L'ERESIA MODERNISTA
L’eresia modernista nasce dall’ipertrofia dell’io. L’uomo moderno non accetta che vi sia qualcuno al di sopra di lui, vuol essere "norma a se stesso", e a tale scopo si ingegna di formulare sempre "nuovi diritti" della persona
di Francesco Lamendola

Da dove nasce l’eresia modernista? Dove con l’espressione “modernismo” intendiamo non solo il modernismo degli ultimi anni del 1800 e del principio del 1900, quello condannato formalmente da san Pio X, ma anche quello che, seppure non adottando tale nome, si è fatto strada sotterraneamente fino alla seconda metà del ‘900 ed è esploso con il Concilio Vaticano II, impadronendosi dei vertici della Chiesa e “occupando” gran parte delle cattedre teologiche, cioè gran parte del pensiero filosofico e teologico cattolico degli ultimi decenni. La risposta alla domanda è sempre la stessa che si può fare per ogni altro peccato, dato che l’eresia è la conseguenza di un peccato ben preciso, la superbia; ed è questa: nasce dall’ipertrofia dell’io. Ciò che hanno in comune i modernisti vecchi e nuovi; ciò che hanno in comune Ernesto Buonaiuti ed Enzo Bianchi, per esempio, è la pretesa di ricondurre la religione a un fatto umano, a un “bisogno dell’uomo!”, a qualcosa che inizia e si conclude dentro di noi, nella più radicale immanenza, cioè senza la dimensione trascendente di Dio creatore, ordinatore e salvatore; di Dio che sta al di sopra dell’uomo e che pure si fa piccolo, si fa debole, si fa uomo, e soffre e muore per amor nostro, e risorge per riscattare le nostre colpe e per riaprici la via del Cielo.