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venerdì 6 agosto 2021

Nulla accade contro il suo volere

 IMPERO ROMANO E PROVVIDENZA

    L’Impero romano fu strumento della Provvidenza? Dante Alighieri ne era convinto: il canto 6° del Paradiso è tutto un’appassionata rievocazione del volo dell’aquila imperiale, interpretata in chiave di provvidenzialità religiosa                                                                               di Francesco Lamendola   

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L’Impero romano è stato uno strumento della Provvidenza divina, atto a favorire la massima diffusione della religione cristiana, grazie alla sua ampia estensione e al suo eccellente sistema di strade e di trasporti, che rendeva possibile la rapida circolazione delle persone e delle merci, e naturalmente anche delle idee e dei valori, dalla Siria alla Britannia e dall’Egitto alle rive del Danubio? Dante Alighieri, come è noto, ne era convinto; così come era convinto che la donazione di Costantino (alla quale lui, come tutti i suoi contemporanei, fermamente credeva) fosse stata cosa buona e giusta nelle intenzioni di quell’imperatore, per assicurare ai papi la necessaria autonomia dal potere politico; ma che col passare del tempo era divenuta un fardello gravoso che aveva finito col recare un grave danno morale alla Chiesa, deviandone lo slancio spirituale verso fini terreni estranei alla sua natura e alla sua ragion d’essere. 


Il luogo in cui Dante esplicita con maggiore ricchezza di particolari l’idea della provvidenzialità dell’Impero romano e ci dà, al tempo stesso, un saggio della sua filosofia della storia, in armonia peraltro con quella dei maggiori pensatori cristiani, è il canto sesto del Paradiso, che è tutto un’appassionata rievocazione del volo dell’aquila imperiale da una estremità all’altra della terra allora conosciuta, e al tempo stesso la sua interpretazione in chiave di provvidenzialità religiosa.

Oggi questo modo di pensare la storia è pressoché scomparso, anche fra i credenti. Ed è appunto qui che si può misurare fino a che punto i cattolici moderni sono diventati sempre più moderni, cioè sempre più conformi ai modi di pensare e di sentire della modernità, e parallelamente sempre meno cristiani, cioè sempre più lontani dall’autentica visione cristiana del mondo e della vita. Di tale visione la storia è, naturalmente, una parte cospicua: il cristiano infatti è chiamato a pensare la storia con particolare urgenza, perché se il mistero della Rivelazione ha luogo nella storia, nondimeno la Parusia avrà luogo alla fine dei tempi e romperà una volta per tutte lo schema temporale entro il quale si snoda la vicenda umana. Pertanto il cristiano dovrebbe vivere sempre con un occhio rivolto al presente, perché anch’egli, come tutti, si trova a vivere qui e ora, e deve fare i conti con le scelte e le sfide dell’ora attuale, ma con l’altro occhio deve sempre avere innanzi a sé l’orizzonte dell’eternità, perché egli sa che tale è il destino finale di tutto ciò che esiste, e che in esso si scioglieranno come sabbia sia le secolari costruzioni dei popoli e delle civiltà, sia il breve arco delle vite dei singoli individui, con tutto ciò che essi hanno amato e temuto, sperato e odiato, costruito e vanificato.

 

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La venuta di Gesù Cristo è lo snodo fondamentale della storia umana: tutto ciò che si può pensare intorno al senso della storia e al destino finale della vicenda umana non può prescindere da esso!

 

Il concetto fondamentale della visione cristiana della storia è che Dio è il Signore dell’universo e perciò è anche il padrone assoluto della storia stessa; che nulla accade contro il suo volere e che tutto ciò che accade o è voluto, o è permesso da Dio, sempre tenendo conto del fattore del libero arbitrio, il dono più bello che Egli ha fatto alla sua creatura prediletta, quella nella quale si è compiaciuto d’imprimere la Sua immagine. Ora, se Dio è il vero padrone della storia, ne consegue che gli uomini, per quanto possano essersi allontanati da Lui, per quanto traviati e sedotti dal maligno, non potranno mai abusare della loro libertà fino al punto di contrastare il Suo santo volere, al centro del quale vi è il mistero della Redenzione. Dio ha mantenuto e in un certo senso ha oltrepassato la Sua promessa, quella fatta ai nostri padri antichi: non solo ha mandato i profeti ad annunciare la Buona Novella, ma anche il suo stesso Figlio Unigenito, proprio come il padrone della vigna manda ai malvagi vignaioli suo figlio, affinché rientrino in se stessi e desistano dal loro atteggiamento ribelle (cfr. Mt 21,37). Tale è il mistero dell’Incarnazione del Verbo, che s’inserisce nella storia e segna in essa una profonda cesura fra il “prima” e il “dopo”. Ma proprio come i vignaioli malvagi, anche i giudei che Lo videro, Lo udirono e furono toccati dalla grazia ineffabile della Sua venuta si ribellarono contro di Lui e vollero metterlo a morte. E questo è il mistero della Redenzione: perché Dio, nella Sua infinita potenza e nel Suo infinito amore, ha voluto trarre il bene dal male supremo, e far sì che il Sacrificio del Suo Figlio Unigenito, messo a morte per mano degli uomini, si trasformasse in sorgente di salvezza per tutti quelli che avessero creduto in Lui.

Per il cristiano, è impossibile leggere la storia senza tener conto di questa scansione soprannaturale: l’annuncio del Messia e la sua attesa da parte dell’umanità; la venuta del Messia e il compimento della Promessa; la Passione, Morte e Resurrezione di Gesù Cristo; il tempo finale, quello della predicazione del Vangelo da parte degli Apostoli e dei loro successori e l’attesa del ritorno definitivo di Cristo giudice, per separare la zizzania dal loglio e dare all’universo il suo assetto definitivo e glorioso. Tutto il resto – le gesta degli uomini, il sorgere e il tramontare delle civiltà e degli imperi, le invenzioni, le scoperte, la tecnica, la scienza, l’arte, la poesia, il pensiero, la vita delle generazioni e dei singoli individui – non è che la parte mobile del quadro, in certo qual modo lo sfondo del vero dramma: quello della Caduta, della Redenzione e del Giudizio Finale, nel quale gli uomini paiono i protagonisti, ma sono solo le comparse di un gioco immensamente più grande di loro, i cui veri protagonisti sono Dio, che vuole la loro salvezza eterna e si avvale delle schiere angeliche, e Satana, fiancheggiato dall’esercito dei demoni, che vuole la loro dannazione ed escogita ogni sorta di espediente per allontanarli da Lui, ingannandoli con false promesse e facendo leva sul loro folle orgoglio e la loro fondamentale ingratitudine verso il Creatore, proprio come fece coi loro progenitori nel giardino dell’Eden.

E adesso torniamo al discorso sulla provvidenzialità dell’Impero romano. Perché proprio quella costruzione storica avrebbe rivestito un particolare carattere di provvidenzialità, e non, poniamo, l’Impero cinese o l’Impero degli Inca? La ragione è molto semplice: perché Gesù Cristo nacque in Palestina, che a quell’epoca era una provincia di Roma; e perché Roma, in quel momento, sotto Augusto, aveva raggiunto il culmine della sua potenza della sua estensione e della sua forza irradiante anche al di là delle proprie frontiere. Ciò significa che in esso, e solamente in esso, vi erano le condizioni storiche migliori, le più favorevoli, affinché il messaggio di Cristo, l’esempio luminosissimo della Sua vita e la potenza incommensurabile della Sua parola si diffondessero ovunque e raggiungessero, un poco alla volta, tutte le genti. Come difatti è accaduto, sfruttando il centro ideale del Mediterraneo orientale e conquistando gradualmente non solo i popoli dell’Impero romano, ma anche, più tardi, i popoli estranei ad esso e suoi atavici nemici, quelli stessi che cinque secoli dopo lo avrebbero distrutto – restando però talmente affascinati dalla sua civiltà e dalle religione di Cristo, da volerlo far risorgere, sia pure in forma diversa, facendone il cuore della nuova civiltà che sarebbe sorta dopo i secoli difficili della transizione dall’una all’altra, da quella greco-romana a quella cristiana medievale.

 

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L’Impero romano fu strumento della Provvidenza?

 

Scrive il saggista Dario Pasero a questo riguardo (su Il Settimanale di Padre Pio, n. 20 del 23 maggio 2021, pp. 28-30):

Il canto Vi viene anche, e giustamente, definito come “canto dell’Aquila”, poiché a parlare è, sì, Giustiniano, ma la vera protagonista del suo discorso è l’Aquila, simbolo dell’Impero Romano, in quanto già simbolo di Giove, re degli dèi. Abbiamo dunque una catena simbolica di tal genere: l’Aquila è emblema di Giove, e dunque di Dio (secondo Dante gli dèi pagani erano in qualche modo, “ombre” del vero Dio, nomi cioè con cui gli idolatri chiamavano, pur non comprendendolo nella loro ignoranza, l’unico vero Dio; l’Aquila dunque rappresenta Dio, che è la giustizia, e pertanto l’Impero (col suo simbolo) è la concretizzazione  terrena della giustizia divina: l’Impero è dunque, in ultima analisi, la rappresentazione politica in terra di Dio, l’unica istituzione che possa e debba sempre esistere, in quanto voluta da Dio stesso, che in esso si vede rappresentato storicamente. Anche gli altri regni terreni e le istituzioni singole, come i comuni, vanno inquadrati nella compagine universale dell’Impero, trovando la loro ragion d’essere (e la loro libertà) solamente in quanto parti di esso, che per sua definizione deve essere unico ed universale, così come unico ed universale è Dio stesso. Di tale convinzione sono testimonianza concreta, nel canto, le espressioni: «Per lo regno mortal ch’a lui soggiace» (v.84); il mondo intero è sottoposto al potere dell’Aquila; «sotto le sue ali» (v.95): Carlo Magno realizzò l’impero cristiano soccorrendo la Chiesa sotto la protezione dell’Aquila; «pubblico segno» (v.100): l’Aquila è definita tout-court “emblema universale”, contrapponendola ai “gigli gialli” degli Angiò.

L’applicazione concreta di queste convinzioni dantesche, insieme al suo elogio dei “veterum mores” (“i costumi degli antenati”), ci sarà offerta dalla figura del suo trisavolo Cacciaguida, quando (canti XV-XVII) egli terrà l’elogio della Firenze antica dei suoi tempi (sec. XI). Il tema dell’Aquila come simbolo di Dio, e della giustizia (divina e terrena), sarà poi da Dante ripreso anche nel canto XX sempre nel “Paradiso”.

Ecco dunque spiegato come mai il Foscolo si senta autorizzato a chiamare “ghibellin fuggiasco” (“I sepolcri,v.174) Dante, benché egli fosse storicamente un guelfo. (…)

Il testo del canto VI ci esplicita – nelle parole di Giustiniano – la teoria storica che si è soliti definire “concezione provvidenziale della storia”, vale a dire gli eventi storici come emanazione diretta della Provvidenza divina. Tale teoria, già presente in alcuni scrittori cristiani dei primi secoli (tra cui sant’Agostino), si basa sulla fede cristiana nella necessità della Redenzione dell’umanità, caduta dopo il peccato originale, grazie alla Incarnazione, Passione e Morte di Nostro Signore. La storia pertanto viene divisa in due grandi tronconi (ripresi poi anche dal nostro computo cronologico), cioè gli anni avanti Cristo e quelli dopo Cristo, dando appunto alla nascita di Gesù Cristo il ruolo di “nodo” centrale e fondamentale di tutta la storia dell’umanità. Di questi due spezzoni, il primo costituisce la preparazione della venuta di Gesù Cristo alla maturità dei tempi, mentre il secondo ne dispone l’attuazione al fine di prepararne la seconda venuta (la “parousìa”). Tutto ciò che storicamente è capitato prima di Cristo ne anticipa la venuta, tutto ciò che è avvenuto dopo  predispone la costruzione del suo Regno in terra. Strumento preparatorio della venuta del Messia è stato – per volere di Dio stesso – l’Impero Romano che, proprio perché voluto da Dio, doveva essere lo strumento (seppur inconsapevole) grazie al quale Cristo potesse nascere nel territorio universale di Roma, nel quale poi la sua buona novella si sarebbe facilmente diffusa. L’universalità dell’Impero ha dunque due motivazioni: una storica, affinché un messaggio universale come quello cristiano si potesse sviluppare universalmente, ed un’altra invece metafisica, poiché l’Impero nella sua unicità ed universalità potesse in qualche modo testimoniare, riproducendola, l’unità e la universalità di Dio. Ecco dunque che la parte centrale del canto (vv.34-96) è occupata dalla narrazione dei principali fatti che portarono alla nascita dell’Impero fino all’Incarnazione di Cristo (vv.34-90) ed alla sua successiva cristianizzazione (vv.91-96).

È ovvio che questa concezione, tipicamente cristiana, della storia si opponga alle due altre principali teorie che, sviluppatesi entrambe nel secolo XVIII, vengono normalmente studiate nelle nostre scuole: quella vichiana dei “corsi e ricorsi” storici, che sottolinea in qualche modo il ripetersi, nella sostanza se non nei singoli fatti, delle situazioni storiche, e quella illuministica (che sarà alla base poi di quella marxista), per cui la storia umana è un lento ma inarrestabile ed inesorabile muoversi verso il progresso (“il sole dell’Avvenire”…) e la perfezione umana e sociale, simboleggiati dal concetto, tanto fumosamente astratto, quanto fondato acriticamente sulla sua idolatria, di “libertà”, individuale e collettiva.

 

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Il cristiano dovrebbe vivere sempre con un occhio rivolto al presente, perché anch’egli, come tutti, si trova a vivere qui e ora, e deve fare i conti con le scelte e le sfide dell’ora attuale, ma al contempo con l’altro occhio deve sempre avere innanzi a sé l’orizzonte dell’eternità!

 

Dunque per Dante, come per Sant’Agostino, come per san Paolo e tutti i Padri e i Dottori della Chiesa, i Santi e i venti concili fino al Vaticano I, la venuta di Gesù Cristo è lo snodo fondamentale della storia umana: tutto ciò che si può pensare intorno al senso della storia e al destino finale della vicenda umana non può prescindere da esso. Ciò dovrebbe essere altrettanto chiaro anche ad un cristiano dei nostri giorni, ma non lo è, perché per i cristiani moderni, e i cattolici si sono accodati ai protestanti, il centro della storia è l’uomo, e Dio sta sullo sfondo, presenza discreta: così discreta che si potrebbe quasi fare finta che non esista addirittura. Etsi Deus non darteur, come se Dio non ci fosse, suggeriva Dietrich Bonhoeffer: e gran parte della sedicente teologia cattolica della seconda metà del XX secolo si è messa sulla stessa linea. Ormai è quasi normale sentire i cattolici parlare come se la loro fede fosse un fatto meramente formale: per non apparire retrogradi e chiusi al dialogo, sono pronti a porre fra parentesi tutto ciò che riguarda la loro fede, non solo quando si parla delle altre (false) religioni, ma anche in tema di divorzio, aborto, eutanasia e unioni omosessuali…    

 

L’Impero romano fu strumento della Provvidenza?  

di Francesco Lamendola

 

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