ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 17 maggio 2017

Dalle mamme di cinquant’anni fa..

PERCHE' SIAMO VENUTI AL MONDO?

    Avremmo potuto non esserci? Non lo sappiamo. Dobbiamo partire dal dato del nostro esistere, del nostro esserci; la nostra domanda è possibile solo perché ci siamo: se non ci fossimo, non vi sarebbe alcuna domanda 
di Francesco Lamendola  






Noi siamo qui: esistiamo, e occupiamo uno spazio e un tempo determinati.
Avremmo potuto non esserci? Non lo sappiamo. Dobbiamo partire dal dato del nostro esistere, del nostro esserci; la nostra domanda è possibile solo perché ci siamo: se non ci fossimo, non vi sarebbe alcuna domanda.
E il mondo, avrebbe potuto non esistere? Sembrerebbero due ordini di cose del tutto diversi: noi e il mondo. Noi, che ci sentiamo piccoli, siamo istintivamente portati a pensare che, sì, probabilmente avremmo anche potuto non esserci, se non come specie, almeno come singoli individui: riusciamo a immaginare il mondo che esiste senza di noi, ma la nostra mente si smarrisce del tutto se proviamo a immaginare la non esistenza del mondo. L'esistenza del mondo è il dato a partire dal quale il mondo, attraverso di noi, riflette su se stesso; non possiamo fare a meno di pensare, perché esistiamo; e quindi la nostra esistenza giustifica le domande, ma la sua eventuale non esistenza ci fa ammutolire. In realtà, pensare a un mondo che esiste senza di noi è tanto difficile quanto pensare a noi, come enti che avrebbero anche potuto non esistere. Si tratta di un pensiero ozioso: non c'è alcun modo per immaginare una possibilità diversa, e questo per la buona ragione che l'essere e il non essere non sono due modalità dell’esistente (e perciò anche del pensiero) che godano di un pari statuto ontologico: l'essere è l'essere, ma il non essere non è un essere alla rovescia, è l'assenza di essere; e ciò che si può definire solo in senso negativo, non è un oggetto, non è un ente, è solo una possibilità. Da una parte il mondo, che è una cosa; dall'altra il non essere, che è una possibilità, ma una possibilità inverificabile. Nessuno può dire se le cose avrebbero anche potuto non esistere; l'unica cosa che si può constatare è che esse esistono, ed è la loro esistenza che fa nascere la domanda.

Ora, noi siamo nel mondo, noi siamo parte del mondo: non potremmo esistere nel vuoto, non potremmo esistere senza un corpo, o, almeno, non lo potremmo così come siamo; lo potremmo, ma in altro modo, con altra forma. Lo potremmo come puri spiriti; ma noi non siamo puri spiriti, abbiamo anche un corpo. Questo è un fatto, e coi fatti non si litiga. Certo, questo corpo che abbiamo e che diciamo nostro, potrebbe anche essere un sogno, una illusione: è una ipotesi da non scartare. ma è una ipotesi, e nessuno è riuscito a dimostrarla. In senso ampio, cosmico, tutto il reale potrebbe essere solo spirito, e tutta la materia potrebbe essere solo apparenza illusoria; nondimeno, finché l'illusione perdura, i suoi effetti sono reali. Avere un corpo significa, per esempio, invecchiare e morire: questi sono fatti. Nemmeno i più grandi saggi di orientamento spiritualista hanno potuto evitare la vecchiaia e la morte; se nemmeno loro hanno potuto evitarle, ciò sembra indicare che il corpo non è una illusione, o che, se lo è, essa è un tutt'uno con la realtà, e non è possibile, almeno per noi umani, separarla dalla realtà "vera". Se il mio sogno di aver fame ed essere denutrito mi conducesse alla morte, ciò vorrebbe dire che quel sogno era tutt'uno con la realtà, e che non lo si poteva separare da essa. 
Dunque: esiste il mondo; esistiamo noi, che siamo nel mondo; esiste il corpo, che ci lega alla catena delle realtà materiali; ed esiste una facoltà spirituale che ci spinge a osservare, riflettere, domandare. E la prima domanda, necessariamente, non può che essere questa: perché esistiamo? La domanda se avremmo potuto non esistere è una domanda insolubile, che non ammette risposta, se non arbitraria, laddove il "sì" o il "no" dipendono da stati emozionali, non dal ragionamento. Ma la domanda: perché esistiamo?, è una domanda perfettamente lecita e razionale: non c'è nulla di sbagliato, in essa. Cercare una risposta è possibile: se la nostra mente è atta a porre domande, ciò significa che esistono, da qualche parte, le risposte. È come per la sete: se il nostro organismo è capace di aver sete, allora ciò vuol dire che, da qualche parte, c'è il modo di spegnerla: da qualche parte deve esserci l'acqua. Non potremmo aver sete, se l'acqua non ci fosse: saremmo fatti in modo da non aver mai sete. Per la stessa ragione, non potremmo farci domande, se non vi fossero le risposte; saremmo fatti in modo da non avere curiosità. Ma un figlio, vuol sapere da dove è nato, chi sono i suoi genitori: se non se lo chiede da piccolo, se lo chiederà più tardi; ma prima o dopo, è certo che si farà la domanda.
Dunque: che ci stiamo a fare, qui? Se ce lo domandiamo, deve esistere la risposta; e la risposta è garantita dal fatto che esiste la verità. La verità è l'accordo della cosa con il giudizio: noi diciamo che è vera quella cosa che cogliamo essere così come ci appare, e che siamo capaci di rappresentarci nella sua verità, ossia come essa è realmente, e non in altro modo. Si dice che san Tommaso d’Aquino, quando entrava in aula per far lezione, per prima cosa ponesse una mela sul tavolo, dicendo agli studenti: Questa è una mela. Se qualcuno non è d’accordo, è pregato di uscire da questa stanza. San Tommaso credeva nell’esistenza di una verità oggettiva; inoltre, credeva che, se qualcuno non accetta questo principio, è impossibile che impari qualcosa, e dunque tanto vale che il professore  se ne risparmi la fatica. In altre parole: non è il pensiero che crea l’essere (con buona pace di Hegel e di tutti gl’idealisti, ai quali, non a caso, Maritain negava la qualifica di filosofi), ma è l’essere che crea il pensiero O ci si mette d’accordo su questo punto, oppure non val la pena di discutere un minuto di più. La realtà oggettiva, e quindi la verità delle cose, non sono materia passibile di negoziato.
Alcuni filosofi, nondimeno, e specialmente di questi tempi, negano risolutamente che la verità esista; e, a dirla tutta, questa sembra essere oggi la posizione prevalente nella nostra cultura: una posizione di relativismo estremo, e, non di rado, aggressivo, perfino totalitario, che non vuol neanche sentir parlare dell'ipotesi opposta, ossia che la verità, in quanto tale, esista, anche se noi, sovente, ci muoviamo in mezzo a delle verità parziali, relative, incomplete e, perciò, ingannevoli. Ma il relativismo si elide da solo: se tutto è relativo, se non c'è alcuna verità "vera", allora neanche il relativismo può essere la verità vera: ma, a questo punto, non si dovrebbe più parlare ragionevolmente di nulla. Non ci sarebbe accordo neppure sulle cose essenziali, sul linguaggio, sul principio di non contraddizione: qualunque tentativo d'indagine filosofica sarebbe l'equivalente dello sbizzarrirsi di una legione di pazzi furiosi. Non si andrebbe lontano. Ciascuno potrebbe negare qualsiasi cosa, mentre nessuno potrebbe affermare nulla, se non in un senso ristretto e relativo: ma, a quel punto, anche soltanto capirsi diverrebbe un problema, perché ciascuno potrebbe attribuire alle parole il significato che preferisce; o anche mutarlo da un momento all’altro, come si cambia un vestito. Sarebbe come tuffarsi in un Buco Nero, dal quale nulla e nessuno possono più sfuggire. Meglio tornare indietro, dunque, ripercorrendo un pezzo della strada già fatta, e lasciandosi guidare, almeno un poco, dal vecchio, sano, istintivo buon senso, merce divenuta oggi rara e preziosa, appunto perché obliata, dopo secoli di discredito e di disprezzo.
Alla domanda perché siamo venuti al mondo?, il medico e scrittore Andrea Majocchi (Bascapé, 1876-Milano, 1965), del quale ci eravamo già occupati in un’altra occasione (cfr. l’articolo: Una pagina al giorno: Nostalgie fra le rovine, di Andrea Majocchi, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 20/10/2008 e ripubblicato su Il Corriere delle Regioni il 01/05/2016), fornisce questa risposta (cit. in: Annamaria Bechmann, Le mamme sono il cuore del mondo; titolo originale: Die Mütter Fin das Herz der Welt; tr. dal tedesco di E. Teresa Biavati, Roma, Paoline, 1962, p.  161):


Il mio posto preferito era uno sgabellino ai piedi della mia mamma che cucinava. E mi facevo raccontare delle belle storie e spiegare tante cose. La tormentavo con curiose domande chiacchierando su tutto quanto mi stava passando per la testa. “Mamma, perché siamo venti al mondo?”. “Perché il buon Dio ci ha creati”. “E perché ci ha creati?”.
“Affinché noi lo conosciamo, lo amiamo, lo serviamo e un giorno lo possiamo godere in cielo!”.
Dopo un po’ domandai ancora: “Perché non lo possiamo godere già in terra?”. La mamma sorrise malinconicamente, mi accarezzò e disse: “Bambino mio, su questa terra non c’è gioia incontrastata!”.
Riandando col pensiero ai vari momento della mia carriera, mi pongo la domanda: “Perché tante lotte, tante sofferenze?”. “Ridivento il bambino […] che, appoggiato alle ginocchia della mamma, la guarda e chiede “Mamma, perché siamo venuti al mondo?” – e mi sembra di riudire le sue parole pie: “Per conoscere Dio, per amarlo, per servirlo e per goderlo in Paradiso”. E mi sembra che quella sia la grande risposta, la soluzione del problema, l’oracolo che compendia tutta la sapienza del mondo. E quando un giorno sarò giunto alla fine, quando non mi rimarrà null’altro che la speranza nell’eterno godimento di Dio, le ultime parole che passeranno sulle mie labbra morenti dovranno essere quelle che sono incise sulla lapide di mia madre: “In Te, o Signore, ho sperato; non sarò confuso in eterno”.

La mamma di Andrea Majocchi, donna di fede, ha dato al suo bambino la risposta che un tempo - non tanto lontano sul piano cronologico, ma che ci appare già lontanissimo per i cambiamenti sociali e culturali frattanto intervenuti - tutti i cristiani imparavano, sin dai banchi della scuola elementare, sul Catechismo di Pio X. Alla domanda sul senso della creazione, e quindi della vita umana, si giungeva per gradi, in una progressione di cui riportiamo solo i passaggi essenziali:
Chi ci ha creati? Ci ha creati Dio.
Chi è Dio? Dio è l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra.
Che significa perfettissimo? Perfettissimo significa che in Dio è ogni perfezione, senza difetto e sena limiti, ossia che Egli è potenza, sapienza e bontà infinita.
Che significa Creatore? Creatore significa che ha fatto dal nulla tutte le cose.
Che significa Signore? Signore significa che Egli è padrone assoluto di tutte le cose. […]
Dio ha cura delle cose create? Dio ha cura e provvidenza delle cose create e le conserva e dirige tutte al proprio fine, con sapienza, bontà e giustizia infinita.
Per qual fine Dio ci ha creato? Dio ci ha creato per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo poi nell’altra in paradiso.
Che cos’è il paradiso? Il paradiso è il godimento eterno di Dio, nostra felicità, e in Lui di ogni altro bene senza alcun male.
Chi merita il paradiso? Merita il paradiso chi è buono, ossia chi ama e serve fedelmente Dio e muore nella sua grazia…
Questo linguaggio, ormai, a molti sembrerà ingenuo; e i soliti sapientoni, i progressisti e modernisti d’ogni specie, insorgeranno e grideranno allo scandalo, dicendo che, ai bambini, il Catechismo di Pio X insegnava solo delle formile da ripetere a memoria. Ma è chiaro che quelle formule erano come il lievito che si deposita nel forno, per fare il pane, ma solo in un secondo momento. Nessuno pensava che imparare a memoria quelle domande e quelle risposte fosse la soluzione di tutti i problemi; semplicemente, si trattava di preparare e predisporre il fanciullo a una comprensione successiva, che sarebbe venuta con l’età; infatti, senza basi e senza fondamenta, quella comprensione, anzi, quella sensibilità e quella capacità di stupirsi e farsi delle domande di senso, non sarebbero mai arrivate. Si pongono ancora domande di senso, i bambini di oggi, tra giochi elettronici e neochiesa progressista, fondata sulla “svolta antropologica”? Di più: sanno ancora stupirsi, sanno ancora pensare? Se le domande e risposte di quel catechismo erano una mera ripetizione formulare, con che cosa la si è sostituita? Con il nulla, o magari con la pseudo religione, sostanzialmente immanentista, relativista e sincretista, di papa Francesco? Il quale non parla mai del paradiso, forse perché ha deciso, in cuor suo, che l’inferno non esiste; non parla mai del fine inerente a tutte le cose, e dunque all’uomo, forse perché ha deciso che Aristotele e san Tommaso sono superati; non parla mai del peccato e della redenzione, ma solo della infinita misericordia di Dio, scordandosi, però, della sua giustizia. E come potrebbe Dio essere misericordioso, senza essere, al tempo stesso, anche giusto? Giustizia è dare a ciascuno secondo quel che gli è dovuto. Se si parla solo della misericordia di Dio - come fa, ossessivamente, papa Francesco - si lascia credere che tutti riceveranno il premio, tutti avranno il paradiso, cioè l’eterno godimento di Dio, anche se lo hanno rifiutato e disprezzato sino all’ultimo istante di vita. Ma se tutti avranno il paradiso, buoni e malvagi, perché il Verbo si è incarnato? Perché Gesù Cristo è venuto fra noi, a morire sulla croce?
Forse dovremmo ripartire dalle mamme di cinquant’anni fa, e insegnare ai nostri bambini: si viene al mondo per conoscere la Verità, che è Dio; per amarlo e servirlo quaggiù, indi goderlo in Cielo… 

Perché siamo venuti al mondo?

di Francesco Lamendola

http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=12217:perche-siamo-venuti-al-mondo&catid=130:nuovo-umanesimo&Itemid=161

RIPARTIRE DALLE MAMME

    Per la prima volta assistiamo ad una civiltà che è nata in odio alle proprie radici e in lotta contro la propria tradizione: dobbiamo mobilitare tutte le forze positive e ripartire dalla educazione morale dei genitori 
di Francesco Lamendola  




La crisi che stiamo attraversando è una crisi globale; ma è anche, anzi, è essenzialmente, una crisi del nostro modello di civiltà: la civiltà occidentale moderna.
Abbiamo affermato più volte che la civiltà moderna è, in realtà, una contro-civiltà: per la prima volta nella storia, assistiamo ad una civiltà che è nata in odio alle proprie radici e in lotta contro la propria tradizione, e che, inevitabilmente, ha finito per sviluppare i germi di una malattia pericolosissima: il disamore e il disprezzo di sé, il disgusto della vita, il fastidio nei confronti di tutti i valori positivi: la bontà, la generosità, la purezza, l'onestà, l'altruismo (quello vero, non il buonismo ideologico). È chiaro che, con un tale corredo nel proprio DNA, non esiste civiltà che non sia destinata a spegnersi, a suicidarsi deliberatamente. Dunque, se vogliamo sottrarci a questo più che probabile destino, dobbiamo riscuoterci e mobilitare tutte le forze positive, tutte le energie interiori che sono al servizio della vita, e respingere lontano tutte le pulsioni di morte che esercitano, da troppo tempo, un fascino sinistro sulla nostra anima e sulla nostra immaginazione. Siamo letteralmente stregati dalle forze oscure del male: la civiltà moderna è la civiltà del diavolo, e questa affermazione, per quanto possa avere il sapore di un anatema scagliato da qualche monaco fanatico del Medioevo, è a ben guardare, perfettamente giustificata sul piano logico e fattuale: infatti, una civiltà si può definire demoniaca quando alberghi in sé un profondo desiderio di auto-distruzione, così come è demoniaco il fatto che essa coltivi una viscerale avversione per tutto ciò che è luce, pulizia, aria fresca, e che sia attratta, invece, da tutto ciò che è sospetto, malevolenza, invidia, calunnia e gratuita malignità. Moltissime persone, oggi, e specialmente persone ritenute colte, manifestano un fastidio istintivo, quasi un riflesso condizionato, quando sentono parlare del bene, perfino se si tratta di una semplice fiaba per bambini, nella quale il principe coraggioso lotta eroicamente per liberare la principessa dalle grinfie di uno stregone malvagio: ciò è la spia di un male estremamente profondo, e, anche se la cosa, a tutta prima, potrebbe sembrare eccessiva, in effetti quel tipo di reazione presenta un’intima analogia con quella che manifestano le vittime della possessione demoniaca, le quali scattano come furie quando si nominano Gesù o la Madonna, o si tira fuori un crocifisso, o le si asperge con l’acqua benedetta (e, cosa particolarmente significativa, anche quando preghiere, crocifissi ed acqua santa vengono introdotti in loro presenza, tenendoli però nascosti alla loro vista).
Dobbiamo ripartire dall'educazione morale del fanciullo; pertanto, dobbiamo ripartire dalla educazione morale dei genitori, e specialmente della mamma. Non si ripeterà mai abbastanza, fuori da ogni retorica, quanto sia decisiva la figura materna per la crescita sana e armoniosa, anche in senso spirituale, del bambino; non ci si persuaderà mai abbastanza che una società ove le mamme non pensano a far bene le mamme, ma a cento altre cose, e che riservano all'ultimo posto le loro energie e la loro vocazione materne, non potrà che produrre bambini difficili, egoisti, immaturi, dalla personalità disarmonica, dall'equilibrio instabile: vale adire dei futuri disadattati. Questa non è un'accusa, è una constatazione. Sappiamo bene che vi sono molte ragioni per cui una mamma, oggi, fatica  a concentrare sull'educazione del figlio la parte migliore delle sue energie; pure, o si riparte da qui - naturalmente, con la collaborazione dell'uomo, e, se possibile, della società tutta - oppure non ci sono più speranze. Il futuro si costruisce a partire dalla culla. E Napoleone, che sarà stato anche un megalomane, ma era certamente un uomo intelligente, alla domanda: Quando incomincia l'educazione della donna alla maternità?, ebbe a rispondere, molto assennatamente: Incomincia vent'anni prima che nasca; vale a dire che incomincia dall'educazione di sua mamma.
Ci si lamenta che molte, troppe persone, oggi, nella nostra società, si dimostrano superficiali, inaffidabili, prepotenti, disoneste, ciniche, amorali; ebbene, bisogna risalire indietro, all'infanzia, e vedere se queste persone, quand'erano bambini di due, quattro, sei anni, hanno ricevuto in casa, in famiglia, da parte del papà, ma specialmente della mamma, con la quale hanno trascorso più tempo e condiviso una maggiore intimità, anche a livello fisico, almeno le basi minime di una educazione morale, o se sono cresciute abbandonate a se stesse, e sia pure - magari - ricoperte di regali, di gingilli tecnologici, di telefonini multifunzionali, nonché di vestitini firmati. Le mamme, oggi, insegnano, prima di tutto con l'esempio concreto, i valori della sincerità, dell'onestà, della lealtà, della disponibilità, della pazienza, dello spirito di sacrificio? Oppure esse, per prime, mostrano di porre al sommo dei loro pensieri e delle loro preoccupazioni l'estetista, la parrucchiera, la palestra, lo shopping, il vuoto consumismo e il divertimento edonistico? Sono cresciuti, questi bambini, in un clima di affettività, di responsabilità, di serietà, di lavoro, di rispetto degli impegni presi, oppure sono cresciuti nel disordine, o fra i due estremi del permissivismo e dell'autoritarismo? E, soprattutto, sono stati educati all'autonomia, cioè in vista del saper vivere da sé, del saper giudicare da sé quel che va fatto e quel che non va fatto; oppure sono stati manipolati, plagiati, asserviti da madri egocentriche e ansiose, frustrate e nevrotiche, insicure e velleitarie, che hanno tirato su non dei figli, ma dei manichini, del tutto incapaci di prendere decisioni, fare delle scelte e assumersi delle precise responsabilità?
Questo è il punto. La società produce individui che sono stati formati nelle famiglie; e, nelle famiglie, quelli che contano veramente sono i primi anni di vita: quelli nei quali l'influenza predominante che si esercita sui bambini è l'influenza materna. Le mamma, oggi - che, come tutti sappiamo, sono sempre di meno - sanno fare le mamme? Hanno un'idea di quel che ciò comporta? Oppure sanno solo lamentarsi perché il marito è sempre fuori, perché i genitori e i suoceri non collaborano, oppure, al contrario, s'intromettono troppo, e perché il mondo intero non capisce le loro difficoltà, la loro solitudine, il loro bisogno di essere sostenute, incoraggiate, aiutate? Perché; anche se queste lamentale sono, non di rado, fondate su legittime ragioni di scontento, ciò non toglie che una mamma deve saper fare la mamma anche andando controvento: non può aspettarsi di ricevere più di quello che è disposta a dare; e volere un figlio, concepirlo e metterlo al mondo, comporta una assunzione di consapevolezza che  quello sarà il suo impegno prioritario, rispetto al quale tutti gli altri dovranno passare in secondo piano. Certo: Bisogna anche lavorare per vivere, e moltissime donne devono lavorare, perché uno stipendio, in casa, non basta più; per non parlare delle molte (troppe) donne single, che un uomo non ce l'hanno, o perché l'hanno lasciato, o perché sono state lasciate, o perché proprio non lo vogliono: volevano un figlio, quello sì, ma non un uomo, presenza fastidiosa e invadente, che è meglio evitare, per quanto possibile, come del resto ha sempre insegnato la (pessima) cultura femminista. Il lavoro, dunque, impedisce a molte mamme di dedicare ai figli tutto il tempo e le energie che vorrebbero e che dovrebbero: verissimo. Tuttavia, non si dimentichi che, per crescere bene un figlio, non è importante la quantità, ma la qualità del tempo e delle energie che gli si dedicano: il bambino non apprezza una mamma che sta tutto il giorno appiccicata a lui; bensì una mamma che, quando sta con lui, sa farlo nella maniera più serena, paziente, disponibile e intelligente di cui ella è capace.
La cosa più importane di cui il bambino ha bisogno, dopo, naturalmente, l'affetto, è la dedizione: deve apprendere che le cose vanno fatte, tutte, le grandi e le piccole, ma vanno fatte bene, con amore, con passione, con generosità, con serietà; che non si devono accampare scuse, rimandare, tergiversare: che tutto ciò che va fatto, deve esser fatto, e fatto nel migliore dei modi, vale a dire con tutto l'impegno e con tutta l'immaginazione di cui si è capaci. In altre parole, la dedizione è propedeutica all'esercizio della volontà: e un bambino che non sviluppa la forza di volontà, diverrà un adulto votato alla rassegnazione e alla sconfitta, in ogni ambito della vita.
La terza cosa - dopo l'affetto e la dedizione - è il senso morale: che, in realtà, permea di sé ogni cosa, ogni pensiero, ogni azione, e dunque non può essere coltivato come se fosse una qualcosa di separato e distinto dal resto: il senso morale è come il lievito dell'esistenza, e non c'è angolino di essa, per quanto segreto e riposto, che possa sottrarsi al suo richiamo imperioso, o nascondersi alla sua luce splendente. Il senso morale è tutt'uno con il senso della giustizia: coltivare nel bambino il senso della giustizia significa abituarlo a guardare ogni cosa, e anche a guardare dentro se stesso, in maniera equilibrata ed equa, senza barare al gioco, senza confondere le carte: perché giustizia è dare a ciascuno quel che gli è dovuto.
La quarta cosa è la fantasia: il bambino la possiede già naturalmente; la mamma e gli altri adulti devono solo permettergli di esplicarla; cosa che non avviene se, fin da piccolissimo, gli viene messo in mano un telefonino multiuso, o un gioco elettronico. Un bambino che non sviluppa ed esprime la propria fantasia è un futuro adulto infelice, limitato, arido e passivo, quindi facilmente manipolabile, in tutti i sensi, compreso quello affettivo. 
La quinta cosa è il senso del bello, perché la bellezza non solo allieta l'esistenza, ma è, essa stessa, un valore, per mezzo del quale si apprezzano e si sviluppano anche altri valori; è la capacità di cercare, sviluppare e valorizzare la parte migliore di tutto ciò che cade sotto il nostro sguardo, di tutto ciò che a noi è stato affidato e anche di tutto ciò che noi stessi possiamo creare e donare agli altri, per la loro serenità e per la loro elevazione.  
La sesta cosa è la cultura, perché la cultura sviluppa la mente, e la mente sviluppa ciò che è più nobilmente specifico della natura umana. L'interesse e l'amore per la cultura, in una famiglia, si sviluppano soprattutto mediante la lettura, naturalmente mediante le buone letture, perché di cattive letture - romanzi nei quali si esaltano la violenza e la pornografia - non c'è davvero bisogno, se non per rendere il mondo ancor più cattivo quel che esso attualmente è. La mamma che legge le fiabe ai suoi bambini, stimola l'amore alla lettura; e la biblioteca di casa, dove c'è posto magari per pochi libri, ma buoni, cioè la cui lettura elevi ed edifichi, oltre ad intrattenere piacevolmente - niente stupidaggini alla Harry Potter, per piacere: quella non è letteratura, è immondizia - diventa un minuscolo tempio domestico, ove il bambino riceve un'impressione indelebile, che lo accompagnerà per tutto il resto della sua vita. 
E adesso parliamo della formazione religiosa. Un tempo era la regola; oggi, l'eccezione che conferma la regola. Le famiglie si sono adeguate al clima dominante complessivo; le mamma, alla tendenza delle famiglie. Il laicismo, il secolarismo e l'irreligiosità, tipici della civiltà moderna, hanno praticamente abolito l'educazione religiosa dal nostro orizzonte educativo (ammesso che ne abbiamo ancora uno, cosa assai dubbia): ma l'educazione religiosa non è un optional, non è qualcosa di cui si possa fare tranquillamente a meno. Checché ne dica la cultura oggi dominante e politicamente corretta, un bambino che viene cresciuto nell'indifferenza religiosa viene privato di un aspetto essenziale della sua stessa crescita: perché l'essere umano è naturalmente religioso, e negargli l'esplicazione di questo aspetto equivale a mutilarlo proprio come persona, e quindi esercitare su di lui una violenza. Violenza non è, come vorrebbero far credere i laicisti, farlo battezzare quando è troppo piccolo per poter decidere da sé; violenza, al contrario, è negare alla sua personalità l'alimento di cui essa ha bisogno per vivere. E non solo il bambino deve essere educato al senso religioso; egli deve anche essere affidato alle Potenze celesti, affidato alle loro cure e alla loro sollecitudine, e posto sotto la loro custodia e protezione. Questo è quanto gli adulti, e particolarmente la mamma, possono e devono fare per lui: poi, crescendo, egli farà da solo, e assumerà pienamente la responsabilità delle proprie scelte. Ma, se gli sarà stata negata ogni educazione religiosa, non potrà scegliere: perché Dio, per lui, a quel punto, sarà solo un nome vuoto, un'espressione priva di significato concreto.
Tutti questi aspetti sono importanti nella formazione del bambino; e oggi lo sono più che mai, e solo la mamma li può assicurare, perché la scuola non solo ha rinunciato alla sua missione educante, ma sta incominciando a definirsi, sempre più, come un'agenzia di contro-educazione, nella quale il bambino verrà sottoposto a un crudele lavaggio del cervello e gli verrà insegnato che il vero è falso, e il falso, vero; che il brutto è bello, e viceversa; che il giusto è ingiusto, e viceversa: tutti i valori saranno capovolti, e stiamo già assistendo all'inizio di questa strategia. Dobbiamo prepararci. Il compito affidato alle mamme, pertanto,  sarà immenso e insostituibile: ancora più grande e ancora più prezioso di quello che è sempre stato, in passato. Pertanto, anche la collaborazione dei padri dovrà crescere in proporzione. Le mamme non possono far tutto da sole. Gli uomini devono fare anch'essi la loro parte: i bambini hanno bisogno anche del padre, specialmente quando sono più grandicelli, cioè specialmente a partire dall'età scolastica
Coraggio, dunque; la posta in gioco è decisiva: la sopravvivenza di tutto ciò che amiamo e che riteniamo utile e necessario per la vita dei nostri figli, allorché dovranno sbrigarsela da soli.


Dobbiamo ripartire dalle mamme

di Francesco Lamendola

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