Alla rabbia e al dolore in cui abbiamo galleggiato mentre veniva allestito il patibolo per un bambino che, senza voce, implorava la grazia perché aveva voglia di vivere, segue la tentazione della stanchezza e della rassegnazione. Pare che ora non ci sia più nulla da fare se prima nulla si è potuto di fronte a un orrore così enorme proiettato in mondovisione a beneficio di una platea inebetita, coi posti in prima fila riservati alle autorità compiacenti. Autorità scientifiche, politiche e giudiziarie, morali e religiose.

Il film che la regia ci ha imposto di vedere era già stato approvato dal Potere del mondo quale necessario rito di passaggio per un’umanità straniata che deve autoannientarsi in tempi compressi. Evidentemente, è deciso che non si può più indugiare. E tutto assume i contorni sinistri di un cerimoniale blasfemo, ricamato nei minimi dettagli e cadenzato dai rintocchi di un orologio funesto costruito chissaddove per manomettere i ritmi inviolabili della vita e della morte stabiliti da Dio. I protagonisti di questa macabra messinscena indossano, insieme al ghigno beffardo di chi è inebriato dal delirio di onnipotenza, la divisa richiesta per le occasioni ufficiali. Vestono il camice e il doppiopetto, la toga e la parrucca, la tonaca e lo zucchetto.



