Quando è iniziata "la scristianizzazione" della società? Il senso morale cristiano ha fatto la grandezza e l’unità dell’Europa, l’orgoglio dell’uomo, che si fonda solo su se stesso ha fatto di essa "il laboratorio dell’inferno"
di Francesco Lamendola
Il cavallo rosso di Eugenio Corti è uno di quei casi letterari che fanno bene sperare. Il libro, apparso in libreria nel 1983, nel 2015 era già arrivato alla trentunesima edizione, e questo nonostante alcune circostanze oggettivamente poco favorevoli, che hanno reso il successo di pubblico poco meno di un miracolo. Oltre all’assenza di una grossa casa editrice, capace di pubblicizzarlo adeguatamente e fornita degli agganci giusti per muovere la critica che conta, e oltre alla considerevole mole dell’opera (qualcosa come 1.200 pagine di testo!), pesava come un macigno il fatto che l’autore fosse poco conosciuto, e ciò per un motivo preciso, ossia per un ostracismo decretato dalla cultura egemone, dominata dal P.C.I. Combattente della Seconda guerra mondiale e reduce dalla Russia, Eugenio Corti, classe 1921 (e deceduto nel 2014), brianzolo di Besana, laureato in giurisprudenza alla Cattolica, aveva esordito nel 1947 con un libro autobiografico, I più non ritornano (con Garzanti, poi con Mursia), seguito da un secondo dello stesso genere, I poveri cristi, nel 1950; indi era sparito, per riapparire nel 1962, quando la Compagnia Stabile di Diego Fabbri, a Roma, mise in scena, a Roma, il suo drammaProcesso e morte di Stalin. L’opera suscitò il furore e l’indignazione dei comunisti, perché ne emergeva una sentenza di condanna definitiva non per questa o quella forma di marxismo, ma per il marxismo in quanto tale; e siccome i compagni, allora, detenevano quasi tutti i posti che contano nella critica letteraria, nelle università, nelle case editrici e nelle giurie dei premi letterari, la sentenza di tradusse in un ostracismo tenace e definitivo, inappellabile.




