ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 25 aprile 2018

Si confrontano due antropologie nel mondo

IL CASO EVANS
Alfie, uno scontro fra antropologie

Ormai la questione è aperta, la questione che San Giovanni Paolo II vide ed insegnò con grande chiarezza. Si confrontano due antropologie nel mondo: quella dell'uomo padrone di se stesso e quella dell'uomo aperto al Mistero.



Il nostro pensiero va con profondo affetto ad Alfie, per la straordinaria battaglia che sta compiendo per mantenere intatta la propria vita. Ma anche alle migliaia e migliaia di persone che in Inghilterra e molti altri paesi del mondo, inclusa l'Italia, hanno dato luogo a manifestazioni che segnassero visibilmente la vicinanza del popolo a questo piccolo figlio del popolo che deve morire perché la sua immagine di vita non corrisponde all’immagine di vita dominante.


Questa grande battaglia il popolo ha saputo farla. Quali che siano i risultati, perché la crudeltà e l’irrazionalità non possono essere vinte neanche dalle manifestazioni. Qualunque sia la conclusione, si tratta di una grande vicenda di popolo quella che si è compiuta sotto i nostri occhi e alla quale tutti abbiamo potuto partecipare con maggiore o minore determinazione.


Ma questa grande esperienza di popolo individua anche gli orrendi colpevoli di questa vicenda. Questa eugenetica che sostanzialmente non ha nulla da invidiare all’eugenetica nazista, sembra costituirne una sua prosecuzione, incredibile dati i tempi in cui viviamo.

È stata stabilita la morte di un bambino, assolutamente normale nelle sue reazioni che, a tantissime ore dalla sospensione della ventilazione vive, respira, reagisce con le proprie forze.
Coloro che intendono sacrificare la vita di Alfie alla loro concezione malata di eugenetica si assumono una responsabilità tremenda. E compaiono nell’orizzonte delle nostre coscienze immagini che pensavamo non si sarebbero più presentate. Quegli orrendi sperimentatori sulla carne viva del popolo tedesco e non solo, ad Auschwitz e negli altri campi di concentramento.

Credo che siano stati soltanto gli apripista di questo cammino che è arrivato con la vicenda di Alfie alle sue terribili conseguenze. Ciò non toglie che ancora in qualche modo speriamo in un epilogo diverso e siamo grati all’intensa attività che è stata condotta su questa vicenda in questi tempi dalla Santa Sede.

Ormai la questione è aperta, la questione che San Giovanni Paolo II vide ed insegnò con grande chiarezza. Si confrontano due antropologie nel mondo. Da una parte una assolutamente strapotente: l’antropologia dell’uomo padrone di se stesso e che cerca di esercitare il suo dominio sulla realtà. Dall’altra l’antropologia di un uomo aperto al mistero, che cerca nel cammino verso il Mistero di realizzare pienamente la propria umanità. Cultura della vita, cultura della morte. Certamente la cultura della vita è gravemente minoritaria in questo momento in quasi tutto il mondo. Ma occorre che chi se ne sente responsabile protagonista continui il suo cammino, la sua battaglia.

Il problema della vita e della morte non è un problema statistico, il problema della vita e della morte è un confronto di antropologie; occorre dare tutta la forza e la consistenza all’antropologia della verità perché posssa trionfare contro il male, che sembra invincibile ma che certamente non lo è.

Il piccolo Alfie raccoglie oggi tutta la grandezza ideale dei nostri popoli e giudica tutta la meschinità e la depravazione di tante, troppe istituzioni o troppe strutture scientifiche. E qui un pensiero va anche al triste spettacolo della Chiesa inglese a cui non avremmo mai pensato di assistere: silenzio e sostegno aperto al comportamento dei medici dell’Alder Hey Hospital. Non posso non vedere questo come un grave tradimento contro la verità e la libertà del popolo.

Credo che la battaglia sia all’inizio e che occorra pregare la Madonna perché aiuti coloro che difendono l’intangibilità della vita e il suo destino di bene a non ritirarsi.

Luigi Negri

* Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio


http://www.lanuovabq.it/it/alfie-uno-scontro-fra-antropologie

LA BATTAGLIA DEGLI EVANS

La dignità di Alfie dà speranza tra udienze farsa e vittimismo

Durante l'udienza di ieri è stato grottesco sapere di un medico che parlava di «paura» tra i suoi colleghi. Siamo al paradosso per cui chi, come il papà di Alfie, sta subendo un'ingiustizia palese, viene dipinto come un rozzo della classe popolare che offende gli educatissimi boia. Dopo questa ennesima tappa di un processo violento e ingiusto, verrebbe naturale sbraitare o arrendersi di fronte alla perfidia dell'astuzia vittimista. Ma Thomas e Kate ci hanno insegnato un'altra strada, più dignitosa:«Alfie è vivo e finché non smette di lottare, noi non smettiamo». 
Non solo vogliono uccidere a tutti i costi Alfie Evans senza arrendersi di fronte all'evidenza della sua vita che continua pur priva della ventilazione meccanica, confermando in mondovisione che hanno sbagliato, ma i medici dell'Alder Hey Hospital vogliono anche mostrarsi come le vittime della famiglia di un bambino che hanno giudicato, insieme al magistrato Hayden, "inutile". 
Secondo l'ospedale, "l'inutile" Alfie doveva morire 15 mesi fa, motivo per cui non valeva la pena spendere denaro prezioso per tentare una diagnosi, viste anche le somme necessarie al sistema sanitario per finanziare gli aborti (specialmente degli handicappati), la fecondazione in vitro, i trattamenti e le operazioni che fanno credere agli uomini di poter cambiare di sesso. Inoltre, non è mai bastato a convincere i giudici il fatto che Alfie avesse già smentito i medici più volte continuando a lottare per la vita, tanto che ieri, dopo mesi di scontro legale, finalmente l'Alder Hey ha ottenuto il via libera definitivo alla sospensione della venitlazione per uccidere Alfie.
Peccato che, quando il procedimento è partito, invece che liberarsi di un peso (pronto a smentirli se fosse stato trasferito all'ospedale Bambin Gesù), Alfie ha fatto come suo solito chapeau, ribaltando ogni previsione. Durante le udienze di questi mesi, infatti, i medici avevano spiegato che Alfie, date le sue gravi condizioni, sarebbe morto al massimo in 10 minuti. Invece il piccolo, tolto il supporto vitale lunedì sera, ha cominciato a respirare da solo miracolosamente, dato che per mesi i suoi polmoni erano stati stimolati meccanicamente. 
Eppure, piuttosto che ammettere i propri errori, i medici, non sopportando di subire lo smacco e l'umiliazione del mondo, di fronte al giudice intervenuto per decidere come comportarsi con il piccolo non muore, hanno sviato l'attenzione della stampa sul comportamento del papà di Alfie. La tattica dei legali dell'ospedale è stata quella di far passare Thomas come «un giovane fanatico e visionario» che per difendere il suo bambino da un'esecuzione di morte ha osato disturbare gli educatissimi boia. Quando sappiamo bene che la sua unica colpa è sempre stata solo una, quella di non tradire la vita di suo figlio Alfie, dimostrando di aver ragione e ottenendo una vittoria enorme sul piano umano e morale. 
Perciò, durante l'udienza di Hayden, è stato quanto meno grottesco sentire un medico parlare di una «reale paura» tra i suoi colleghi medici. Perché siamo al paradosso per cui chi viene aggredito, costretto in ospedale per mesi senza la libertà di scegliere le cure del proprio bambino, è dipinto come un aggressore maleducato, un ignorante che non capisce i medici. Medici che però, probabilmente persi nei loro sofismi teorici, hanno perso di vista l'evidenza, che resta solo una: Alfie è vivo e pur ventilato meccanicamente per mesi è riuscito miracolosamente a respirare da sé, solo con l'aiuto di un po' di ossigeno. Ora per farlo morire in fretta, dato che non hanno intenzione di lasciarlo uscire dalla prigione ospedaliera presidiata dalla polizia, potrebbero provare ad accelerare il processo.
Sembra impossibile che medici e giudici non vogliano vedere, ma dopo aver assistito all'ennesima pantomima legale di ieri abbiamo ascoltato il Vangelo del giorno, in cui Gesù spiega perché sebbene le sue opere gli diano «testimonianza voi non credete, perché non siete mie pecore». Eppure, aggiunge ricordandoci la meta della vittoria, «le mie pecore...non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano».
Eppure, verrebbe naturale non credere, ribellarsi e arrabbiarsi di fronte alla perfidia e l'astuzia vittimista abile nel trasformare la vittima in carnefice. Ma Thomas e Kate ci hanno insegnato un'altra strada, più efficacie, più uman, quella di continuare a combattere sempre, perché «finché Alfie non molla, noi non molliamo». Siamo sicuri che questo guerriero scelto da Dio per «confondere ed umiliare i suoi nemici», come dice il Salmo, non ha finito la sua missione in cui lo seguiremo fino alla fine. 
Benedetta Frigerio