiesa di regime”. Ora, al di là della consistenza di certe affermazioni volte a squalificare il significato dei Patti sanciti fra la Santa Sede ed il regime fascista, occorre guardare con lucidità alla sostanza ed agli effetti di quell’evento.
Il Concordato Stato-Chiesa del 1929, da parte cattolica può essere considerato un felice esempio di accordo fra le due istituzioni che, su piani distinti e non contrapposti, si occupano della vita delle persone e del consorzio umano associato. Grazie ai Patti Lateranensi, infatti, alla Chiesa fu riconosciuto quel ruolo di guida spirituale e morale della nazione che lo Stato liberale nato dal Risorgimento aveva disconosciuto, indicando anzi nella Chiesa stessa, e nella fede da essa custodita e trasmessa, il nemico principale della “nuova Italia”. Il Concordato, inoltre, riconobbe la religione cattolica come religione di Stato e restituì alla Chiesa tutta la libertà necessaria allo svolgimento della sua missione.
Oggi – a fronte dei ripetuti atti che mostrano una inequivocabile ed imbarazzante vicinanza della Chiesa al globalismo, quasi mostrandone il ruolo ad essa riservato di supporto “spirituale” e morale nell’opera di instaurazione del mondialistico e massonico Nuovo Ordine Mondiale – vien da domandarsi: la gerarchia ecclesiastica, che dal pontificato di Giovanni XXIII (1958 – 1963) persegue la via dell’innaturale connubio con le forze culturali e politiche della modernità (liberali, laiciste, progressiste), cosa spera di ottenere dal supporto offerto ad un sistema di potere le cui radici sono intrinsecamente avverse al cristianesimo? Nulla a vantaggio della Fede, ovviamente. Solo la speranza di una sopravvivenza meschina, segnata dal marchio infame del tradimento.
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2017-02-14 L’Osservatore Romano
Di fronte alle preoccupazioni provocate dalla crisi occupazionale in Italia e dalla crescita dei populismi e dei nazionalismi in tutto il mondo, il cardinale Pietro Parolin ha lanciato un appello “alla politica” affinché torni «a cogliere le esigenze concrete della gente», dando «risposte concrete».
In occasione di un’intervista televisiva, concessa al vaticanista del Tg1 Ignazio Ingrao e trasmessa nell’edizione delle ore 20 del 13 febbraio, il segretario di Stato si è dapprima soffermato sul tema dell’occupazione. «Credo davvero che il lavoro — ha detto — costituisca una delle emergenze dei nostri giorni, di fronte alla quale la Chiesa vorrebbe richiamare proprio quei principi di solidarietà sociale che devono essere alla base di ogni convivenza civile». Da qui la preoccupazione, espressa dal porporato «che talvolta la politica sia troppo distante, viva quasi — per usare una parola del Papa — in un mondo autoreferenziale». Invece, ha auspicato, essa «deve saper cogliere quelle che sono le esigenze della gente, e della gente concreta, e deve saper ridare delle risposte che siano risposte concrete, in modo tale che la gente torni a vivere e a sperare».
Anche in materia di populismi e nazionalismi il cardinale Parolin si è detto preoccupato. Anche perché, ha spiegato, «c’è il rischio — e il Papa lo ricordava tempo fa — che in un certo senso la storia si ripeta. Certamente queste chiusure non son un buon segno. Molti di questi fenomeni di chiusura nascono proprio dalla paura. E la paura — ha concluso il segretario di Stato — non è mai una buona consigliera».
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di Marco Sudati

riscossacristiana.it/le-preoccupazioni-della-gerarchia-catto-globalista-di-marco-sudati/

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1697: I TURCHI CONTRO L'EUROPA                            Zenta 11 settembre 1697: il tremendo capolavoro di Eugenio di Savoia. La guerra che i turchi ottomani hanno condotto contro l’Europa per quasi mezzo millennio è stata una guerra di conquista e di religione: le 2 cose sono inseparabili 

di F.Lamendola   



La guerra che i turchi ottomani hanno condotto contro l’Europa per quasi mezzo millennio è stata una guerra di conquista e di religione: le due cose sono inseparabili, perché l’islam forniva la motivazione e la conquista forniva i mezzi per l’allargamento ulteriore sia dell’islam sia della potenza turca. Viceversa, la guerra che l’Europa ha condotto per difendersi contro di essi è stata essenzialmente una guerra di civiltà, ossia una guerra per preservare il patrimonio di civiltà che l’Europa aveva elaborato e che l’eventuale conquista turca avrebbe inesorabilmente distrutto, insieme alla libertà politica e a quella religiosa. Le condizioni deplorevoli in cui si trovarono, e, in parte, tuttora si trovano, i popoli balcanici, ossia quelli che più a lungo sono stati sottomessi al dominio della Mezzaluna, lo dimostrano: i turchi hanno saputo solo sfruttare e reprimere i popoli conquistati, tentare di spegnere la loro civiltà senza avere nulla di paragonabile con cui sostituirla: a parte l’architettura, nulla essi hanno lasciato ai Greci, ai Macedoni, ai Bulgari, ai Serbi, agli Albanesi, ai Romeni, ai Croati, se non una miseria secolare e il ricordo di uno sfruttamento spietato e di atroci massacri in caso di rivolta (cfr. il nostro articolo L’impero ottomano è decaduto perché provo di un’idea e di un’etica, pubblicato su Il Corriere delle Regioni il 25/10/2015),
Lo stesso ragionamento vale, a fortiori, per lo scacchiere mediterraneo, in  cui si giocò la partita fra gli ottomani e gli europei. Qui, a fronteggiare l’urto, furono soprattutto gli Stati italiani, Venezia in primis, indi la Spagna; la Francia, viceversa, ha sempre brillato per la sua politica filo-turca, al punto da incoraggiare e aiutare le invasioni del Sultano perfino quando la stessa civiltà europea era direttamente minacciata. E ciò per la loro angusta politica anti-asburgica, totalmente indifferente alle sorti dell’Europa nel suo complesso, come si vide all’epoca dei due memorabili assedi di Vienna, nel 1529 e nel 1683). Venezia ha difeso strenuamente le due isole di Cipro e Creta, quando i Turchi sbarcavano a Otranto (nel 480) e martirizzavano l’intera popolazione, che non volle convertirsi all’islam, e mentre facevano terribili incursioni in Friuli e nella Marca Trevigiana, partendo dalle loro basi nei Balcani (cfr. il nostro articolo Ricordiamoci i martiri di Otranto, pubblicato sui Il Corriere delle Regioni il 24/08/2015).
Nel Mediterraneo occidentale, per alcuni secoli gli Stati barbareschi del Nord Africa vissero, letteralmente, di pirateria a danno delle navi e delle città cristiane: ancora in pieno XIX secolo era possibile che un cittadino siciliano, o toscano, o spagnolo, viaggiando a bordo di una nave che lo conduceva per i suoi affari, venisse catturato, fatto schiavo e venduto sui lontani mercati islamici, a meno che i suoi parenti o qualche confraternita religiosa non fossero così solleciti da pagare il riscatto (un destino che era già toccato anche al grande scrittore Miguel de Cervantes Saavedra, l’autore del Don Chisciotte della Mancia). Sono cose che i moderni europei, così dimentichi del loro passato e così inclini a denigrare la propria storia, dovrebbero tenere a mente: mentre l’Europa elaborava una civiltà che ha prodotto Leibniz, Pascal, Vico, Bach, Mozart, Liszt, Molière, Goldoni, Swif, Tiepolo, i Paesi del Nord Africa non hanno saputo fare altro che vivere parassitando il commercio altrui, saccheggiando le città altrui, rapinando e schiavizzando.
L’urto principale dell’espansionismo ottomano, nel cuore del continente, lo sostennero gli Asburgo. Prima i turchi avevano schiacciato un esercito franco-ungherese nella battaglia di Nicopoli del 1396, poi, impadronitisi definitivamente dei Balcani, avevano preso Costantinopoli, nel 1453, spegnendo per sempre la millenaria civiltà bizantina, nella pressoché totale indifferenza degli altri Stati europei; ma il destino dell’Impero bizantino era stato segnato molto prima, quando i turchi avevano conquistato e islamizzato l’Asia Minore, che, con la sua popolazione greca e cristiana, era stata, per quasi un millennio, la base demografica, economica e militare della sua prosperità. Nel 1526, nella battaglia di Mohacs, gli ottomani avevano vinto e annesso anche il regno d’Ungheria, giungendo così alle porte dell’Europa centrale: Eger fu il punto più settentrionale della loro avanzata, nel 1596. Adesso toccava a Vienna; ma Vienna infine resistette, con l’aiuto decisivo del re di Polonia, Giovanni Sobieski (cfr. il nostro articolo La rivincita della Mezzaluna tre secoli dopo l’11 settembre del 1683, pubblicato sul sito di Arianna Editrice l’11/09/2009 e ripubblicato su Il Corriere delle Regioni il 10/02/2017).
Quattordici anni dopo, vollero ritentare la prova delle armi. Al comando del sultano in persona, Mustafà II, il loro esercito mosse in forze tra il Danubio e il Tibisco, ma, questa volta, trovò davanti a sé uno dei più grandi geni militari di ogni tempo, Eugenio di Savoia (Parigi, 1663-Vienna, 1736), rampollo di un ramo laterale della casata principesca italiana, naturalizzato austriaco, il quale, con una serie di manovre abilissime, riuscì a piombare sopra gli invasori, a Zenta, durante la delicatissima fase di attraversamento del Tibisco, e li fece letteralmente a pezzi: più che una battaglia, fu un massacro, nel quale i turchi poterono solo annegare o fuggire. A partire da quel momento, il mito della potenza ottomana e dell’invincibilità dei suoi eserciti fu spezzato per sempre. Impossibilitato a espandersi ulteriormente e ad alimentarsi con le ricchezze e le tasse dei paesi soggiogati, costretto a vivere delle sue sole risorse, incapace di sviluppare una sua industria, una agricoltura moderna, un commercio efficiente, che non fosse quello della carne umana, iniziò la sua inarrestabile decadenza, che si sarebbe conclusa con lo sfacelo e la dissoluzione finale, duecentoventi anni dopo, al termine della Prima guerra mondiale.
Così ha ricostruito la battaglia di Zenta il celebre storico tedesco Franz Herre nella sua biografia Eugenio di Savoia. Il condottiero, lo statista, l’uomo (titolo originale: Prinz Eugen. Europas  heimlicher Herrscher, Stuttgart, 1997; traduzione di Anna Martini Lichtern, Milano, Garzanti, 2001, pp. 53-55):

Il sultano Mustafà II avanzò con uno stuolo di 100.000 uomini composto dalla temibile truppa d’assalto dei giannizzeri, dall’aggressiva cavalleria degli “spahi”, da artiglieri e costruttori di trincee, seguiti da un gigantesco carrozzone di o, artigiani, saltimbanchi, donne dell’harem ed eunuchi. La musica di marcia – suonata da tamburi, piatti, triangoli, campanelli e sonagli – incitava le truppe e rimbombava nelle orecchie degli avversari. “Il loro braccio sia vittorioso, la loro sciabola tagliente, la loro lancia penetrante, sempre devono tornare vittoriosi e in buone condizioni” – così recitava il motto dei giannizzeri, il cui traguardo era e rimaneva Vienna, dove intendevano cogliere il “pomo d’oro” in cima alla torre del duomo di Santo Stefano e fare sventolare sulla città imperiale le insegne militari dei loro comandanti, rappresentare da una cosa di cavallo con la mezzaluna.
Eugenio passò in rassegna le proprie truppe con cui intendeva non solo frenare, ma anche respingere i turchi. La fanteria era ancora armata di picche e moschetti e già con fucili a baionetta e disponeva di granatieri che lanciavano bombe a mano. Nella cavalleria figuravano corazzieri che menavano fendenti con il “pallasc” e sparavano con pistole; dragoni, una sorta di fanteria a cavallo, e ussari impiegato in manovre di ricognizione e d’assalto. L’artiglieria, sebbene trascurata dall’Austria in quanto “arma più onerosa”, sembrava superiore a quella turca.
Tali truppe erano condotte alla battaglia secondo regole canoniche. In un’epoca in cui il razionalismo prese a regolare anche gli schieramenti militari, le masse informi di combattimento dei tempi andati furono sostituite da formazioni articolate ed estese in lunghezza che preannunciavano la tattica di linea del XVIII secolo. I tirchi tenevano fede a uno schieramento a forma di mezzaluna e attaccavano, per lo più, in superiorità numerica, a mucchi compatti, con i giannizzeri che, dopo avere sparato con i moschetti, brandivano le scimitarre lanciando un grido di guerra inteso a infondere loro coraggio e a fare ghiacciare sangue nelle vene al nemico. Sennonché, quando incontravano una decisa resistenza, il loro slancio si smorzava ben presto e battevano in una ritirata altrettanto disordinata di quanto non fosse stato l’attacco.
Il principe Eugenio, che aveva già combattuto in Ungheria, non era nuovo al modo di combattere dei turchi. In Italia aveva sperimentato come una rigida applicazione delle norme non si rivelasse necessariamente una garanzia di successo: il generale doveva mostrarsi flessibile, riservandosi una tattica inaudita agli assertori dello stile classico in campo proprio e che cogliesse impreparato, in quanto orientato a tale stile, anche l’avversario., in modo tale che quest’ultimo potesse essere colto di sorpresa e spiazzato.
Sulla scorta di tali considerazioni il principe Eugenio mosse incontro al sultano Mustafà II partito da Belgrado. Non era dato sapere come intendessero avanzare i turchi, se risalendo il Danubio verso Petervaradino e da lì verso Ofen e Pest, oppure risalendo il fiume Tibisco in direzione di Szegedin e della Transilvania. Il comandante austriaco doveva attendere che  “il nemico abbia dichiarato i suoi propositi”. La certezza fu fornita nella notte fra il 6 e il 7 settembre da un disertore: il sultano aveva imboccato la strada del Tibisco. Eugenio fece subito dirigere lassù il grosso dell’esercito precedendolo con la cavalleria, impaziente com’era di affrontare e sbaragliare il nemico.
L’11 settembre 1697 apprese da un pascià fatto prigioniero dai suoi ussari, interrogato personalmente, che il sultano stava incominciando ad attraversare il Tibisco a Zenta. Subito galoppò in avanscoperta e, dopo avere notato che sull’unico ponte di barche era stato trasferito sull’altra sponda solo una parte dell’esercito, ordinò senza indugio l’attacco sul grosso delle truppe nemiche che ancora rimanevano sulla riva destra.
“Si sarebbe detto un massacro, non una battaglia” – le parole del poeta si trasformarono a Zenta in sanguinosa realtà. La fanteria turca fu sopraffatta, gettata nel fiume, spinta contro il ponte, che cedette. I fuggiaschi furono inseguiti perfino in acqua. Coloro che avevano raggiunto la sponda sinistra, fra cui il sultano, furono colti dal panico e si dispersero in direzione di Temesvar, lasciando 25.000 caduti, fra cui il gran visir, sette cimieri a coda di cavallo, 423 bandiere, 100 pezzi d’artiglieria e la cassa di guerra. Questa, tuttavia, era già stata svuotata dalle truppe magiare ausiliarie dei turchi prima che prendessero anch’esse il largo. Le perdite degli austriaci furono relativamente contenute:  circa 450 morti e 1.500 feriti.
”Questa azione vittoriosa”, Eugenio riferì all’imperatore, “si è conclusa al calar della notte, e perfino il sole non ha voluto tramontare prima di avere assistito con il suo occhio splendente al completo trionfo delle gloriose armi di Sua Maestà Imperiale”. Quell’11 settembre 1697 sorse il sole della fama di Eugenio destinato a non tramontare più. Il diplomatico veneziano Carlo Ruzzini commentò: “Benché la fortuna, obbedendo a una superiore risoluzione, abbia contribuito in larga parte al trionfo di Zenta, il principe Eugenio riunisce nondimeno in sé tanto senno e giudizio da entrare nel novero dei massimi generai. Vanta una compiuta esperienza di guerra e un’attenzione al minimo dettaglio. Possiede inoltre uno straordinario coraggio e un’accortezza con cui voglie e regola di conseguenza le circostanze date”.

Il fatto di aver difeso il cuore dell’Europa contro la minaccia turca, mentre il resto dell’Europa restava indifferente o addirittura, come nel caso della Francia del Re Sole, complottava col nemico, è e resterà il massimo vanto degli Asburgo d’Austria nella storia del nostro continente, insieme al merito di aver saputo tenere insieme una dozzina di popoli diversi, riunendoli entro un organismo statale efficiente e ordinato, e ciò in un’area – quella carpatico-danubiana – estremamente inquieta e già provata dal peso del brutale dominio ottomano.
I denigratori dell’Europa e gli odiatori del ruolo storico svolto dal’Austria nelle vicende europee dovrebbero tenere a mente questi fatti. La nostra civiltà ha contratto un debito nei confronti di quello che è oggi solo un piccolo Paese dell’area alpina, al quale,  nella Conferenza della pace di Parigi, nel 1919, fu imposto un duro destino, per le mene della Massoneria internazionale e per la politica egoista e ignorante di tre uomini come Wilson, Clemenceau e Lloyd George, rappresentati di tre nazioni che nulla sapevano di quella storia e in nulla avevano partecipato a quei meriti…

 
Zenta, 11 settembre 1697: il tremendo capolavoro di Eugenio di Savoia

di

Francesco Lamendola