ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 11 giugno 2014

Uscire dal corridoio stretto

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(fonte: www.chiesa) Le vere questioni che i divorziati “risposati” pongono alla Chiesa. Da “Die Tagespost” del 5 giugno 2014. L’autore è vicario generale della diocesi di Coira, in Svizzera
di Martin Grichting
In una cerchia ristretta di amici il cardinale Miroslav Vlk, già arcivescovo di Praga, una volta ci parlò della Chiesa perseguitata dai comunisti in Cecoslovacchia. Alcuni vescovi clandestini credettero fosse legittimo, a causa della grave persecuzione cui era soggetta la Chiesa, trasgredire la disciplina della Chiesa amministrando l’ordine sacro a uomini sposati. La scarsa amministrazione dei sacramenti ai fedeli sembrava esigerlo. Il cardinale Vlk, lui stesso perseguitato per anni e marginalizzato come pulitore di vetri, si astenne dal giudicare il comportamento di questi vescovi clandestini. Al riguardo disse solamente: “Volevano salvare la Chiesa”.

Questo episodio dei miei anni da studente mi è tornato alla mente quando ho letto la relazione del cardinale Walter Kasper al concistoro dello scorso febbraio. Nel frattempo pubblicata con il titolo “Il Vangelo della famiglia”, essa espone la situazione di numerose coppie composte da fedeli divorziati e “risposati” con rito civile. Com’è noto, il cardinale Kasper fa una proposta, in forma interrogativa, su come la Chiesa potrebbe aiutare pastoralmente queste comunioni di vita.
PENTIMENTO, MA DI CHE COSA?
Non contesto la buona volontà del cardinale Kasper di voler contribuire a “salvare” la Chiesa. Il prezzo che è pronto a pagare, però, è alto. Se i divorziati e “risposati” con rito civile fossero ammessi ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia, la Chiesa riconoscerebbe e dichiarerebbe legittima una convivenza intima extraconiugale.
Fino ad ora riguardo a ciò la Chiesa parlava di “atti propri ed esclusivi degli sposi” (Familiaris consortio, 11) e designava “l’atto sessuale fuori del matrimonio” un “offesa alla dignità del matrimonio” (Catechismo della Chiesa cattolica, Compendio, 502). Il matrimonio validamente contratto e consumato non può infatti essere annullato contraendo un nuovo matrimonio civile. Esso rimane valido e quindi una nuova relazione intima deve essere vista come extraconiugale.
Vivere in questa nuova relazione da ora in poi non sarebbe dunque più peccato. O sarebbe un peccato in un certo senso tollerato dalla Chiesa, per il quale non sarebbe richiesto pentimento e per il quale non sarebbe necessaria almeno la volontà di volersi distanziare da esso. Questa è la conclusione che si trae dalle esposizioni del cardinale Kasper.
Nelle oltre 90 pagine della sua lunga relazione, infatti, egli omette di menzionare il vero motivo per cui i fedeli che vivono in una relazione extraconiugale non possono ricevere il sacramento della penitenza. Il motivo in realtà non è la colpa per la disgregazione di fatto del matrimonio sacramentale, rimanendo esso valido; per questa può esservi il pentimento e il perdono. Il motivo per cui l’assoluzione – e con essa, in seguito, l’accesso alla santa comunione – non è possibile, è da trovarsi altrove. È nel fatto che la relazione intima con una terza persona comporta adulterio e questa è una realtà oggettivamente peccaminosa, per la quale non sussiste pentimento, né l’intenzione a rinunciarvi. Anzi, questa seconda relazione intima viene espressamente voluta. È stata contratta in piena coscienza, non vi è intenzione di abbandonarla e si ritiene che continui a persistere nel futuro. È questo il problema. Ciò che si vuole mantenere – oggi e domani – non può allo stesso tempo essere oggetto di vero pentimento. Il figliol prodigo non fece ritorno per chiedere ulteriore denaro e continuare il suo stile di vita problematico anche in futuro. Avrebbe ottenuto misericordia se avesse manifestato al padre l’intenzione di voler continuare con lo stesso stile di vita?
La discussione su questo punto cruciale purtroppo manca nella relazione del cardinale Kasper, per il resto molto accurata e fondata. Manca poi anche una discussione – eventualmente anche critica − sul punto in cui la “Familiaris consortio”, al n. 84, presenta una soluzione concreta per la situazione dei divorziati e “risposati” con rito civile: se a causa della responsabilità verso i propri figli (concepiti nel matrimonio o nella seconda relazione) non possono separarsi, convivano come fratello e sorella.
TRA CONSENSO DELLA MAGGIORANZA E VERITÀ
Si pone perciò a questo punto il seguente ragionamento. Tutte le chiese e comunità ecclesiali non cattoliche che tramite costrutti teologici quali il “secondo matrimonio con carattere penitenziale” o anche senza alcun tentativo di giustificazione teologica hanno legittimato una seconda relazione intima, adultera rispetto al matrimonio originario, erano − o sono tuttora − Chiese di Stato: a partire dalla Chiesa ortodossa, alle comunità evangeliche e riformate nelle zone di lingua tedesca, alla Scandinavia fino alla Chiesa anglicana.
È fuori dubbio che le chiese di Stato sono sottomesse all’autorità statale e possono quindi essere oggetto di pressioni politiche. Allo stesso tempo, però, vengono anche annesse al potere e così tendono a valorizzare la loro posizione e a volerla difendere. I matrimoni non hanno cominciato a disgregarsi solo nel tardo XX secolo, bensì, come ci mostra l’esempio di Enrico VIII, già in tempi lontani. La pressione sulle Chiese di Stato a legittimare teologicamente comunioni di vita extraconiugali esistevano dunque già in passato. Chiese di Stato controllate dalla politica e rese potenti spesso non sono state in grado di resistere a tale pressione. Si doveva accondiscendere al desiderio dell’imperatore, del re o del padrone, non da ultimo anche per poter continuare ad usufruire della privilegiata posizione di Chiesa di Stato.
In questa ottica è difficile considerare casuale il fatto che oggi siano in primo luogo proprio vescovi e cardinali, assieme a teologi, di quei paesi in cui la Chiesa viene finanziata tramite imposte e quindi si trovano in una posizione di particolare vicinanza allo Stato, a voler cedere alla pressione delle tendenze politiche e sociali lì prevalenti. Se la Chiesa vuole continuare a mantenere i sistemi di finanziamento legati allo Stato deve accondiscendere al desiderio delle autorità. Questa autorità oggi non è più un imperatore o un re, ma il popolo. E quindi la Chiesa, in quei paesi in cui lo Stato le dà ampio sostegno di potere, tende a rimanere o a ritornare “programmaticamente” alla ricerca del consenso della maggioranza.
Il problema non è nuovo. Si ricordi infatti la legge francese del 1905 sulla separazione tra Stato e Chiesa. Tale legge fu, in fondo, un ricatto. Lo Stato disse alla Chiesa che se entro un anno non avesse trasferito i propri beni ad associazioni democraticamente strutturate − teologicamente non compatibili con la struttura della Chiesa − i beni sarebbero divenuti di proprietà dello Stato. La maggioranza dei vescovi francesi voleva salvare i beni della Chiesa e avrebbe acconsentito, con alcune modifiche, a tali associazioni. I vescovi si sarebbero rassegnati ad accettare una “atomizzazione” della Chiesa di Francia in 40 mila associazioni democraticamente strutturate. Il parroco sarebbe divenuto un semplice socio dell’associazione dalla quale sarebbe stato economicamente dipendente. Avrebbe perso la sua specifica posizione ecclesiologica. Come è noto, papa Pio X proibì ai vescovi di accettare tale sistema. Nella sua enciclica “Une fois encore” del 6 gennaio 1907 motivò la sua decisione così: “È perché fu posta perfidamente di fronte alla scelta fra la rovina materiale e un’offesa consentita alla sua costituzione, la quale è di origine divina, che la Chiesa ha rifiutato, anche a costo della povertà, di lasciare attentare in lei all’opera di Dio”.
Lo sviluppo delle società occidentali pone oggi la Chiesa in maniera nuova davanti alla decisione di pagare il prezzo della povertà oppure di “lasciare attentare in lei all’opera di Dio”. Da un mero punto di vista umano è facile comprendere che i vescovi francesi volessero salvare la Chiesa e i suoi beni. Ed è ugualmente comprensibile che oggi si voglia colmare in maniera pragmatica la fossa tra la dottrina della Chiesa e la vita di molti fedeli per poter mantenere il consenso della maggioranza nella società e contribuire così a salvare la Chiesa nelle sue attuali strutture. Non è tuttavia nostro compito “salvare” la Chiesa; non siamo infatti padroni della Chiesa o della sua fede. Siamo chiamati oggi – come una volta la Chiesa perseguitata in Francia o in Cecoslovacchia − a credere saldamente e ad avere fiducia, nonostante l’indubbia situazione difficile in cui ci troviamo, che la verità del Vangelo “si diffonda nelle menti soavemente e insieme con vigore” (Concilio Vaticano II, Dignitatis humanae, 1). Questo Vangelo è nel contempo misura e limite dell’agire della Chiesa: anche le migliori intenzioni non legittimano comportamenti che vanno oltre a quello che Cristo a immesso nella Chiesa, perché sarebbero un’espressione del “neopelagianesimo prometeico di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze” (Francesco, Evangelii gaudium, 94).
ULTERIORI RIFLESSIONI
È allora inutile nella situazione attuale realizzare un sinodo sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione? Il sinodo ovviamente è utile. Ci sono infatti una quantità di nuove questioni che lo sviluppo sociale solleva sin dalla pubblicazione della “Familiaris consortio” nel 1981. Anche riguardo all’accompagnamento pastorale che la Chiesa deve ai fedeli divorziati e “risposati” si può fare ancora di più di quanto non sia già avvenuto con la “Familiaris consortio” al n. 84. Sì, bisogna porsi la domanda se non siano necessarie delle linee guida generali per una pastorale specifica per questo gruppo di fedeli. In alcune Chiese particolari vi sono già approcci in questo senso che vanno approfonditi e resi accessibili a tutte le Chiese particolari.
Inoltre, L’imminente sinodo e in particolare la questione dei divorziati “risposati” con rito civile potrebbero essere un’occasione per nuovamente riflettere sulle condizioni che rendono fruttuosa la comunione sacramentale e sulla frequenza nel ricevere questo sacramento.
Il Concilio di Trento non aveva prescritto una frequenza determinata. Fu allora stabilito il precetto di ricevere la comunione sacramentale almeno una volta all’anno. (Comunione pasquale, sessione XIII, canone 9). Allo stesso tempo il concilio tridentino espresse che “desidererebbe certo, il sacrosanto sinodo, che in ogni messa i fedeli che sono presenti si comunicassero non solo con l’affetto del cuore, ma anche col ricevere sacramentalmente l’eucaristia, perché potesse derivarne ad essi un frutto più abbondante di questo santissimo sacrificio”. Però quel concilio non condannò le celebrazioni eucaristiche in cui si comunica solamente il sacerdote, anzi riguardo ad esse affermò: “[Il sinodo] le approva e quindi le raccomanda, dovendo ritenersi anche quelle messe veramente comuni, sia perché il popolo in esse si comunica spiritualmente, sia perché vengono celebrate dal pubblico ministro della Chiesa, non solo per sé, ma anche per tutti i fedeli, che appartengono al corpo di Cristo” (Sessione XXII, capitolo 6).
Anche se in seguito molti autori spirituali raccomandarono la comunione frequente, fu solamente con il decreto “Sacra Tridentina Synodus”, emanato dalla sacra congregazione del concilio il 20 dicembre 1905, che si verificò una svolta.
Questo documento, promulgato su iniziativa di papa Pio X, dichiarava molto auspicabile la comunione frequente e anche quotidiana, e invitava quindi i fedeli a riceverla spesso.
Pio X dettò però alcune condizioni per la comunione frequente. I fedeli non devono riceverla per abitudine, per vanità o per riguardo umano. Soprattutto, devono essere liberi da peccati gravi e avere l’intento di non peccare più, secondo la parola di san Paolo: Ciascuno riconosca il corpo del Signore e non mangi e beva la propria condanna ricevendolo indegnamente (cfr. 1 Corinti 11, 27-29).
Non si poteva dunque neanche allora pensare a un invito generale e senza restrizioni a ricevere la comunione sacramentale, tanto più che allora vigevano delle regole molto più restrittive rispetto a oggi circa il digiuno eucaristico. In molti casi infatti la comunione veniva distribuita solamente durante la prima messa mattutina domenicale.
Ma purtroppo le condizioni per ricevere la comunione sacramentale, che al tempo di Pio X erano ancora considerate ovvie, non sono state quasi più richiamate dalla Chiesa negli ultimi decenni. In pratica, ciò che oggi è rimasto delle indicazioni di Pio X è solamente l’invito alla comunione frequente, interpretata addirittura come un invito esteso a tutti i presenti alla celebrazione. La comunione sacramentale è vista oggi come una parte obbligatoria del rito della messa, come il segno di croce con l’acqua santa o lo scambio del segno di pace.
Diviene quindi doveroso anche in riferimento ai “risposati” con rito civile – ma non solo – un cambiamento di mentalità. Se le condizioni menzionate da Papa Pio X per accostarsi alla comunione sacramentale fossero ancora applicate nella prassi pastorale, la questione circa la comunione sacramentale dei “risposati” con rito civile si porrebbe in un contesto più ampio e a loro più favorevole. Questi fedeli non sarebbero più le uniche pecore nere discriminate, perché, come si sa, non vi è solo il sesto comandamento, ma ve ne sono dieci.
In più, la problematica riguardo alla comunione sacramentale dei “risposati” con rito civile si è andata aggravando negli ultimi decenni a causa dell’impoverimento liturgico della vita ecclesiale. La liturgia in alcune parrocchie si è ridotta unicamente alla celebrazione eucaristica. Le varie forme di pietà popolare, le diverse funzioni religiose, l’adorazione eucaristica, la recitazione comune del rosario o del breviario sono state sempre più emarginate.
Senza dubbio l’eucaristia è “fonte e apice di tutta la vita cristiana” (Lumen Gentium, 11). Ma lo sfoltimento delle forme che preparano e conducono a questo apice accentua la situazione difficile in cui si trovano coloro che, per qualsiasi motivo, non possono avvicinarsi a questa fonte della vita cristiana, perché le loro personali condizioni di vita non lo permettono.
USCIRE DAL CORRIDOIO STRETTO
Queste riflessioni mostrano che il dibattito circa i fedeli “risposati” non può portare a nessun risultato utile se continua a restringersi sulla questione se essi possano o no accedere alla comunione.
Il modo di procedere proposto dal cardinale Kasper ignora principi teologici della dottrina della Chiesa circa il sacramento della penitenza, il matrimonio e l’eucaristia. È ovvio che non si possono sacrificare questi principi per “salvare” la Chiesa. Se il dibattito rimane su questo corridoio stretto, c’è il rischio che si blocchi.
Rimane dunque come unica soluzione quella di sviluppare e mettere in atto una pastorale specifica per i fedeli “risposati” che rispetti la dottrina della Chiesa. La Chiesa deve inoltre occuparsi dell’impoverimento liturgico che si è venuto a creare negli ultimi decenni. E infine deve ristudiare e porre in discussione a livello di Chiesa universale la questione dell’accostamento degno e fruttuoso ai sacramenti.
Se si potessero avviare già solo su questi punti un approfondimento della dottrina della Chiesa e un rinnovamento della pastorale, le due prossime sessioni del sinodo sarebbero bene spese.
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L’originale dell’articolo è uscito sul giornale tedesco “Die Tagespost” il 5 giugno 2014:

> Wider die Engführung

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